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Silenzio, voce di Dio.

di Elena PINETTI

Si comincia sempre così: un’idea, un giro di telefonate, ora e luogo dell’appuntamento e via. Si parte per una giornata diversa dalle altre. E’ in estate, soprattutto, che questo si può fare. Si ha più tempo a disposizione, le giornate sembrano più lunghe pur avendo le stesse ore di quelle invernali. Ma la luce e il sole ti invitano a scrollarti di dosso quella pigrizia che, spesso e volentieri, comanda la nostra vita.

Mi sono lasciata alle spalle la città rumorosa, mi sono tirata fuori dal groviglio dei miei affari. Sentivo il bisogno di sfuggire per un po’ l’animazione asfissiante delle vie cittadine
Ora sono ai piedi della montagna, pronta per partire e raggiungere la vetta con i miei compagni di strada. E’ inevitabile la domanda: “ho tutto ciò che mi potrà servire?” ed è naturale che l’attenzione si riversi tutta sul proprio zaino. La mancanza d’equipaggiamento pregiudica ogni impresa, perciò la scelta delle “cose” è fatta in modo tale che non mi venga a mancare ciò che è necessario e non mi sia di peso ciò che è inutile.

Con questo criterio si prepara lo zaino. E mentre cammino con fatica sotto questo fardello, penso al momento in cui lo zaino mi offrirà ciò di cui ho bisogno: ramponi, piccozza, viveri, indumenti…
Dopo aver camminato per qualche ora e dopo essersi cimentati con le difficoltà di una parete rocciosa, senti che le tue membra sono stanche ed anche il tuo cervello – che in montagna non può permettersi distrazioni – ti chiede una sosta su qualche cengia, al riparo.
E lì, accanto ai tuoi compagni di cordata, apri il tuo zaino per attingere tutto ciò che serve per rimpiazzare le energie bruciate nella fatica e calmare la tua fame.
Mangiare e bere; gesti abituali e spesso trasformati in “problema” giù nelle rumorose città, diventano sereni e pacati in montagna. Scambiarsi i viveri, mettere in comune le proprie riserve preparate con tanta cura per sé, diventa una comunione di fraternità che riempie di gioia.

E’ così la montagna! Unisce gli animi nelle cose più semplici e porta a un livello di affetto e comprensione sinceri, naturali.
E il pane che si mangia insieme, dopo una fatica comune, acquista un significato speciale e un sapore di maggiore intimità. A cavalcioni su un grosso sasso, mentre ancora sto addentando gli ultimi bocconi di pane, in mezzo a cime svettanti e silenzio profondo, mi chiedo che fame ho davvero: fame di verità in un mondo di menzogna – fame di silenzio in un mondo di rumore assordante – fame di raccoglimento in un mondo di dispersione – fame di eterno in un mondo di “usa e getta” – fame di santità in un mondo di peccato – fame di unione con Dio (il Tutto) in un mondo di frammenti. Mi risuonano nel cuore le parole di Gesù. Quante volte Lui ci parla di pane. Di un pane suo preparato da Lui per noi, per ogni figlio di uomo fine alla fine dei secoli. E’ un pane che rinvigorisce le energie dell’anima non tanto del corpo, è un pane che conforta, ripara, trasforma.
“il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo…. Io sono il pane della vita”(Gv 6, 33-35).
“prendete e mangiate: questo è il mio corpo”(Mt 26,26)
“chi mangia questo pane, vivrà in eterno”(Gv 6, 58) 
Parole che ti trasmettono un senso di novità soprannaturale che, sulle prime, sconcerta e percepisci un mistero che turba la tua mente limitata e incapace di vederne tutta la portata infinita. “Questo è il mio corpo”: qui c’è tutto il mistero e tutta la realtà sublime. Il pane di cui parla Gesù è il suo Corpo donato per noi: è L’Eucaristia! In quel pane spezzato e fattosi cibo per l’umanità intera è racchiusa tutta la certezza della nostra salvezza.

La comunione eucaristica è il sacramento che alimenta il nostro spirito e ci rende un cuor solo con tutti gli altri uomini. Nell’erta salita della vita, spesso si logorano le nostre forze e per “restaurare” le energie consumate dobbiamo solo riconoscere ed accettare il dono d’amore di Gesù. Egli apre il suo zaino infinito e tira fuori il suo pane profumato di cielo, desideroso solo di poterlo condividere con qualcuno. Mentre lo mangi, nel silenzio della montagna, gusti la fragranza di grazia che sprigiona e ti senti invaso dalla gioia di sentire più fraterna la presenza dei tuoi compagni di cordata sulla parete impegnativa della vita.
Niente è più gustoso, dopo la fatica, del pezzo di pane portato nello zaino e condiviso con gli amici!
Guardando questo pane ti può accadere di restare, dieci minuti, zitto. Ti dice qualcosa che all’inizio non comprendi, eppure sai di conoscere bene e continui a guardarlo. E’ un’attesa, è una domanda, è – capisci finalmente – una preghiera.
“Dacci oggi il nostro pane quotidiano” e sulla semplicità e naturalezza di queste parole si fa sera e torno al piano dove mi aspettano le occupazioni e preoccupazioni di sempre. Ma lo sguardo è levato in alto, là sulla montagna, dove il silenzio non è mancanza di rumori ma voce divina che ti sussurra la verità della tua vita.

 

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