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Ritiro di Avvento

RITIRO DI AVVENTO 1 DICEMBRE 2013
L’INIZIO
di P. Gino TOPPAN, ocd

“Figlio, per quanto ti è possibile, trattati bene… Non privarti di un giorno felice” (Sir. 14,11.14). Voglio iniziare con queste parole del libro del Siracide per aiutarci a stare dentro questa giornata con la capacità di vivere tutto, cogliendo la novità di un suggerimento, di una proposta, di una provocazione, che può cambiare, può aiutare la nostra vita ad essere meno stanca, meno evasiva, meno distratta, più viva e capace di guardarsi intorno. Questa mattina presto, nel coro del convento, mentre la prima luce cominciava a definire le colline e le montagne qui intorno la parola della liturgia diceva: “Alzate la testa e guardate. La vostra liberazione è vicina”. Se uno ha sempre la faccia dentro il diplay, occupata da troppe quisquiglie e meschinità fa come i somari che tengono la testa sempre bassa. Invece bisogna alzare la testa, bisogna guardare guardando.

A volte si guarda senza guardare. Se uno non si sente schiavo di nulla, non si sente schiavo del proprio io, delle proprie emozioni, delle proprie sensazioni, dei propri pregiudizi, della propria sproporzione rispetto alla chiamata di Dio, come può attendere la liberazione? Un naufrago sa che cosa è la liberazione; un uomo solo nel deserto sa che cosa è la salvezza. Noi ci siamo convocati proprio per aiutarci a scoprire questo grido di aiuto che è presente in noi come insoddisfazione più o meno acuta. “Oriens, splendor lucis aeternae, et sol iustitiae : veni, et illumina sedentes in tenebris et umbra mortis ». Che la luce dilagante dall’Oriente venga ad illuminarci. Prima di iniziare questa breve proposta come proemio vi vorrei leggere una favoletta di Padre Gianni Bracchi:

“In quel tempo Satana era particolarmente soddisfatto.
La faccenda del censimento creava una grande agitazione, riempiendo di calcoli e di opinioni la testa della gente.
“Con i potenti così impegnati a contare gli uomini – diceva tra sé – nessuno più si ricorda quanto vale veramente un uomo”.
E il lavoro era così facile e abbondante che aveva gettato nella mischia anche i diavoli dell’ultima leva.
Quella sera però era nervoso: c’era qualcosa di strano nell’aria.
Infatti verso mezzanotte ci fu una luce, poi il silenzio, poi un grido, una gran commozione.
Allarmato Satana disse: “Cosa succede? Non era previsto! Voglio sapere! Andate a vedere!”.
Tornò presto uno dei suoi: “Tranquillo, capo! Non è niente – disse ridendo – E’ nato un bambino, fuori in campagna e tutti corrono a vederlo. Sono gasati da matti. Dico: un bambino, va beh, uno in più!”.
Ma a Satana la bocca si spalancò quasi più degli occhi e farfugliò: “Fanno festa per un bambino? Ma chi è, allora?”.
E in mezzo al fumo d’una tremenda fiammata lo si sentì urlare: “E’ la fine! E’ la fine!”.
…Sì!… per lui; ma per noi l’INIZIO”.

Proprio perché ci mettiamo cuore e anima davanti a questo “inizio”  sentiamo  le parole della esortazione di Papa Francesco  “Evangelii Gaudium” come una spinta a darci una mossa. Ad un certo punto dice: “Usciamo, usciamo!”. Siamo qui per poter andare via stasera con il cuore gonfio dalla voglia di uscire, di aprire, di spalancarci al mondo dei fratelli . L’inizio del n.49 del documento del Papa è una chiara indicazione e una provocazione che sentiamo in sintonia con tutto il contenuto dell’esperienza che stiamo vivendo e che siamo chiamati a vivere in questo nuovo Avvento. Oggi entriamo nell’Avvento, tempo di preparazione al Santo Natale, tempo di grazia e di incontro, tempo per uscire dalla schiavitù del potere mondano (cornice idolatrica e ideologica davanti alla quale noi pieghiamo ginocchia e spalle come nuovi adoratori), dall’inerzia delle posizioni di rendita (la nonna credeva di più, i figli credono un po’ di meno e i nipoti non sanno più quale è la porta della chiesa), dalla mancanza di iniziativa (senza iniziativa quello che si è incontrato svanisce), dalla perdita della creatività (l’inizio è sempre pieno di stupore, come dicono i bambini quando vengono il primo giorno alla scuola primaria al termine della giornata: “E’ stato stupendissimo”), dall’accidia, dalla rassegnazione, dalla psicologia della tomba, da un cristianesimo che vive una “perenne quaresima senza Pasqua”. “Non fuggiamo dalla risurrezione di Gesù!” Noi non siamo il gruppo degli artiglieri che celebrano la loro giornata ( avvenimento degnissimo!), non siamo un gruppo malinconicamente raccolto per ricordare qualcosa definitivamente alle spalle. Noi, in forza della risurrezione, viviamo un inizio reale, come è stato reale per Maria.

L’inizio, un nuovo inizio è quello che riaccade sempre, ogni volta che riconosciamo che Gesù è risorto. Se Gesù è risorto, Lui è il Vivente. In mezzo a noi sta Uno che è vivo, che è il Vivente e tante volte non lo riconosciamo come accadeva ai Giudei. E’  così vivente che Santa Teresa d’Avila poteva dire: “Mi sembrava che Gesù mi camminasse sempre a fianco…sentivo chiaramente che mi stava sempre al lato destro, testimone di ciò che facevo e mai potevo dimenticare, se appena mi raccoglievo un pochino o non ero molto distratta, che Lui era accanto a me” (Vita 27).
“Gesù viene, Lui in persona, incontro a noi. Non riduciamolo vagamente solo ad un nostro ideale, sentimento e modello. Egli viene a noi per donarci la sua santa umanità e per chiederci in dono la nostra umanità, così da farla diventare un prolungamento della Sua.” (Sicari, Il dono della comunione)
Nella prima lettura di domenica abbiamo letto questa espressione del popolo che diceva a Davide: “Vogliamo essere tue ossa e tua  carne?”. Mi è piaciuta tantissimo ed è la domanda che ci facciamo stamattina: “Vogliamo essere Sue ossa e Sua carne?”, di Cristo.

Per capire la forza e l’inesorabilità di questo inizio dobbiamo guardare la Madonna che non si stanca, che non si logora, che non si ferma mai. Il tempo di Avvento è pieno di quel suo andare e del suo cammino verso la cugina Elisabetta. Nei mosaici fatti dai bambini che si trovano davanti alla scuola c’è la scena dell’incontro tra la vecchia e la giovane, tra Elisabetta che aspetta Giovanni il Battista e Maria che porta Gesù. Quando arriva da lei Gesù, scoppia di gioia. I bambini hanno interpretato la gioia del Battista con delle punte che corrono sulla superficie del ventre di Elisabetta e sembra di vederli i calci del Bambino.
Lo dico fin da ora: “Tutti fuori! Usciamo!. Non rimaniamo chiusi, autoreferenziali. Non possiamo più dire: “I miei compagni non capiscono nulla!”. Via anche da questo pregiudizio accidioso, fuori verso la periferia dei cuori che attendono di essere contagiati dalla gioia di Cristo. Vai con le braccia spalancate verso chi ti aspetta, proteso cioè ad abbracciare quando arriva un ospite particolarmente gradito che suona alla porta. Se dopo 40 anni di matrimonio tra moglie e marito succede così, ci sarebbe da applaudire, talmente è bello!

Siamo chiamati ad andare da “inizio in inizio, secondo inizi che non finiscono mai”, come dice S. Gregorio di Nissa, perché le cose non possono stare come stanno se si vuole rimanere fedeli alla missione di Cristo, alla natura della Chiesa. Come possiamo sopportare tutta la muffa delle abitudini, dell’approccio alla realtà senza prospettiva, senza sapore di eternità. Neanche un capello del vostro capo andrà perduto: c’è una dichiarazione d’amore più straordinaria? Diventano insopportabili le cose, le relazioni se non si ha questo sapore di eternità.
Ci troviamo per rischiare, come dice il Papa. “Vi chiedo di rischiare. Chi rischia, il Signore non lo delude e quando qualcuno fa un piccolo passo verso Gesù, scopre che Lui già aspetta il suo arrivo a braccia aperte” (3).
Questa mattina ci troviamo per una scommessa, apriamo un quaderno operativo, ci collochiamo in un work in progress (=lavori in corso) che non si chiude. Lasciamoci afferrare nell’onda dello spirito che ha dato visibilità, incontrabilità, sensibilità all’entrata in campo di Dio nella storia. L’aveva già fatto, dalla Creazione a Giovanni Battista…ma questa missione ora diventa  di carne, diventa un Vangelo dal cuore di carne, dal cuore pulsante in favore degli uomini tutti: da Adamo fino a te che stai in terza fila! L’uomo è una realtà di carne e di ossa, di tempo e di spazio; Dio per salvare l’uomo è  diventato  di carne. L’annuncio di Dio fatto carne vuol dire che ha assunto il tempo e lo spazio e si presenta con una fisionomia, una fisionomia cristiana. Dio, il Mistero, si è circoscritto in un volto umano. Qui stanno tutto lo stupore, l’amore e la responsabilità della nostra fede. “Quel profondo stupore circa l’uomo…si chiama Vangelo, Cristianesimo” (Redemptor Hominis). Il volto di Dio è il Cristianesimo cioè il prolungamento nel tempo e  nello spazio dell’uomo Gesù.

1.    Il cristianesimo (con l’annuncio di Cristo fatto carne) è l’esaltazione  della realtà concreta, della carne, tanto che Guardini dice che non c’è nessuna religione più materialista del cristianesimo. L’Angelus (che dovremmo recitare ogni mattina) ci ricorda il momento esatto in cui Dio si è calato nella storia, cioè come seme nel seno di Maria. Quello che è accaduto a Nazareth è stato così imprevedibile (anche se “atteso” in tutto l’Antico Testamento) che ci voleva tutta l’immacolatezza e tutta la verginità di Maria…Ma quello che è accaduto continua ad avvenire attraverso le circostanze concrete  e sensibili di cui sono fatte la  vita e la giornata. Quello che è accaduto è in presa diretta  con quello che io sono,  con quello che io vivo e con quello che io faccio. Per farmi capire: nell’ipotesi che qualcuno di noi si veda limitato in quello che fa o che vorrebbe fare…non accusa frustrazione o disperazione per una attività mancata, per un risultato mancato, per una grandezza mancata. Quel che deve e può fare, anche se piccolo, è grande….perché lì (in quel frammento di tempo) vibra la presenza di Cristo, del mistero: allo stesso modo in cui è lievitato nel grembo di Maria. Lì in quel frammento (non importa quello che dobbiamo fare: tenere in mano una scopa o una penna stilografica; parlare o tacere; rammendare o fare una conferenza; curare un malato…Tutto ciò non è che la scorza della realtà splendida, l’incontro dell’anima con Dio rinnovato ad ogni minuto; un’anima, che ad ogni minuto, cresce in grazia e diventa sempre più bella per il suo Dio). “Il vizio più turpe è la distrazione…ma non vi accorgete di quanto siete belli?” (Dostoievskj). Non ti accorgi di quanto sei bello? Allora bisogna andare in profondità. Non ci si può accontentare di una firma, o meglio, andiamo a vedere la firma vera, tracciata in noi, nella dipendenza dell’essere da Dio. Suonano? Presto, andiamo ad aprire: è Dio che viene ad amarci. Un’informazione? Eccola…è Dio che viene ad amarci. E’ l’ora di metterci a tavola? Andiamoci: è Dio che viene ad amarci. Squilla il messaggino? Guardiamolo. E’ Dio che viene ad amarci. Il professore apre il registro, chiama il tuo nome? Esci. E’ Dio che viene ad amarti. Qualche giorno fa, dicendo la preghiera del mattino, pioveva molto ed io ero sotto la pioggia, mentre gli studenti del liceo era tutti rintanati sotto i portici della scuola. Loro erano al coperto ed io sotto la pioggia. Ad un certo punto all’orizzonte si è aperto tutto e mentre li guardavo un po’ con rabbia, lo stupore mi è salito agli occhi: è venuto fuori un arcobaleno che ha abbracciato tutta la bergamasca. Ho detto loro: “Voi sotto il portico ed io alla pioggia? La bellezza che io vedo voi non la vedete!”. 

2.    Lì in quel frammento ci sentiamo immersi nel grande Mistero, come nel mare: come l’io si immerge in un “tu” pronunciato con tutto il proprio cuore (come si sente il naufrago che vede la mano del soccorritore che lo salva? Come il bambino quando guarda e sente la mamma?…). La fede è quando l’intelligenza umana si riempie di questo mistero presente, cioè quando la mia povertà di creatura sta a braccia spalancate e si lascia riempire dal mistero di Dio. Ci domandiamo: si può vivere senza la fede? Perché i ragazzi possono dire con disarmante facilità: “Mamma, io non vado a messa, perché io non credo più”? Perché è proprio questo il punto: senza l’incarnazione, la vita, la passione, la morte e la risurrezione di Cristo, cosa resta?  Dobbiamo pensarci davvero almeno una volta. C’è una sola alternativa: la vita può essere straordinariamente affascinante, ma alla fine c’è il vuoto, c’è il niente! Senza Cristo c’è il nulla. Del resto Gesù l’ha detto nel Vangelo: “Senza di me non potete far niente!”. L’uomo ha bisogno di Dio o può vivere abbastanza bene anche senza? In fondo possiamo passare le giornate “abbastanza bene”!,  ma le passiamo abbastanza bene perché non ci pensiamo, perché passiamo sopra a questa provocazione.

3.    Ma questa  è una illusione (la parola latina  ha come sua radice ultima la parola “gioco”). L’illusione è venir giocati, derubati dal di dentro. Per non rimanere vittime di questa illusione dobbiamo scoprire come antidoto la preghiera. Sassoli, direttore della rivista “Arte navale”, vittima di un naufragio in pieno oceano,ci raccontava come il mare, la notte, il cielo, le stelle…costringono alla preghiera. Dostoevskij, a conclusione de I Demoni, scrive: “Basta il costante pensiero che esiste qualcosa di infinitamente più giusto e più felice di me per colmare anche me tutto quanto di infinita commozione e di gloria: oh, chiunque io sia stato e qualunque cosa abbia fatto! (…) Tutta la legge dell’umana esistenza sta solo in questo: che l’uomo possa sempre inchinarsi all’Infinitamente grande. A privare gli uomini dell’infinitamente grande essi non vorrebbero e morirebbero nella disperazione. L’immenso e l’infinito è altrettanto indispensabile all’uomo come quel piccolo pianeta sul quale egli abita”. Cancelliamo le leggi di Dio e diventiamo schiavi di mille leggi umane, cancelliamo Dio e aboliamo l’uomo.

a.    In questo Avvento la parola chiedere, domandare, pregare diventa importante e decisiva. Per immergerci nella grande Attesa di Dio fatto carne, dobbiamo supplicare, domandare: è la risorsa più grande che possiamo sfruttare. Come l’intelligenza più viva è quella dei pastori che lasciano tutto per andare a Betlemme, così la passione, l’affettività, la volontà più ricca e intensa è domandare come fa la Liturgia: “Apriti, spalancati, o cielo”; “O Dio, vieni a salvarmi”; “Affretta il momento dell’incontro”. Se il tuo desiderio “Vieni, vieni” è davanti a Lui, è sincero, Lui che vede nel segreto, lo esaudirà. Quando San Paolo dice: “Pregate incessantemente” (1Ts 5,17), non dice questo perché ci mettiamo in ginocchio, con le mani alzate come Mosè (tanto non lo faremmo) … c’è un’altra preghiera (un’altra domanda) non quantitativa, ma qualitativa: è quella interiore, quella del cuore. Qualunque cosa tu dica o faccia comincia a desiderare che Gesù venga! Ma perché questa preghiera interiore scorra come scorre il sangue nelle vene, occorre avere l’umiltà di fermarsi. Senza una regola di preghiera (Lodi, dieci minuti di preghiera con la Scuola di Cristianesimo, Messa infrasettimanale, compieta) non ci sarà nessuna prospettiva per una preghiera profonda, coraggiosa, fatta con il cuore. Bisogna essere concreti: prendi la corriera per andare a scuola? Allora tira fuori il libretto delle ore e recita le lodi. Quanti di voi potrebbero farlo prima di arrivare a scuola, sfruttando il viaggio in pullman! Dicendo lodi, magari guardi con amore i tuoi compagni e allora invece di dire cavolate dentro il pullman, c’è il miracolo di uno sguardo cristiano.

b.    Cosa  accade se ci immergiamo così nella Grande Attesa? Ci prepariamo alla luce: “Verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge” (Lc 1,7-8). Alza la testa, guarda, viene il Signore a liberarti. “Immaginiamoci, dunque, la notte; una notte fonda, senza luna e con le stelle oscurate dalle nuvole, una notte oscura. Immaginiamoci, improvvisamente il sole. Paragoniamo le due cosa: è sorto il mondo, non c’era ed è sorto, definito nei suoi particolari, nei fili d’erba, nei fiorellini di campo, nell’uccellino che cade come nel Benedicite alle lodi: il cielo e la terra, il vento e la pioggia, il sole e il calore. Nasce il mondo in questa luce getta sulla nostra esperienza della realtà, in questa luce che si irradia, che irradia tutto il nostro vivere, cioè tutto il nostro rapporto con il reale: il reale si rigenera, il reale rinasce…tutto nasce di nuovo. (Don Giussani). Anche il rapporto con la mamma è dentro questa luce. Al di fuori di questa luce è facile rubare, impadronirsi, non rispettare. Non è questione di regole, è questione di luce, altrimenti anche un rapporto invece di uscire, di andare, di aprirsi, di spalancarsi, diventa morboso, cioè imprigiona dentro un progetto affettivo e non costruisce futuro e definitività. E’ un nuovo inizio. Tutti fuori!! …sulle strade aperte dalla “via pulchritudinis”, la via del Vangelo. Tutti fuori a testimoniare la bellezza e la differenza tra l’uomo del “futuro” e l’uomo dell’ “avvento”. L’Avvento è il tempo di strade. L’uomo dell’avvento è quello che –dice il salmo – ha sentieri nel cuore, percorsi dai passi di Dio. Quando gli uomini parlano del domani, del futuro..ne parlano come di una evoluzione, di un risultato che si colora ottimisticamente o pessimisticamente a seconda del carattere, della sensibilità temperamentale. Ma in fondo in fondo il futuro è sempre un po’ pauroso e velleitario. L’uomo che si incammina nel futuro sia che insegua il fantasma dei suoi sogni e dei suoi progetti o si lasci andare un po’ a casaccio…è sempre più solo. Il futuro si consuma nella solitudine. Il linguaggio dell’Avvento, invece, è un linguaggio di comunione. L’Avvento è un avvenimento a due: l’amico che aspetta l’Amico che viene; la sposa che aspetta lo Sposo che viene; il fratello che aspetta il Fratello che viene. Nell’Avvento il cammino, la strada è per incontrare Qualcuno che mi viene incontro, che mi sta raggiungendo. Non so da dove verrà, ma verrà! A volte può venire anche attraverso ciò che non vorrei, come il dolore, la malattia, la sofferenza. Altre volte viene attraverso un’alba meravigliosa, attraverso il lavoro che hai o attraverso il lavoro che non hai. L’immagine dell’Avvento è l’immagine della persona che aspetta Qualcuno. L’Avvento è di chi ama!  Il futuro è di chi ha paura  e quindi l’uomo si chiude nella tana dei propri sogni. Chi ama si consuma. Nell’ora nona di ieri il Salmo 118 diceva: “Mi consumo nell’attesa della Tua salvezza…si consumano i miei occhi dietro la Tua Promessa”. Ecco il contenuto dell’andare. Andiamo, andiamo, fuori. L’amore ha questa sostanza, ha questo tipo psicologico: si svena, si consuma, non calcola, non stabilisce pari opportunità, è sempre dalla parte del di più della generosità. Vorrei terminare con le parole che il Papa ieri ha detto agli universitari: “Sono diverse le sfide che voi giovani universitari siete chiamati ad affrontare con fortezza interiore e audacia evangelica. Il contesto socio-culturale nel quale siete inseriti a volte è appesantito dalla mediocrità e dalla noia. Non bisogna rassegnarsi alla monotonia del vivere quotidiano, ma coltivare progetti di ampio respiro, andare oltre l’ordinario: non lasciatevi rubare l’entusiasmo giovanile. Sarebbe uno sbaglio anche lasciarsi imprigionare dal pensiero debole e dal pensiero uniforme, come pure da una globalizzazione intesa come omologazione. Per superare questi rischi, il modello da seguire non è la sfera, in cui è livellata ogni sporgenza e scompare ogni differenza; il modello è invece il poliedro, che include una molteplicità di elementi e rispetta l’unità nella varietà. Il pensiero, infatti, è fecondo quando è espressione di una mente aperta, che  discerne sempre illuminata dalla verità, dal bene e dalla bellezza. L’impegno di camminare nella fede e di comportarvi in maniera coerente con il Vangelo vi accompagni in questo tempo di Avvento, per vivere in modo autentico la festa del Natale del Signore. Vi può essere di aiuto la bella testimonianza del beato Pier Giorgio Frassati, il quale diceva: “Vivere senza una fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere una lotta continua la verità, non è vivere ma vivacchiare. Noi non dobbiamo mai vivacchiare, ma vivere”. Buon cammino verso Betlemme”.

 

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