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Gesù bambino e ogni bambino

Gesù bambino e ogni bambino: brilla “il vangelo della vita” a Betlemme
Il “potere” dell’uomo e l’imperativo filiale nell’era tecnologica
di P. Ermanno BARUCCO ocd

Il celebre aforisma del poeta indiano R. Tagore, «ogni bambino che nasce ci ricorda che Dio non è ancora stanco degli uomini», potrebbe essere accostato al gesto che a volte papa Francesco ha mostrato accarezzando il pancione di una donna in gravidanza. Parole e gesti ancor più significativi in questo periodo ormai prossimo al Natale.
Con questi temi inizia anche l’enciclica di Giovanni Paolo II “Il Vangelo della vita” del 1995: «All’aurora della salvezza, è la nascita di un bambino che viene proclamata come lieta notizia: “Vi annunzio una grande gioia… oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore” (Lc 2,10-11). A sprigionare questa “grande gioia” è certamente la nascita del Salvatore; ma nel Natale è svelato anche il senso pieno di ogni nascita umana, e la gioia messianica appare così fondamento e compimento della gioia per ogni bimbo che nasce» (EV 1). Questo “svelamento” vale altresì per tutti i momenti della vita, i quali non sono solo pieni di umana gioia, ma di grazia: la nascita di ogni bambino è più bella e “graziosa” dopo la nascita di Gesù e la vita umana è “sovrabbondante” con la Vita donata da Gesù.

Lo sguardo si dirige a Maria che con la sua maternità si trova alla sorgente di questo mistero: «Attraverso la sua accoglienza e la sua cura premurosa per la vita del Verbo fatto carne, la vita dell’uomo è stata sottratta alla condanna della morte» (EV 102). Gesù ha poi trovato «certamente l’accoglienza dei giusti, che si uniscono al “sì” pronto e gioioso di Maria. Ma c’è anche, da subito, il rifiuto di un mondo che si fa ostile e cerca il bambino “per ucciderlo” (Mt 2,13), oppure resta indifferente e disattento al compiersi del mistero di questa vita che entra nel mondo: “non c’era posto per loro nell’albergo” (Lc 2,7)» (EV 33). Poiché «il Figlio di Dio, con la sua incarnazione si è unito in certo modo a ogni uomo» (GS 22), risulta che il rifiuto di ogni uomo è perciò stesso rifiuto di Cristo, che Egli ha già sperimentato e che continua a sperimentare in ogni uomo non accolto.

Ci pare significativo inoltre il discorso Urbi et orbi di Giovanni Paolo II del Natale 1987, lo stesso anno della pubblicazione di Donum vitae. Redatto in stile poetico, celebra la vita umana e la sua origine nell’amore generante di Dio contemplando il Figlio eternamente generato dal Padre e “oggi” generato come bambino nel mondo, tra le braccia di Maria. Anche l’uomo raggiunge il vertice del mistero divino quando è “generato da Dio” e ricevere il “potere” di diventare figlio di Dio: «Sapranno gli uomini avvalersi di tale potere? / L’interrogativo si è posto per ogni generazione della storia. / Ma ritorna con intensità particolare in questo nostro tempo, / nell’era tecnologica; / perché mai come oggi l’uomo è stato tentato / di credersi autosufficiente, / capace di costruire con le proprie mani la propria salvezza».
Nell’ammirabile scambio tra la finitezza dell’uomo «e il tutto di un Dio, venutogli incontro / nella fragile carne di un Bimbo», l’uomo può scoprire che Dio «vuole fare di ogni nato di donna / un figlio suo nel Figlio / tutti fratelli nell’unica famiglia di Dio». L’alternativa tra il “dominio” o il “servizio” nei riguardi della vita umana, sviluppata da Donum vitae, è ripresa qui nel tema di un “potere” che non è quello della sopraffazione sull’uomo ma della “possibilità” data a tutti gli uomini di realizzare la propria vocazione filiale.

Anche le affermazioni tratte da Donum vitae, «ciò che è tecnicamente possibile non è per ciò stesso moralmente ammissibile» e «nessun biologo o medico può ragionevolmente pretendere, in forza della sua competenza scientifica, di decidere dell’origine e del destino degli uomini», andrebbero rilette in questa logica. La possibilità tecnica deve quindi essere esercitata nella prospettiva etica che richiede il rispetto di ogni uomo, già fin dal concepimento, secondo un “imperativo filiale” diciamo, parafrasando gli imperativi categorici di Kant così: «Agisci solo secondo la massima per la quale ciò che tecnicamente puoi sia allo stesso tempo ciò che moralmente vuoi in prospettiva filiale: cioè che la tua ragione voglia che tutti possano diventare figlio nel Figlio» e «Agisci in modo da trattare l’umanità, tanto in te come in ogni altro, “come una persona”, sempre nello stesso tempo come un predestinato a essere figlio nel Figlio, perché così è svelato pienamente l’uomo all’uomo stesso».

p. Ermanno Barucco ocd
Studium Generale Marcianum

in Gente Veneta [Settimanale diocesi di Venezia] a. XXXIX, n. 46 (14 dicembre 2013) p. 7.

 

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