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Chiamata universale degli uomini al rapporto con Dio

LA PREGHIERA CRISTIANA
2° Articolo riguardo la Quarta Parte del COMPENDIO del Catechismo. 
di P. Agostino PAPPALARDO Ocd

Noi uomini abbiamo aspirazioni più grandi di noi stessi, desideri immensi, e nella nostra intima costituzione naturale siamo “fatti” per volgerci, domandare a Qualcuno più potente che possa accontentarci, esaudirci: “L’uomo è un mendicante di Dio”. Ma, come concludeva l’articolo scorso,  “l’ umiltà è il fondamento della preghiera”; infatti “nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare”. Impariamo dalla storia.

Il Compendio spiega perché esiste una chiamata universale alla preghiera:  Il Signore “per primo, tramite la creazione,  chiama ogni essere dal nulla, e, anche dopo la caduta, l’uomo continua ad essere capace di riconoscere il suo Creatore”, conservandone il desiderio. “E’ Dio il primo ad attrarre incessantemente ogni persona all’incontro misterioso…” con Lui (n. 535). L’uomo, coronato “di gloria e di splendore”, anche dopo aver perduto la somiglianza con il suo Creatore, rimane ad immagine del medesimo Signore. Tutte le culture, i gruppi umani dell’intero arco storico testimoniano la ricerca di fondo, sia pure mista ad errori e limiti, di una relazione stabile con una Presenza divina, di un contatto “a tentoni” con questa e quindi manifestano, con i molteplici culti sviluppati, l’ intuizione, la speranza di una vita buona, felice, senza fine, nell’Aldilà . L’Autore dell’universo chiama l’uomo, sia che questi – dice il Catechismo “dimentichi il suo Creatore oppure si nasconda lontano dal suo Volto, sia che corra dietro ai propri idoli o accusi la divinità di averlo abbandonato…” (n. 2567); Dio si rivela gradualmente lungo la storia e svela all’uomo la sua stessa identità originaria smarrita, il nostro vero volto; si manifesta coinvolgendoci in una relazione, un’amicizia – Alleanza con Lui che impegna tutto il cuore; tale rapporto, vissuto dal nostro versante di uomini, possiamo chiamarlo: Preghiera.

Nell’Antico Testamento il rivelarsi della preghiera si inserisce tra l’evento della drammatica caduta degli uomini, la separazione rovinosa da Colui che è la Vita felice e l’Avvenimento del riscatto, la Redenzione della stessa umanità, tra la domanda accorata di Dio ai suoi primi figli: “Dove sei?. . . Che hai fatto?”  e la stupenda divina risposta del Figlio unigenito mentre entra nel mondo: “Ecco, io vengo. . . per fare, o Dio, la tua volontà”. Così la preghiera è intrecciata alla storia umana; è il rapportarsi con Dio dentro le vicende che si susseguono.

La creazione – sorgente della preghiera. Parte innanzitutto dalla realtà della creazione la prima modalità di un confronto con Dio. I primi nove capitoli della Genesi descrivono questa relazione come offerta dei primogeniti del gregge da parte di Abele, come invocazione del Nome divino da parte di Enos, come cammino con Dio. L’offerta di animali e olocausti, da parte di Noè è gradita a Dio, che lo benedice – e, attraverso lui, benedice tutta la creazione  – perché il suo cuore è giusto e integro: egli pure cerca di camminare sempre con Dio. Questa qualità della preghiera è vissuta da una moltitudine di giusti in tutte le religioni. Nella Sua Alleanza, che non verrà mai meno,  con gli esseri viventi, (vedi Gen 9,8-16: “Questo è il segno dell’alleanza che io pongo tra me e voi e ogni essere vivente che è con voi… Pongo il mio arco sulle nubi… Io lo guarderò per ricordare l’alleanza eterna tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne sulla terra” ), Dio sempre chiama gli uomini a pregarlo. Ma è soprattutto a cominciare da Abramo nostro padre che nell’Antico Testamento viene rivelata la preghiera.

Abramo: La Promessa e la fede orante.  Non appena Dio lo chiama, Abramo parte “come gli aveva ordinato il Signore” (Gen 12,4): il suo cuore è interamente “sottomesso alla Parola”; ascolta ed esegue; è  deciso a vivere quello che gli dice Dio; questo è essenziale alla preghiera: le parole di domanda sono relative e significative soltanto dentro questa decisione. Il pregare di Abramo si esprime prima di tutto con azioni concrete: uomo del silenzio, ad ogni tappa costruisce un luogo il più possibile adeguato per una relazione vera con la Divinità: un altare al Signore. Solo più tardi esprime la sua prima preghiera con parole: un velato lamento che ricorda a Dio le sue promesse (Gen 15,2-3). Così, inizia a emergere un aspetto drammatico del rapporto con l’Onnipotente: credere nella Sua fedeltà dentro la difficoltà, la prova. Il patriarca vive la fiducia in Dio, cammina alla Sua Presenza, custodisce l’amicizia, l’ alleanza con Lui; è pronto ad accogliere sotto la propria tenda l’arrivo e la manifestazione dei Tre misteriosi Personaggi: è la stupenda ospitalità di Mamre. Da quel momento, dopo che l’Altissimo gli ha confidato il proprio Disegno, il cuore di Abramo è in sintonia con la compassione del Signore per gli uomini, ed egli osa intercedere per loro con una confidenza audace (Vedi Gen 18). Ma ecco l’ultima e più incandescente purificazione della sua fede: proprio a lui, che aveva ricevuto le promesse di una discendenza carnale immensa, viene chiesto di sacrificare l’unico figlio che Dio gli ha donato. Abramo ha una profonda fiducia e non vacilla: “Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto” (Gen 22); è sicuro infatti che “Dio è capace di far risorgere anche dai morti”. Così il padre dei credenti è configurato al Padre che non risparmierà il proprio Figlio, ma lo darà per tutti noi (Rm 8,32). E la preghiera in certo modo ridona all’uomo la possibilità di divenire amico, collaboratore di Dio, gli restituisce  la somiglianza col Creatore e lo rende partecipe della potenza di quell’Amore Divino che salva molti. In seguito Dio rinnova le proprie Promesse a Giacobbe, l’antenato delle dodici tribù d’Israele (Gen 28). Questi deve affrontare una lotta per l’intera notte con un misterioso personaggio, che non gli rivela la propria identità, ma lo benedice prima di lasciarlo all’alba. La tradizione spirituale della Chiesa ha visto in questo racconto il simbolo della preghiera come combattimento della fede e vittoria della perseveranza (Gen 32)..

Mosè: La preghiera del mediatore. Per cominciare a realizzare la Promessa (la Liberazione Pasquale d’Israele e la stipulazione dell’Alleanza) Dio  parte con la Sua iniziativa: chiama Mosè dal roveto ardente (Es 3). E’ un avvenimento che resta una delle “icone” fondanti della preghiera nella tradizione ebraica e cristiana: il Dio vivente si rivela per salvare gli uomini, perciò chiama Mosè e lo associa alla sua compassione, alla sua opera di salvezza. Afferma il Catechismo: “C’è come un’implorazione divina in questa missione, e Mosè, dopo un lungo dibattito, adeguerà la sua volontà a quella del Dio Salvatore”. In quel dialogo in cui “Dio si confida, Mosè impara anche a pregare: cerca di tirarsi indietro, muove obiezioni, soprattutto pone interrogativi, ed è in risposta alla sua domanda che il Signore gli confida il proprio Nome indicibile…” (n. 2575).  “Il Signore parlava con Mosè faccia a faccia …” (Es 33,11 ). La preghiera di Mosè è tipicamente contemplativa e grazie ad essa il servo di Dio è fedele alla propria missione; “s’intrattiene” spesso, a lungo con il Signore, salendo la montagna per ascoltarlo e implorarlo, discendendo verso il popolo per riferirgli le parole del suo Dio e guidarlo. “Egli è l’uomo di fiducia…” (Nm 12,7-8 ).    In questa intimità con il Fedele, lento all’ira e ricco di grazia, attinge la forza e la tenacia della sua intercessione. Non prega per sé, ma per il popolo. Già durante il combattimento contro gli Amaleciti o per ottenere la guarigione di Maria, Mosè intercede. Ma è soprattutto dopo l’apostasia del popolo che egli sta “sulla breccia” di fronte a Dio (Es 32  e Sal 106)) per salvare Israele. Gli argomenti del suo confronto serrato con l’Altissimo, come  un misterioso combattimento, ispireranno l’audacia dei grandi oranti del popolo ebreo come dei cristiani: il Dio potente, giusto e fedele, operatore di meraviglie, non può contraddirsi; per la Sua Gloria, non può abbandonare il Suo stesso popolo.

DAL COMPENDIO

535.  Perché esiste una chiamata universale alla preghiera?
Perché Dio, per primo, tramite la creazione,  chiama ogni essere dal nulla, e, anche dopo la caduta, l’uomo continua ad essere capace di riconoscere il suo Creatore conservando il desiderio di Colui…

536. In che cosa Abramo è un modello di preghiera?
Abramo è un modello di preghiera perché cammina alla presenza di Dio, lo ascolta e gli obbedisce… Abramo osa intercedere per i peccatori con audace confidenza.

537. Come pregava Mosè?
La preghiera di Mosè è tipica della preghiera contemplativa: Dio, che chiama Mosè dal Roveto ardente, s’intrattiene spesso e a lungo con lui «faccia a faccia, come un uomo con il suo amico» (Es 33,11). Da questa intimità con Dio, Mosè attinge la forza per intercedere con tenacia a favore del popolo: la sua preghiera prefigura così l’intercessione dell’unico mediatore, Cristo Gesù.

Primo articolo

 

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