Sulla sponsalità di Cristo

Al centro della seconda lezione di Scuola di Cristianesimo vi è l’immagine dell’umanità intera vista come «sposa» di Cristo. Dicendo «umanità intera» si vuole sottolineare che anche l’elemento maschile è chiamato a far propria questa prospettiva. Come ha scritto Giovanni Paolo II, «“essere sposa”, e dunque il femminile, diventa simbolo di tutto l’umano, secondo le parole di Paolo: “Non c’è più uomo né donna, poiché tutto voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28)». Poi, applicando il discorso all’ambito strettamente cristiano, egli così concludeva: «Nella Chiesa ogni essere umano – maschio e femmina – è la “sposa” in quanto accoglie in dono l’amore  di Cristo, redentore, come pure in quanto cerca di rispondervi col dono della propria persona» (Mulieris dignitatem, n. 25).

Cristo «sposo»

Se ogni essere umano è chiamato a sentirsi «sposa» ciò significa che, in maniera per così dire speculare, deve esserci chi incarna la realtà dello «sposo». Certo nel nostro linguaggio abituale chiamare Cristo «sposo» non ci è molto familiare, eppure se leggiamo con attenzione il Nuovo Testamento vediamo senza troppa difficoltà che Cristo stesso ha parlato di sé come di uno «sposo». Lo ha fatto identificandosi con lo sposo nella parabola delle vergini sagge e di quelle stolte (Mt 25, 1ss); lo ha sostenuto quando ha difeso i suoi discepoli dall’accusa di non digiunare perché «lo sposo», cioè lui, «è con loro» (Mc 2,19); Giovanni Battista lo ha proclamato ai suoi interlocutori: «Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo» (Gv 3,29). Infine San Paolo guardava a Cristo come a uno «sposo» a cui affidare coloro ai quali annunciava Cristo risorto e vivo: «Io provo infatti per voi una specie di gelosia divina: vi ho promessi infatti a un unico sposo, per presentarvi a Cristo come vergine casta (2Cor 11,2). Anche se nell’immaginario cristiano, aiutato in ciò anche dall’arte, è più facile associare a Cristo, ad esempio, il termine «sacerdote», è utile ricordare che nel Vangelo nemmeno una volta Cristo lo applica a sé.  Ciò, invece, avviene, come abbiamo visto, per quanto riguarda il termine di «sposo».

La sponsalità come simbolo

Il testo di Giovanni Paolo II sopra riportato contiene un termine sul quale vale la pena soffermarsi brevemente. Si tratta della parola «simbolo» e si afferma che «il femminile diventa simbolo di tutto l’umano». A ben guardare anche «sposo» e «sponsalità» devono essere considerati nel suo valore di «simbolo».
Ricordiamo che  il linguaggio simbolico della Bibbia parte dall’immagine per poi passare ad un altro livello di significato: la montagna diventa «simbolo» dello sforzo morale o di quello spirituale. Nella festa della Madonna del Carmine si chiede a Dio di «giungere alla santa montagna, Cristo Gesù, nostro Signore». Diversamente dal «simbolo» «l’allegoria» muove, invece, da un’idea astratta, ad esempio quella di giustizia, e cerca poi una traduzione nella figura della dea con la bilancia e la spada.
Nel linguaggio religioso il termine «simbolo» ha un valore diverso da quello usato nel linguaggio corrente. Nel nostro immaginario il «simbolo» della bandiera «raffigura», «rappresenta» l’Italia, ma l’Italia non «è presente» nella stoffa della bandiera come l’acqua non «è presente» nella formula H2O. Nella concezione cristiana il «simbolo» ha  il compito di rivelare e far partecipare a ciò che viene rivelato. Per il teologo russo Pavel Evdokimov il simbolo «pone se stesso come luogo della presenza» e perciò «è epifanico». Per Alexsander Schmemann, altro grande teologo russo, «il simbolo è manifestazione e presenza di qualcos’altro, ma precisamente in quanto altro, cioè come una realtà che, in quelle particolari circostanze, non può essere rivelata se non attraverso il simbolo».
Un esempio basta a illustrare quanto abbiamo detto: nel rito del battesimo il «simbolo» dell’acqua benedetta manifesta e comunica al battezzato la grazia, la vita di Dio, di cui è portatrice. Ovviamente tutto questo discorso ha come presupposto la fede del credente, senza la quale anche la partecipazione al rito con i suoi simboli non servirebbe a nulla.
Da quanto detto è facile allora capire quanto sia importante familiarizzarsi con i simboli e il linguaggio simbolico propri della Sacra Scrittura e della tradizione cristiana. «Solo chi ha sentimento per il simbolismo, ha scritto Hans Urs von Balthasar, trova accesso al mondo del Vangelo, il cui insegnamento è pur sempre concreto. La comprensione della Bibbia viene meno là dove la si riduce a un manuale della religione e della morale».
L’amore, che trova forma ed espressione nel «simbolo» della «sponsalità»,  conferisce al rapporto tra Cristo e la Chiesa, e, in essa, tra Cristo e il cristiano, una profondità difficilmente sondabile e che possiamo forse sbrigativamente descrivere in termini di «appartenenza» e di «abbandono». Solo l’esperienza dei santi può introdurci in questo itinerario sponsale.

Cedere il passo a questo amore

Chi ha pensato con il linguaggio simbolico sponsale l’essere creato è stata la filosofa Simone Weil che non aderì mai alla fede cristiana. Il testo, che riportiamo qui di seguito, è un’ottima sintesi di quanto abbiamo precedentemente affermato:
«Non siamo in grado di muoverci verticalmente. Non possiamo fare neppure un passo verso il cielo. Dio attraversa l’universo e viene fino a noi. Al di là dello spazio e del tempo infinito, l’amore infinitamente più infinito di Dio viene ad afferrarci. Viene quando è la sua ora. Noi abbiamo facoltà di acconsentire ad accoglierlo o di rifiutare. Se restiamo sordi, egli torna e ritorna ancora, come un mendicante; ma un giorno, come un mendicante, non torna più. Se noi acconsentiamo, Dio depone in noi un piccolo seme e se ne va. Da quel momento, a Dio non resta altro da fare, e a noi nemmeno, se non attendere. Dobbiamo soltanto non rimpiangere il consenso che abbiamo accordato, il sì nuziale. Non è facile come sembra, perché la crescita del seme, in noi, è dolorosa. Inoltre, per il fatto stesso che accettiamo questa crescita, non possiamo fare a meno di distruggere ciò che potrebbe intralciarla, di estirpare le erbe cattive, di recidere la gramigna; purtroppo queste erbacce fanno parte della nostra stessa carne, per cui tali operazioni di giardinaggio sono cruente.
Ciò nonostante il seme, tutto sommato, cresce da solo e viene un giorno in cui l’anima appartiene a Dio, un giorno in cui non soltanto acconsente all’amore ma ama veramente. Bisogna allora che essa, a sua volta, attraversi l’universo per giungere fino a Dio. L’anima non ama di un amore creato, come una creatura. Questo suo amore è divino, increato, perché essa è pervasa dall’amore di Dio per Dio. Dio solo è capace di amare Dio. Noi possiamo soltanto acconsentire a rinunciare ai nostri sentimenti per cedere il passo, nella nostra anima, a questo amore. Ecco che cosa significa rinnegare se stessi. Noi siamo creati solo per acconsentire a questo».

P. Aldino Cazzago, ocd