“Non puoi tornare a casa e vivere come se non fossi mai partito”

Dalla Romania una splendida testimonianza di Giovanni Longo

Ciao carissimi,
mi è stato chiesto di condividere con voi la mia esperienza di missione qui in Romania
Da dove cominciare quindi? Dal principio!
Dal momento in cui si decide di partire, si combatte con le insicurezze comprensibili di “un altro
paese”, “un’altra lingua”, “un’altra cultura”, e ti chiedi sempre se riuscirai ad essere forte anche con
migliaia di chilometri tra te e le tue comodità, le persone che conosci, tra te e quella tua campana di
vetro fatta di parenti, amici, lavoro ecc.
La vita nel villaggio è la vita di una famiglia di famiglie, in cui ognuna accoglie diversi ragazzini
provenienti da situazioni difficili alle spalle; l’accoglienza è calorosa, sia da parte delle famiglie, sia
dalle due ragazze con le quali condividerò questi cinque mesi, sia casa che le attività. La convivenza
con persone che non consci, che non ti conoscono, con culture diverse, loro di Trento e Cuneo, io
dalla Sicilia, non è sempre idilliaca, e porta al più grande cambiamento, quello di comprendere che
non sempre si è compresi nei momenti di stanchezza o di nervosismo, ed il più grande lavoro la sera
è sempre quello di essere una piccola famiglia e prenderci cura l’uno dell’altro.

Essere qui è un perenne incontro, è un incontro fatto di sguardi, a volte indagatori, di chi ti guarda
forse chiedendosi se non sei lì perché pagato, o a volte sono sguardi che riflettono i tuoi, seguiti da
sorrisi che riflettono il tuo; perché appunto è proprio questa la cosa più bella, la maggior parte del
tempo si passa con i bambini del doposcuola, e nel momento in cui non conosci ancora la lingua e
non puoi aiutarli nei loro compiti scolastici, basta un solo sguardo, un occhiolino, un sorriso, e li
vedi farsi piccini piccini e cercare di nascondere quei sorrisini.
È un incontro anche quando vai nelle loro case, quando vedi come e dove vivono, e ti rendi conto di
come molte cose che pensavi fossero indispensabili per la tua vita, alla fine non lo sono così tanto.
Poi, dopo l’incontro con la diversità, arriva l’incontro con la sofferenza, ed è un altro incontro con
un impatto molto forte. La sofferenza di un vecchietto considerato troppo vecchio per ricevere delle
cure, e lasciato lì a morire lentamente, la sofferenza incontrata nei corridoi delle strutture per i
bambini con disabilità, la sofferenza velata, nascosta, dietro gli occhi di bambini che sono dovuti
diventare adulti ancor prima di essere chiamati adolescenti, o per l’appunto bambini nelle camere
degli orfanotrofi.

Ma il più grande incontro lo fai con te stesso, in ogni singolo momento, quando il vecchietto ti
stringe la mano e ti ringrazia per essere andato a trovarlo, quando il bimbo in carrozzina è felice che
tu lo faccia passeggiare avanti e indietro per il corridoio, quando uno di quei bambini diventati
adulti ancor prima di essere realmente bambini, ti chiede quanto tempo resterai li con lui e ci rimane
male quando dici solo per quel giorno, quando un bimbo del doposcuola ti ringrazia perché è
riuscito a leggere la sua prima parola, o a scriverla, o a fare di conto senza usare le dita.
È un esperienza che ti segna nel profondo, giorno dopo giorno, che ti permette di guardare quel
mondo che ti sei lasciato a casa per renderti conto di quanto ogni attimo di quella vita è un dono, ti
rendi conto di quanti grazie non detti, di quante cose pretese solo per il gusto di pretendere e ti rendi
conto della cosa più grande, non puoi tornare a casa e vivere come se non fossi mai partito, come se qui fosse un bel periodo di vacanza, perché tutto ciò non può non toccarti, non può non cambiarti, e forse questo periodo non mi riempirà il portafoglio, forse anzi me lo alleggerirà, ma il cuore sarà il bagaglio più pesante che riporterò a casa e gli occhi quello più leggero per vedere le cose che avevo perso: la capacità di vedere.
Quanto tempo pensate sia trascorso da quando sono in Romania? Beh, solo un mese su cinque!!!
Un abbraccio.
Giovanni