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La ferita e la luce

Come l’erba sono i giorni dell’uomo, come il fiore del campo… / Lo investe il vento e più non esiste e il suo posto non lo riconosce” (Sal 112,15).

Avremo già sentito chissà quante volte queste parole del Salmo e, chissà quante volte, le abbiamo pregate. Ma è diverso rileggerle e pronunciarle oggi, mentre il timore per il contagio del coronavirus sta cambiando le preoccupazioni e il senso delle nostre giornate. Quella che si va diffondendo, infatti, è una nuova percezione di precarietà, cioè di poca consistenza delle nostre certezze e della nostra vita, che si scopre nuda e indifesa. Forse ci pensiamo poco, e mai davvero seriamente: ma… quanto siamo piccoli! Creature… che normalmente vivono nella convinzione (l’illusione) di avere in mano il tempo e il progetto, il timone e la direzione della loro esistenza, dimenticando fino a che punto questa non ci appartenga. Cioè fino a che punto la vita possa e debba essere vissuta soltanto nell’affidamento all’Unico che può custodirla. L’Unico che ha il potere di crearla e di riprenderla.

C’è inoltre una percezione di precarietà, meno privata e più pubblica, che oggi è messa in evidenza dalla rapida diffusione del contagio. L’uomo troppo sicuro di sé, che costantemente gioca con la tentazione dell’onnipotenza, rischia infatti di proiettare la sua cecità anche al livello sociale: nel modo in cui la politica decide, nel modo in cui la finanza agisce, nel modo in cui a livello legislativo, culturale e commerciale ci si sente padroni della vita. E poi padroni della nascita, padroni della morte, padroni della verità sessuale ed affettiva, padroni dell’educazione dell’umano. Ma una vicenda come quella del coronavirus -per il modo in cui mette in rapporto la piccolezza del virus e la grandezza della nostra presunzione – permette di riflettere quasi di schianto sulla reale (in)consistenza di alcune visioni. Anche a livello strettamente politico. Da un lato il modello dell’uomo globale, disegnato dal pensiero dominante, che proprio mentre pretende di mettere in connessione tutto, il bene come il male, dimentica il valore autentico della persona umana, con la sua unicità storica, culturale e morale, come pure con la sua fragilità. E da un altro lato anche il modello dell’uomo sovrano che, nel nome di una sua presunta autosufficienza, predica e difende l’isolamento, trovandosi poi rapidamente in crisi di fronte a emergenze simili a quella attuale, che vanno ben aldilà di un problema nazionale.

Vita vulnerabile

No, la crisi di oggi brutalmente ci risveglia. E ce lo dice. Che non siamo né onnipotenti, né uomini globali, né sovrani autosufficienti. Dovremmo invece ricordare, come si diceva sopra, che la nostra piccolezza si colloca sulla scena di una storia ben più grande di noi, che a sua volta può rivelarsi fragile, anche solo per l’inceppamento di un minuscolo ingranaggio del “sistema”.

Se siamo piccoli, poi, siamo anche esposti. La nostra piccolezza è cioè sinonimo di vulnerabilità. Una vulnerabilità fisica che stanno constatando fino in fondo – con una crudezza e un’angoscia forse mai sperimentate in questo modo – in particolare i medici, gli infermieri, gli operatori sanitari che in queste settimane sono in prima linea. E che nel giro di pochi giorni, soprattutto in molti ospedali del Nord Italia (per non parlare della Cina o della Corea del Sud) hanno visto succedersi ricoveri, sofferenze e morti con una rapidità sconcertante. Penso in particolare agli amici medici che, in queste circostanze, si ritrovano ad offrire anche cristianamente un servizio di assistenza e cura, sapendo di rischiare la vita, e con uno sguardo pieno di compassione per le tante preziose vite che vedono ferite o spente. Per loro non sarà possibile dimenticare, né facilmente né in fretta, quanto hanno visto accadere in così poco tempo. Né sarà facile dimenticare nemmeno per chi, a un certo punto non previsto, ha visto aggredito dal virus un collega, un amico, un parente… Perché avere a che fare in questo modo con l’angoscia della morte, è un’altra cosa rispetto a tante parole… La vulnerabilità del nostro corpo ci ricorda allora quella del nostro cuore. E il nostro estremo bisogno di avere qualcuno accanto, di non restare soli.

L’altro: distanza o prossimità?

In quest’ultimo senso il virus ci ferisce anche aldilà dei suoi contagi effettivi. Perché ci condiziona su un livello decisivo, quello relazionale, che di questi tempi è segnato da una privazione. Non può non sembrarci innaturale infatti (cioè contro la nostra natura), che in questi giorni i gesti più quotidiani dei rapporti debbano essere fortemente limitati, se non evitati. La condivisione di un ambiente, lo stare o il sedersi accanto, una parola o una risata da vicino… ma anche solo una stretta di mano, un abbraccio, un bacio: sono questi i gesti che permettono l’espressione quotidiana del nostro “io”. Che sono la comunicazione visibile del nostro cuore. Che danno una forma al nostro amore. Questi stessi gesti, però, sono quelli indicati ora come veicoli primari di un possibile contagio…

Che significa, allora, doverli sacrificare alla distanza da tenere, se non anche alla diffidenza reciproca? Credo che la risposta debba essere data in positivo: che valgono molto. E che normalmente non ce ne rendiamo conto, non fino in fondo. Ma la separazione di oggi – che tanto ci pesa là dove deve essere attuata (tra quarantene, isolamenti o anche solo quella certa distanza da tenere con più attenzione tra noi…) – deve farci riflettere su quanto sia preziosa per noi la prossimità. Perché la prossimità è richiesta dall’amore, dall’amicizia, dalla vita famigliare. Sino alla pura e semplice vita di relazione, per la quale noi siamo stati fatti e alla quale siamo anche affidati. No, oggi non dobbiamo mostrarci solidali soltanto perché ci riscopriamo limitati e impauriti, soltanto perché (ci riscopriamo facilmente) mortali… cioè soltanto perché la paura del finito ce lo suggerisce. Ma riscopriamoci capaci di dare reale valore all’amore, quello possibile ogni giorno: ai fatti concreti dell’amore, alle parole, ai sorrisi e alle lacrime dell’amore. Perché questa è la nostra natura più profonda, di essere stati creati per vedere l’altro, per fargli posto accanto, per camminare insieme. Per amare ed essere amati.

L’altro siamo noi

Credo che su questo punto non possa non interrogarci, inoltre, quanto sta accadendo su un altro palcoscenico, ben più povero e drammatico. Mentre infatti l’attenzione dei media si concentra inevitabilmente sulla tematica del coronavirus, ai margini dell’Europa decine di migliaia di profughi afghani, siriani, somali assediano il confine tra Turchia e Grecia, o approdano disperati all’isola di Lesbo (cfr. M. Corradi, Questa è una crisi di umanità, «Avvenire», 4 marzo 2020). La Turchia di Erdogan li ha “lasciati andare” e loro si sono riversati ciecamente verso l’Europa, percepita come loro grande e unica speranza. In realtà, sono respinti a lacrimogeni dai soldati greci e picchiati con bastoni sui gommoni; per scoraggiarli i militari sparano anche in aria e in acqua, e con le motovedette provocano onde che sbilanciano le barche stracariche. Molti muoiono così, senza altro benvenuto. E tutto questo accade per i calcoli incrociati di un dittatore e per quelli dell’Europa, cioè per i nostri calcoli, che intendono tutelare le relazioni politico-economiche con la Turchia. Ecco, questi calcoli, in questi giorni, hanno il volto di migliaia di uomini, donne e bambini. Di tende nel fango, di falò per scaldarsi, di vedove circondate da orfani che muoiono per il freddo delle notti all’aperto. È una crisi umanitaria? No, prima ancora è una crisi della nostra umanità.

Il riferimento a questo fenomeno è opportuno non soltanto perché tragicamente in atto, ma perché è proprio a questo livello delle relazioni con “l’altro” che la vicenda del coronavirus ci colloca in una posizione radicalmente nuova (cfr. P. Pietrini, La lezione del virus, «Avvenire», 29 febbraio 2020). Normalmente, infatti, siamo abituati a considerare l’altro sempre “fuori di noi”, cioè come ciò che “non siamo noi”, e di fronte al quale è necessario assumere distanze e precauzioni. Mentre adesso, improvvisamente, toccati da vicino dal virus, ci ritroviamo in una situazione in cui… “l’altro siamo noi”! Adesso siamo noi il rischio… (noi italiani, noi lombardi, noi bergamaschi o bresciani, noi di questo paese e quartiere, etc.). Adesso siamo noi “l’altro” che potrebbe ammalarsi (tutti i contagiati avranno pensato, prima: “C’è un rischio, ma non capiterà certo a me…”). Adesso siamo noi l’altro approcciato con distanza e guardato con diffidenza, anche nelle situazioni più comuni della vita quotidiana (una fila alle poste, la spesa al supermercato, l’attesa in pronto soccorso, un colpo di tosse o uno starnuto…). Adesso siamo noi l’altro che si vorrebbe far restare a casa propria, tra una regione e l’altra d’Italia, tra una città e l’altra, tra una porta e l’altra dello stesso condominio… Adesso siamo noi l’altro che è fermato agli aeroporti, trattato con preoccupazione all’ingresso in Paesi esteri, se non rimandato indietro con una certa decisione… Ma se, all’improvviso, “l’altro siamo noi”, ci accorgiamo anche di quanto rispetto, quanta comprensione e quanta cura vorremmo ricevere, proprio in questa circostanza più difficile. Da tutti, ma soprattutto da chi può accoglierci e aiutarci. Non propongo questa riflessione soltanto con riguardo al delicato e complesso fenomeno delle migrazioni, senz’altro bisognoso di un’analisi più ampia e a sé stante. Lo dico con riguardo a tutte le situazioni, nessuna esclusa, nelle quali abbiamo bisogno di re-imparare a stare davanti agli altri, e accanto a loro, in modo nuovo. Perché forse da oggi (da questi giorni) la ferita dell’altro, la sua paura, il suo limite non potremo più sentirli soltanto come un problema da distanziare, ma come l’invocazione di un fratello che è parte di noi, che è parte di me. Che mi appartiene almeno un po’, fosse pure l’ultimo degli estranei. Perché forse avremo capito un po’ di più cosa significhi, in certi momenti, essere l’altro che, nella prova, chiede di essere capito e amato…

La guarigione più profonda

Ad ogni modo, per una serie di ragioni, questa profonda ferita generata dal contagio è il medesimo luogo da cui sembra filtrare una luce nuova… La crisi di sicurezza che il coronavirus sta diffondendo, infatti, ci permette di riappropriarci di una verità fondamentale: e cioè che siamo legati gli uni agli altri. Anzi, affidati gli uni agli altri. Fatti per stare in relazione e, nel senso più profondo, per essere relazioni (in quanto figli nella Trinità).

Se questo è vero, la sperata guarigione dal coronavirus, e prima ancora dalla sua diffusione, ci indica anche la possibilità, se non la necessità, di una guarigione più profonda. Quella del nostro cuore. Come il virus “coronato”, infatti, pur minuscolo ed invisibile, una volta annidato può minacciare seriamente l’intero organismo umano (e immediatamente dopo può minacciare una relazione, una famiglia, un luogo di lavoro, una città e un intero Paese), così allo stesso modo esistono virus interiori e non apparenti, che possono danneggiare fortemente l’anima, il corpo e la nostra capacità di amare, come pure ogni nostra relazione. Diffondendo il contagio di un male di vivere che tende alla morte.

Abbiamo quindi bisogno di desiderare una guarigione integrale, che sia anche risurrezione interiore. E questa guarigione si chiama salvezza. Abbiamo cioè bisogno di un Salvatore, quello che non può essere invocato al livello civile, medico, politico ed economico. Un Salvatore di tutta questa vita, così meravigliosa e così fragile, amata concretamente nella vita di ogni uomo. Un Salvatore che, come “unica corona”, abbia il suo amore, dato fino in fondo, dato con la sua stessa vita, per me. E che niente e nessuno può rapirci, tanto meno un virus: “Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? […] Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,35-39).

Tutto è dono

Lasciamoci prendere, allora… in questi giorni di ritiro forzato eppure pieno, in questi giorni di pensieri preoccupati eppure vivi. Lasciamoci prendere da un po’ di nostalgia. La nostalgia per quella Bellezza che solo il silenzio sa svelare, a cui solo la preghiera sa dare un volto, che solo i Sacramenti sanno riempire.

Certo, non dovunque oggi è possibile recarsi a Messa. Non dovunque oggi è possibile andare a confessarsi. Ma questi impedimenti, che oggi sentiamo così forti, ci aiutino ad apprezzare in modo nuovo – con diversa nostalgia appunto – l’enormità del Dono che quotidianamente ci è elargito, e raramente riconosciuto. Quanto vale una sola Santa Messa? Quanto vale la sua offerta, se può raggiungere anche gli estremi confini della terra? Quanto vale la nostra comunione in Cristo? Oggi forse lo capiamo di più… E quanto vale il perdono che Gesù mi offre personalmente, attraverso il gesto sempre possibile di ogni confessione? Quanto sembra più vero, adesso, che anche io posso perdonare, e provare a guarire i rapporti più difficili, mentre ci confrontiamo tutti con il “pericolo di vivere”? Oggi forse lo capiamo di più… Perché oggi possiamo capire meglio che nulla, ma davvero nulla, è scontato. E che tutto – ogni singola cosa – è dono. È dono la Santa Eucarestia, è dono la Santa Confessione, è dono la Santa Chiesa, con i suoi sacerdoti e la sua Parola, è dono la preghiera; è dono la mia famiglia (per quanto ferita e spezzata che possa essere), è dono il mio lavoro, è dono la mia libertà; è dono il mio tempo, è dono la possibilità di viaggiare, è dono la possibilità di acquistare, è dono anche il solo ritrovarsi a mangiare insieme con gli amici. Perché è un dono non scontato la mia salute. Ed è un dono immenso, per ogni giorno che passa, la mia vita. Quel giorno, anzi, sarà un dono anche la mia morte, se vissuta nella fede di chi può affidarsi all’Amore senza fine.

Da questa coscienza, dalla riscoperta del vero valore di questa vita, possiamo dunque ripartire. Da qui possiamo rialzarci ed aiutare altri a farlo. Perché la risposta più grande che in questi giorni possiamo dare al contagio provocato dal virus, è quella di un altro contagio. Una marea calma e forte di bene, che cominci a diffondersi proprio a partire dai nostri cuori. Dal mio. Da questo cuore, paziente zero, che ha ancora molto amore da ricevere… e molto amore da dare.

In fondo, in questi giorni di tempesta, Gesù ci chiede di credere in Lui, come lo chiese quel giorno ai discepoli, sulla barca scossa dalle onde. Ci chiede una fede grande come un granellino di senapa, piccolissimo, ma ben più potente di quel virus che vogliamo sconfiggere.

Un seme che ci invita a fidarci della Chiesa, anche nei momenti più difficili.

Un seme che ci riconsegna, ogni giorno di più, alla nostra verità più profonda…

Quella di essere figli.

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