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Credere alla grandezza della vocazione umana

ESERCIZI SPIRITUALI 2010 – LEZIONE QUINTA

di Lella TOMASINI, Presidente del MEC

Premessa:
Quanto sia divino l’umano e umano il divino è prima di tutto una questione di FEDE.

 

Come i due di Emmaus: camminavano per strada a fianco del Signore, parlavano con Lui, il loro cuore “ardeva” al suono della sua voce … eppure non lo riconobbero, non seppero “vedere” la novità. Accade spesso anche a noi la stessa cosa: Cristo cammina accanto a noi, ma noi non lo vediamo.

 

Tutto quello che ci ha detto P. Antonio funziona solo se i nostri occhi si aprono e diventiamo capaci di “vedere” il divino nell’umano, di “vedere” (non solo di sapere che c’è!) Cristo accanto a noi.

Io so che mio figlio è ancora vivo accanto a me, che è qui con noi, ma io voglio “vederlo”! Vorrei vederlo lì in mezzo a voi, come quattro anni fa, Dio solo sa quanto vorrei ancora sentire la sua risata, stringere le sue mani … Non mi basta il sapere, anzi il sapere che c’è, senza poterlo vedere è uno strazio.

E con Cristo è lo stesso.

Non ci basta “sapere” che c’è, vogliamo farne esperienza. Se so che Dio c’è, che è incontrabile nell’umano, ma come faccio a starmene tranquillo? Come faccio a non mettere in moto tutte le mie energie per “vederlo” “toccarlo” “sentirlo”?

Per credere non basta sapere, occorre fare esperienza, vedere.

 

Allora quello che abbiamo ascoltato in questi giorni è prima di tutto una questione di fede, della nostra fede in Lui. In fondo noi continuiamo a guardare il reale come se Cristo risorto non fosse un dato reale. Se “vedessimo”, se “credessimo” davvero in Cristo risorto, avremmo delle facce diverse, avremmo una baldanza diversa, avremmo una capacità di osare diversa.

Non possiamo accontentarci di conoscere la notizia di Gesù risorto, ma dovremmo ardere dal desiderio di vederlo, perché Lui è il nostro unico vero bene.

Noi vogliamo imbatterci in Lui nel reale, trovarci consapevolmente di fronte a Lui nella nostra vita reale e quotidiana, credere davvero in Lui.

Ma ce l’abbiamo dentro questa sete di Lui? E quanto è forte?

Il tema del divino nell’umano pone innanzitutto IN QUESTIONE LA NOSTRA FEDE.

 

Lo dico prima di tutto a noi adulti. C’è un fermento che da tempo sta attraversando il mondo degli adulti del MEC e di questo abbiamo parlato nelle Assemblee generali e in Consiglio, proprio discutendo tra i responsabili sul tema degli Esercizi. Molti dei consiglieri chiedevano che si mettesse velocemente in chiaro IL COMPITO che ci spetta. Se il divino si è fatto umano e dunque l’umano è divino, quale compito spetta a noi uomini? Quale compito attende il MEC nella Chiesa e nel mondo? È chiaro che un tema come questo ci carica di una responsabilità enorme ed evidente di fronte alla storia e a tutti gli uomini di questo mondo. Ci interessa, giustamente, capire il riflesso della nostra fede a livello culturale e sociale. Ci interessa, e giustamente, capire come tradurre la nostra fede in opere. Che cosa dobbiamo FARE, come dobbiamo MUOVERCI?

Ma questo non deve portarci a dare per scontata la nostra fede, mai. Anche se siamo nel Movimento da trent’anni.

Benedetto XVI a Lisbona ha detto: «Spesso ci preoccupiamo affannosamente delle conseguenze sociali, culturali e politiche della fede, dando per scontato che questa fede ci sia, ciò che purtroppo è sempre meno realista» (Omelia della Santa Messa al Terriero do Paco di Lisbona, 11 maggio 2010).

Allora prima di tutto chiediamoci: che cosa rende difficile il passo della fede? Che cosa ci impedisce di riconoscere il divino nell’umano? Che cosa ci impedisce di vedere Cristo?

Non vediamo perché tutto attorno a noi ci chiude gli occhi su Cristo, ce lo fa credere come un retaggio del passato. La nostra generazione non sente più Cristo come il Vivente di cui possiamo fare esperienza, come il nostro contemporaneo.

Il mondo non si avverte più come una Cattedrale abitata da Dio, ma come una cattedrale sconsacrata, trasformata in galleria d’arte o in auditorium.

E questo è l’esito di un lungo percorso. Nell’epoca moderna l’uomo ha cominciato a sentire Dio come il rivale dell’uomo. Secondo il filosofo Feuerbach: “Tutto che quello che diamo a Dio lo togliamo all’uomo” e la cultura moderna ha fatto di tutto per “emancipare” l’uomo da Dio, per estirpare dall’uomo la sua connaturata nostalgia di Dio. Ma rinunciare a Dio, non credere più che Egli abiti nell’uomo si è ritorto contro l’uomo stesso, gli ha strappato la sua stessa dignità, la sua inviolabilità. Ne sono documenti gli scempi contro l’umanità avvenuti grazie ai totalitarismi del XX secolo. Cancellato il divino dall’umano, abbiamo consumato gli olocausti, abbiamo trattato come carne da macello gli uomini nostri fratelli.

 

Oggi vediamo il risultato di questa ferita inferta all’uomo, in un tratto caratteristico della sua psicologia, quella che Pieper, negli anni 30, chiamava “pigra tristezza”.

Oggi quel tratto che sembrava nascosto e segreto si è palesato come malattia cronica e diffusa, soprattutto del mondo giovanile. Nell’opera di due psichiatri che operano nel campo dell’infanzia e dell’adolescenza, M. Benasayag e G. Schmit, intitolata L’epoca delle passioni tristi, si documenta che tra i più giovani si diffonde sempre più un senso pervasivo di impotenza e incertezza che li porta a chiudersi in se stessi, a vivere il mondo come una minaccia. Questa sarebbe dunque l’epoca delle passioni tristi.

 

L’antropologia cristiana ha una sua diagnosi molto interessante riguardo a questa malattia: la tristezza deriva da un’incapacità a credere alla grandezza della vocazione umana, quella che è stata pensata per noi da Dio. L’uomo non ha fiducia nella sua propria vera grandezza, dice di voler essere più “realistico”. Ma questa è una falsa umiltà. L’uomo non vuol credere che Dio si occupa di Lui, che Dio lo conosce, lo ama, lo guarda, gli è vicino.

È già accaduto nella storia di Israele. Dio sceglie questo popolo come alleato per manifestare i suoi propositi di salvezza ma Israele sente come troppo faticosa questa elezione, questo continuo andare insieme con Dio. Preferisce tornare in Egitto, tornare nella normalità, essere come tutti gli altri. È una ribellione della pigrizia umana contro la grandezza dell’elezione di Dio che continua a tornare nella storia, anche nella nostra storia personale e oggi è diventata evidentissima.

Ma con questo tentativo di scrollarsi di dosso l’elezione di Dio, l’uomo finisce con il far del male a se stesso, si ribella contro la sua stessa essenza e affida la propria grandezza a piccole cose, troppo piccole per rendere felice uno che era stato chiamato a essere alleato di Dio.

Di qui la tristezza tipica della nostra epoca: l’umano ha voluto separarsi dal divino e ha perso la propria umanità. E non solo il mondo ha perseguito questa strategia, anche molti cristiani l’hanno assecondata. È responsabilità anche nostra.

 

Ma nella diagnosi noi troviamo anche la via della guarigione: soltanto il coraggio di ritrovare la dimensione divina del nostro essere e di accoglierla può ridare alla nostra anima e alla nostra società uno slancio per rinascere.

Quello che abbiamo meditato in questi giorni è una questione di fede, ma non è uno spiritualismo buono per bigotti, è il contenuto di una fede che ha una forza rivoluzionaria che ora tocca a noi sviluppare.

 

Ma non è solo colpa della società e della cultura, se non sappiamo vedere Cristo che cammina accanto a noi. Per vedere è necessario impegnare tutto il proprio io. La fede è questione di sensi, di intelligenza e di cuore. Se non apro il cuore, se non cerco Cristo nella lotta e nella perseveranza, Lui rimarrà soltanto una “notizia” che ho ricevuto da altri, non una presenza di cui io faccio esperienza prima di tutto nella preghiera. Come faccio a pretendere di vedere l’invisibile, se non metto al lavoro sensi, cuore e ragione? Spesso, quando parlo con i ragazzi della preghiera, rispondono che l’ostacolo sta nel fatto che non “sentono” Cristo presente, e allora abbandonano in fretta il dialogo con Uno che sembra non rispondere. Ma la preghiera esige una lotta. Il possesso della mia anima è una condizione necessaria per entrare in rapporto con il Signore: devo attardarmi a percorrere le strade e i sentieri della mia anima, devo camminarvi frequentemente per conoscerne le “stanze” e arrivare alla stanza segreta, quella in cui Dio in persona mi attende. Se la religione resta solo il portato di un’educazione che ho ricevuto in famiglia, se l’anima non si apre da sé un varco, uno spiraglio verso il mistero, non posso arrivare a incontrare il Signore. C’è un momento personale, personalissimo di ricerca della Verità e di adesione consapevole e voluta a Cristo, che nessuno può risparmiarsi.

 

 

Dunque che fare? Ora possiamo porci la domanda sul compito: qual è il nostro compito?

Pensiamo a come ha reagito la Maddalena e a come hanno reagito gli apostoli, quando hanno trovato la tomba di Gesù vuota.

Davanti allo smarrimento e alla catastrofe possiamo reagire come la Maddalena, che chiede allo sconosciuto: “Se l’hanno portato via, dimmi dove l’hai posto e io lo prenderò”. La catastrofe aveva rianimato il suo coraggio, l’aveva messa in “movimento” , mentre gli apostoli si erano intristiti, rassegnati a quello che i loro occhi non vedevano.

Ma io credo che tutti noi vogliamo essere come la Maddalena. Se siamo qui è perché ci siamo rimboccati le maniche in cerca del Risorto, di Cristo nostro contemporaneo.

 

Qui entra il senso e il valore del MOVIMENTO.

Dove i nostri occhi hanno cominciato a vedere Cristo, e dove la nostra anima si è spalancata sul suo Mistero? È nel MEC, questo fisico e misterioso abbraccio con cui la Chiesa ci ha raggiunti, che troviamo il luogo in cui possiamo fare esperienza di Cristo, anche nei momenti in cui la fede si fa fragile, e la vista viene meno. Oggi non c’è Cristo senza Chiesa. Il Suo corpo vivente è la Chiesa, non possiamo giungere a Lui nel vuoto. Ci occorre un luogo fatto di persone che lo amano e tra le quali Lui ha deciso di rimanere, vivo quanto duemila anni fa.

Il Papa spiegava, diversi anni or sono, quando era cardinale, che la nostra fede all’inizio è sempre una “una fede di seconda mano”. Che ci arriva tramite la fede di qualcun altro che ce la comunica, poi, verificandola nella mia vita, entriamo in rapporto diretto con Dio e in quel momento essa diventa una “fede di prima mano”. Il sì di Gesù penetra veramente in noi, così da generare di nuovo la nostra anima e allora il nostro io si intride di Lui: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me” (San Paolo). A quel punto si realizza il mistero del Corpo di Cristo. La fede ci trasforma. Entriamo tutti in un grande nuovo Io, dove l’altro non è più uno straniero per me, anche lui è un membro dello stesso mio corpo. Dove Cristo vuole usare le mie capacità per lui, anche quando non ci attirasse alcuna simpatia umana. Al posto delle nostre private simpatie e antipatie è subentrata la sim-patia di Cristo, il suo soffrire e amare con noi. Da questa simpatia che Cristo mi partecipa io posso trasmettere agli altri una simpatia, un sì molto più grande del mio proprio, che fa sentire all’altro quel profondo sì che solo dà senso e tenuta ad ogni sì umano. Le nostre umane debolezze e incomprensioni e cecità verrebbero bruciate più in fretta.

Questo nuovo grande Io, realizzato da Cristo con la nostra collaborazione, è il Movimento e io credo che le parole di Madeleine Delbrĕl che seguono possano costituire un manifesto del nostro Movimento.

“Se alcuni dicono “Dio è morto”, nella mia città o in altre città, se dei cristiani ne sono stati responsabili, consapevolmente o no, poiché sono io che vivo oggi, sono io ad esserne responsabile. E se portiamo la responsabilità del fatto che alcuni uomini hanno perduto Dio, dobbiamo forse soffrirne, certamente però quello che dobbiamo fare è restituire a costoro Dio. Non possiamo donare la fede, ma possiamo donare noi stessi; la fede fa dimorare in Dio in noi, e noi possiamo donare Dio nel donare noi stessi alla città.

La questione non è quindi andarcene chissà dove, portando nel cuore il male degli altri; si tratta di rimanere accanto a loro, con Dio tra loro e noi. Si tratta di accettare la fede come un amore vivente di Dio, come la vita di questo amore nella nostra carne, nel nostro cuore, nel nostro spirito; di non fare della fede un contratto intellettuale in cui ci si dice d’accordo, bensì l’alleanza nella vita e per la vita, quell’alleanza che la Vergine Maria è stata la prima a stringere : “avvenga di me secondo la tua parola”.

Restituire Dio all’uomo, rimanere nella “città”, accettare la fede come amore vivente di Dio nella nostra carne, non ridurla ad un pacchetto di idee imparate a memoria sulle quali credere di andare d’accordo, allearsi a Dio e tra noi nella vita reale.

 

Nella mia classe c’è un vero deserto di Dio? Gesù Cristo è un argomento di cui nessuno si sogna di parlare mai, e di cui anche tu ti vergogni un po’, perché i tuoi compagni ti giudicherebbero un po’ “sfigato” se lo facessi? Devi scegliere se rassegnarti alla cecità e contribuire ad allargare il deserto, o reagire con coraggio e tentare qualcosa di nuovo, da uomo, con le piccole o grandi forze che ti trovi ad avere, attingendo alla nostra storia la forza per affermare la Verità, per affermare la tua statura umana, anche se gli altri rideranno di te, forse(GMG).

 

L’università è diventata il trionfo dell’individualismo e del qualunquismo? Che cosa puoi farci tu? Sembra un’impresa del tutto improbabile quella di cambiare qualcosa. Ma sicuramente devi scegliere: o lasciare che tutto continui ad andare avanti come se Dio non esistesse o cominciare a porre dei gesti nuovi di comunione con gli amici della comunità e dei gesti che esprimano la passione all’uomo che ti prepari ad incontrare nella tua professione futura.

 

L’amore tra me e mio marito si sta spegnendo nella routine o anche nell’incomprensione che lacera giorno dopo giorno il nostro rapporto? È ora di rimettere a tema il sacramento, di riscoprire che il fondamento del nostro legame non siamo noi due soli ma Cristo insieme a noi, Cristo eucaristico dentro la nostra incapacità di donarci l’uno all’altro. È ora di mettere a frutto quello che abbiamo meditato per un anno intero sulla verginità.

 

La mia famiglia sta mollando le redini su molte questioni educative fondamentali, perché siamo un po’ stanchi, perché dire dei “no” o dei “sì” fuori moda è faticoso? Bisogna re-imparare noi per primi le ragioni, spiegare, mostrare, dare l’esempio…Dobbiamo scegliere, un’altra volta: se lasciare che il sapore del divino si stemperi man mano nelle ambiguità nostre e dei nostri figli, nella pigrizia dell’anima che vuole andare in vacanza, oppure, come la Maddalena, metterci in Movimento.

 

E il lavoro, che cos’è il nostro lavoro fuori da Cristo? È la riduzione di ogni cosa, perfino delle nostre stesse persone, a fatto meramente economico. E allora abbiamo bisogno di riscattare l’uomo che lavora, imparando a dividere l’idea di lavoro dall’idea di denaro: guadagnare il pane non significa solo e prima di tutto guadagnare denaro (scuola di quest’anno sulla povertà), significa guadagnare dignità e salvezza. Così come abbiamo bisogno di capire che lavoro non è solo l’opera dell’uomo che trasforma la natura, ma è prima di tutto la trasformazione degli uomini grazie alla messa in opera della salvezza di Dio. Il nostro lavoro è prima di tutto dilatare il regno di Dio sulla terra.

 

E i nostri giorni, la grigia quotidianità…che cosa riesce a diventare, quando la riempiamo di Cristo? Come tutto cambia volto!

Karl Rahner: “Signore, voglio portarti la povertà della mia vita quotidiana e la mortale monotonia delle mie abitudini; lunghe ore, lunghi giorni, pieni di tutto fuorché di te. Guarda, Dio mite che hai compassione dell’uomo, dell’uomo che è tutto in questa povertà ; guarda la mia anima, consumata quasi per intero dall’infinita sagra di questo mondo in un mare di cose mediocri, nelle chiacchiere, nelle curiosità, nel vuoto delle sue faccende e del suo darsi importanza.[…]

La mia anima è diventata un enorme magazzino, in cui, alla rinfusa, s’ammassa di tutto giorno per giorno, pieno fino al tetto.

Quale sarà la mia fine, mio Dio, se la mia vita continua così? […] Se tu m’hai usato misericordia, mio Dio, qualche raro minuto forse si salverà nella grande delusione che verrà dopo l’illusione dei miei giorni perduti; pochi momenti nei quali la grazia del tuo amore s’è insinuata in un angolo del mio cuore, accanto alle infinite futilità che hanno ingombrato i giorni della mia vita.

Ma chi mi permetterà di evadere dalla miseria delle mie vane preoccupazioni, di rivolgere la mia anima all’uno necessario che sei tu? […] Se, per fuggire la povertà della mia vita ordinaria, decidessi di farmi monaco così da restare sempre, in silenzio e adorazione, alla tua santa presenza, mi sarei con questo sottratto davvero all’abitudine? Se penso a come trascorro molte ore al tuo altare, o a come spesso recito la preghiera della tua Chiesa, allora capisco che non sarebbe così: non le occupazioni mondane rendono monotoni e vani i miei giorni; piuttosto sono io che ho il potere di trasformare le azioni più sante in meccanica, grigia ripetizione: io svuoto i miei giorni, non i miei giorni me.

Io lo vedo perciò, che se c’è una via che mi possa condurre a te, essa passa attraverso le povertà della mia vita quotidiana; qualunque altra via scegliessi per rifugiarmi in te, non farebbe che lasciare indietro me stesso nella mia fuga”.

 

Noi vogliamo vivere la nostra vita da uomini consapevoli di essere abitati da Cristo, impegnandoci con l’uomo.

Cristo è Dio che si fa uomo. Come faccio dunque ad impegnarmi con Cristo, se non mi impegno da uomo, con l’uomo?

E qui allora torna la verità del discorso degli adulti. Tutta questa riflessione su quanto sia umano il divino e quanto divino sia l’umano è prima di tutto un contenuto di una fede che va risvegliata e che non potrà non arrivare alle estreme conseguenze fino a tradursi in un programma sociale. Se noi crediamo davvero che l’umano sia divino, costruiremo rapporti, comunità e città in cui per nessun motivo ci sarà consentito assentarci dalla vita reale di tutti gli uomini, dalle loro fatiche e dalle loro gioie.

E le nostre scuole di cristianesimo, allora, dovranno aprirsi a 360 gradi sull’umano, dovranno essere un trampolino che ci lancia nel mondo, nella consapevolezza che l’umano è divino e il divino si è fatto umano. Su questo dobbiamo lavorare ancora molto, come mi dice un’amica in questa lettera: “Carissima Lella, non sarei quella che sono se non avessi incontrato il Carmelo, e nella sua specifica forma che è il MEC Non avrei la famiglia che il Signore ha fatto crescere, non avrei il lavoro e quello che ne è nato grazie ad uno stile che è cresciuto dentro di me per l’incontro che ho fatto, non avrei la rete di amici, di storie, di affetti che mi circonda.

Sono grata a questo Movimento per quello che è, per il carisma che porta.

Vorrei solo che non si sopisse il desiderio del di più. Di più per questa storia, per la nostra gente, per i nostri pastori. Di più perché il mondo ha un grido dentro e aspetta la carezza del Carmelo. E io soffro quando vedo che perdiamo tanto tempo ad accarezzarci tra di noi . Credimi, non è una pretesa, è un desiderio. Di vedere una comunità che cresce, che gioisce, che si interroga, che corre invece di sedersi su se stessa.

Mi pare che le parole del Movimento dovrebbero appunto mettere in movimento, e non ci dovrebbero bastare i confini del mondo come spazio per muoverci, e la scuola di cristianesimo dovrebbe essere uno spalancarci alla vita, e non un ripiegarci sul libro.”

Se il mondo ha lasciato scivolare via Cristo da sé stesso è anche colpa di noi cristiani. Péguy: “Come volete che si convertano e tornino a credere, quando vedono che cos’è la nostra fedeltà? Come hanno ragione di spregiarci, quando ci vedono così deboli e tremanti! Di noi essi non conoscono che facce rivolte a terra, e ginocchia prone e schiene ricurve, nuche ricurve e tremanti.”

E allora il nostro impegno potrà assumere volti diversi, potrà esprimersi in opere diverse più o meno personali, più o meno comunitarie, più o meno eroiche, ma avrà sempre lo stesso cuore: Testimoniare con la nostra vita personale e comunitaria che Cristo rende l’uomo più umano.

Se la Parola non è la Parola fatta carne, come crederle?

Questo è “l’annuncio” che può ancora oggi convertire. L’annuncio non è “la giornata di annuncio”, l’annuncio è la mia vita cambiata da Cristo in un’esperienza di comunione con altri uomini che rendo accessibile anche a te. L’annuncio è Cristo che vive in me, anzi nel “noi” che è la Chiesa, in quel “noi” che è il Movimento.

 

Da qui nasce la MISSIONE.

Solo se sperimentiamo la verità di Cristo nella nostra vita, avremo il coraggio di comunicarla e il desiderio di offrirla a tutti.

“La Chiesa antica non aveva studiato alcuna strategia propria per l’annuncio della fede ai pagani e ciononostante il suo tempo divenne un periodo di grande successo missionario. La conversione del mondo antico al cristianesimo non fu il risultato di un progetto ben programmato, ma il frutto della prova della fede nel mondo come si rendeva visibile nella vita dei cristiani e nella comunità della Chiesa. L’invito reale da esperienza a esperienza (vieni e vedi) e nient’altro fu , umanamente parlando, la forza missionaria dell’antica Chiesa. […] La nuova evangelizzazione non la realizziamo con teorie astutamente escogitate … Solo l’intreccio tra la verità e la garanzia nella vita di questa verità può far brillare quell’evidenza della fede attesa dal cuore umano; solo attraverso questa porta lo Spirito Santo entra nel mondo” (Ratzinger).

 

Occorre cominciare ad avvertire ciò che spunta da sotto le rovine. È il senso dell’avvento che deve dare forma alle nostre anime. Il cristiano è più consapevole del male, ma sa che Cristo ha già vinto, ha uno sguardo tenacemente positivo sulla realtà.

 

“Il nostro Dio fatto Uomo è ben più grande del mio sogno: né il mio sospiro lo raggiunge, né la mia fede, benché la mia fede sia Lui; Lui, più reale d’ogni nostra piccola realtà, più vivo d’ogni vivente, più parlante d’ogni nostra parola, irraggiungibile eppur vicino, di tutti e pur mio; Lui presente su ogni strada, in ogni uomo, in ogni creatura, in ogni cosa perché io non sia più solo. Nella sua vita come nella sua morte, nulla mi lascia indifferente: nulla mi diminuisce: nessuna gioia viene offuscata, nessuna pena perduta.

Con i suoi occhi posso fissare perfino il mio passato, voler bene anche al dolore, capire anche la morte. Senza di Lui non capisco niente: senza il suo perdono, l’indulgenza mi fiacca: senza la sua casa l’esilio non ha fine.” (Don P. Mazzolari)

 

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