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Racconti: L’ape Genoveffa

“Con la ragione l’uomo può riconoscere che Dio esiste, ma non come Dio sia veramente. Poiché però Dio desidera essere riconosciuto, Egli si è rivelato.” (Catechismo 50-53, 68-69).

L’ape Genoveffa
di Luigi LAROCCHI

Un giorno un uovo piccolo piccolo cadde dal nido. Non era un uovo come quello di una gallina: era molto più piccolo e senza nemmeno il guscio. Il nido in realtà era una stanza esagonale, una delle mille stanze di un alveare, e l’uovo conteneva una piccola larva di ape. L’alveare conteneva molti nidi, ed ogni nido conteneva migliaia di uova; così nessuno si accorse della sparizione di un solo uovo, e nessuno lo andò a cercare.
Sotto l’alveare passava la formica Gelsomina. L’uovo le cadde proprio in testa!

Ambientazione: Un prato, un albero con un alveare attaccato ad un ramo, un formicaio. Le formiche hanno la cuffia nera e sono vestite di nero. Le api hanno la cuffia gialla e sono metà nere e metà gialle. Si possono anche fare le antenne di carta arrotolata.

Gelsomina: “Ahia! Ma cosa è questa cosa?” – si abbassa e prende un oggetto che sembra un pallone bianco – “potremmo usarla al formicaio per le partite di pallavolo. Ma c’è qualcuno qui dentro! Vedo muoversi qualcosa. Mi sa che sarà meglio portarla nel nostro nido; le formiche nutrici sapranno cosa farne.”

Così la formica Gelsomina portò al formicaio l’uovo. Passarono i giorni; l’uovo, accudito amorevolmente dalle formiche nutrici, finalmente si schiuse e nacque … secondo voi cosa nacque? Un ippopotamo? Un oritteropo? Ma no ovvio, una piccola ape!
La formica Gelsomina, considerata dalle altre formiche sua madre adottiva, dovette deciderne il nome: la chiamò Genoveffa.
Genoveffa crebbe assieme alle sue compagne formiche. Ma invece di diventare tutta nera, cominciarono a comparire sul fianco delle strisce gialle. Le compagne, dopo il primo momento di sbigottimento, decisero di far finta di nulla e Genoveffa venne considerata una formica come tutte le altre.
Un giorno mamma Gelsomina le comunicò:

Gelsomina: “Oggi inizia la scuola. Devi imparare a cercare le briciole!”

Genoveffa: “Spiegami come sono fatte.”  

Gelsomina: “Sono fatte a forma di briciola e sono grandi come una briciola. E’ tutto chiaro? Ah già, dimenticavo la caratteristica più importante … hanno il colore di una briciola.”

Genoveffa: “Dopo una così dettagliata descrizione farò proprio fatica a non trovare una briciola. Cominciamo a cercarle”.

Genoveffa e Gelsomina, assieme ad altre formiche, cominciano a cercare le briciole nel prato (le briciole si possono fare con dei pezzi di carta arrotolata).

Genoveffa: “Guarda mamma, ho trovato una briciola, o almeno credo. E’ fatta proprio come hai detto tu”.

Gelsomina: “Bravissima! Con quella briciola ci mangeranno almeno cinque formiche. La prima parte della lezione è finita; ora inizia la seconda parte. Vieni che ti insegno a portarla al formicaio.”

La mamma prende Genoveffa per la zampa e una davanti e l’altra dietro, con la briciola caricata sulla schiena, tornano al formicaio.

Gelsomina: “Lascia cadere la briciola dentro il formicaio, ci penseranno poi gli operai a portarla nel magazzino. Bravissima, hai imparato tutto quello che serve sapere ad una formica cercatrice: cercare le briciole – riportare le briciole. La scuola è finita!”

Quanti di voi stanno invidiando la formica Genoveffa? Cinque minuti di scuola e poi basta! Finita la scuola, per sempre … Genoveffa, però, non era molto contenta; dopo alcuni giorni di quella vita si era proprio stancata. Inoltre c’era qualcosa … non sapeva bene cosa, ma le sembrava che raccogliere briciole non fosse esattamente quello che avrebbe dovuto fare nella vita.

Ambiente: come prima, ma spuntano dei fiori:

Genoveffa: “Non ho più voglia di raccogliere briciole. Le altre formiche sembrano così contente … forse sono io che ho qualche cosa che non va. Proverò a raccogliere qualcos’altro.” – raccoglie un sasso – “Non mi sembra che vada meglio, anzi mi sembra di fare una cosa ancora più stupida” – raccoglie una foglia – “No! Nemmeno questa va bene. Ma cosa sto cercando? Eppure so che da qualche parte c’è qualcosa che è proprio fatto per me”.

Fiore: “Ehi, sai che sei proprio strana come ape? Perché raccogli quello che cade a terra?”

Genoveffa: “Mi hanno insegnato a fare così! Perché, non va bene?”

Fiore: “Se fossi una formica andrebbe benissimo, ma tu non sei una formica: sei un’ape!”

Genoveffa: “Ah! Ecco perché ho le strisce gialle! Pensavo di avere una malattia grave, che so! Il cimurro catarroso oppure l’ittero pervasivo mutante; invece sono semplicemente un altro animale! E le api cosa fanno?”

Fiore: “Raccolgono il polline”

Genoveffa: “Cosa è il polline? Dove si trova? Io non ho mai visto nulla di simile qui per terra.”

Fiore: “Il polline  non si trova, il polline si può solo donare. Noi fiori possiamo donartelo, basta cercare nella nostra corolla e tu, se vuoi, lo puoi prendere.”

Genoveffa: “Ti ringrazio, non ci sarei mai arrivata senza di te! Ma come faccio a venire fin lì sulla tua corolla?

Fiore: Io provo ad inchinarmi un po’ verso di te e tu prova ad alzarti un po’ verso di me!

Genoveffa prende il polline dal fiore

Genoveffa: ”Ed ora cosa ne faccio? Dove lo porto?”

Fiore: “Sopra il ramo dell’albero c’è una piccola casetta tutta gialla a forma di uovo gigante. Portalo lì così le altre api potranno trasformarlo in miele”.

Genoveffa: Miele? E a che cosa serve?

Fiore: “Il miele è importante perché addolcisce la vita delle persone e degli orsi, rendendo tutte le cose più gustose! Vedi come è importante il nostro lavoro? Io dono il polline a te e tu, dopo averlo trasformato in miele, lo doni a tutti gli altri! Sai che ti dico: già che ci sei, quando sarai arrivata, chiama le altre api dell’alveare e portale qui. Ci sono molti fiori con me in questo prato che le stanno aspettando”.

Genoveffa: “Ma non hai paura che le api vi possano fare del male? Voi non avete zampe per difendervi, ma solo bellissimi petali, così comodi ed accoglienti che quasi mi verrebbe voglia di farci un pisolino sopra.

Fiore: “Hai ragione, noi non ci difendiamo mai. Noi siamo solo capaci di donare. C’è chi il nostro polline ce lo può strappare con la forza, ma alla fine non lo soddisferà e sarà sempre più affamato; c’è chi può prendere il polline ringraziando, ed il polline diventerà con il tempo un buonissimo miele da offrire a tutti: uomini, orsi e Winnie the Pooh”.

Genoveffa: “Ti ringrazio bellissimo fiore. Ora so cosa fare per essere felice”.

Genoveffa si dirige verso l’alveare salutando tutti.

Così Genoveffa imparò che quello di cui aveva sempre avuto bisogno poteva essere soltanto donato;  quello che è offerto esiste perché qualcuno lo vuole donare, e per questo va ringraziato.
Anche noi, bambini, riceviamo tanto. Il tempo per vivere, l’amore di chi ci vuole bene … Non lo avremmo mai capito da soli, ma Gesù ci ha raccontato di un Papà che continua a donarci tutto quello che abbiamo. Ora quindi conosciamo chi ringraziare, per fare diventare ciò che ci viene donato ancora più bello e buono, come il miele!

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