Puzzi la puzzola

Gli abitanti del villaggio considerano loro vicini di casa gli animali che vivono nella vallata e a tutti è stato dato un nome. C’è la famiglia di Ernesto, il castoro che ha costruito una grande diga di rami e fango sulle rive del laghetto. Ci sono le tane di Albertino e Gertrude, due scoiattoli che abitano sull’albero nel giardino del capo villaggio. In un buco sotto i cespugli di more vive Spino, il riccio. Quando Spino vede qualcuno avvicinarsi alla tana si appallottola, senza badare al punto in cui si trova, e il più delle volte rotola per il pendio su cui si trova la sua tana. Così che poi gli occorre tutto il giorno per rientrare a casa.

Nel bosco abita anche Puzzi.
Puzzi è una simpatica bestiola dal pelo lucido e nero con due lunghe strisce bianche che partono dalla coda e terminano alla sommità del capo. Gli abitanti del villaggio non la amano molto, direi anzi che quando la scorgono nel bosco cambiano direzione e, se per caso si avvicina alle loro case, cominciano a strillare finché Puzzi non se ne va via.
No, non pensate male di loro! E’ che Puzzi ha un piccolo problema: tutte le volte che si emoziona, perché è spaventata, perché è contenta o per qualsiasi altro motivo, dalla parte della coda emette una certa sostanza che decisamente non profuma di violette.
Proprio così: Puzzi è una puzzola! Se non sapete cosa possa significare pensate all’odore più cattivo che abbiate mai sentito, ecco… quello è meno peggio di ciò che si sente quando Puzzi ha queste “fughe di gas”.
Questo non rendeva molto felice la nostra bestiolina, perché tutte quelle casette, le aiuole ordinate e soprattutto quel profumino che si sentiva uscire dai comignoli delle case la incuriosiva molto. Ma come ho già detto, la via del paese le era preclusa, sia di giorno che di notte.

Il Creatore però si sa, non fa mai nulla per caso e se Puzzi aveva questo desiderio nel cuore, evidentemente doveva esserci una ragione.

Un giorno arrivò nel bosco un gruppo di uomini dalle lunghe barbe incolte, con pesanti vestiti sudici e tra le mani bastoni ed attrezzi di ogni tipo.
Non erano degli orchi, quelli in verità si sono spostati da tempo nelle grotte sotto le montagne: erano solo dei coloni. Il loro aspetto però esprimeva anche quello che avevano dentro al cuore.
Succede spesso infatti che i nostri sentimenti poco alla volta vengano fuori e diventino visibili a tutti. Capita quando uno è innamorato, ma anche quando uno è cattivo.

Questi coloni in particolare vivevano distruggendo i boschi con lo scopo di utilizzare poi il terreno rimasto sgombro per insediare le loro piantagioni. Non importava se così facendo lasciavano senza dimora gli animali che vi abitavano. Nemmeno davanti ai villaggi degli uomini si fermavano, tanta era la bramosia del guadagno che bruciava nei loro cuori.
Quando i loro esploratori scorsero il paesino tornarono dagli altri e concordarono di incendiare tutta la vallata, così da cacciare via tutte quelle persone importune. La vista di tutte quelle casette, dei fiori sui davanzali e le risa dei bambini nei giardini li avevano infastiditi; perché tutto ciò che persegue il male non sopporta la vita serena delle persone.

Puzzi stava giocherellando nell’erba alta, quando vide alcuni uomini dall’aspetto sudicio dar fuoco ai rovi che crescevano alla base di alcuni abeti. Le bastò un’occhiata alle fiamme alimentate dalla brezza che soffiava verso il villaggio per capire il pericolo che correva ciò che la incantava tanto. Non poteva correre al villaggio, i suoi abitanti sarebbero fuggiti prima che lei potesse farsi capire, quindi si diresse di gran lena verso la dimora di Ernesto il castoro.
Le colonne di fumo nero avevano già messo in allarme gli animali del bosco e quando Puzzi giunse alla riva del laghetto vi trovò già radunata una piccola folla. Gli animali sanno per istinto di dover andare verso l’acqua quando sentono nell’aria l’odore del fumo.
Puzzi salì su una roccia e impose il silenzio agli animali impauriti.
“Non perdiamoci d’animo” disse, “possiamo spegnere noi l’incendio!” Così dicendo si volse verso Ernesto che la guardava con aria interrogativa. “Se Ernesto ci dirà come fare, potremo aprire un varco nella diga che ha costruito e così l’acqua del lago si riverserà nel bosco spegnendo il fuoco”.
Gli animali accolsero con entusiasmo il piano di Puzzi e si divisero in squadre: i cervi avrebbero indebolito la base della diga; la famiglia di Ernesto avrebbe tolto l’erba e il fango che la rendeva impermeabile; Ernesto stesso, assieme a Puzzi, Albertino, Gertrude e Spino con tutta la sua numerosissima sequela di parenti, avrebbero costruito dei piccoli sbarramenti a valle per direzionare verso l’incendio l’acqua uscita dal lago.

Si sa, i castori sono abili architetti ed in men che non si dica gli animali, sotto la loro direzione, avevano già aperto diversi varchi negli sbarramenti del lago e così l’acqua ne defluì gorgogliando. Ben presto il sottobosco si coprì di alcuni centimetri d’acqua e l’incendio, quando vi giunse, non poté più alimentarsi con l’erba ed i cespugli bagnati; quindi si fermò.

Gli abitanti del villaggio, messi anche loro in allarme dal fumo che si stava avvicinando alle loro case, giunsero in quel momento sulla sponda del lago. Videro che oramai l’incendio era ridotto a qualche piccolo focolaio e subito si diedero da fare per domarlo definitivamente. Si accorsero poi delle opere degli animali e si radunarono presso la diga di Ernesto per poterli ringraziare.
Fu con non poco stupore che scorsero davanti a tutti gli altri animali proprio Puzzi. Il capo villaggio si fece avanti, si prostrò in un profondo inchino e la accarezzò sulla schiena poi, cercando di farsi capire più con i gesti che con le parole, chiese chi avesse appiccato il fuoco nel bosco. Puzzi capì al volo e subito si incamminò dove aveva visto quei brutti uomini incendiare i primi cespugli.
Tutti la seguirono e giunsero così nella radura dove i coloni si erano accovacciati in attesa che il fuoco divampasse nella vallata.
La maggior parte di loro stava sonnecchiando, quando si sentì un forte grido, poi sembrò che da ogni cespuglio sbucassero fuori boscaioli, cervi, castori ed ogni tipo di animale. Ma quello che li fece desistere da ogni tentativo di difesa fu proprio Puzzi, che per la grande rabbia non riusciva a trattenersi e spruzzava con il suo liquido puzzolente tutti i coloni malvagi che le capitavano sotto tiro.
La battaglia, se così si può chiamare, non durò a lungo. I coloni fuggirono dal bosco e non vi fecero più ritorno. La maggior parte di loro non poté più nemmeno pensare a quel posto senza provare un moto di disgusto al ricordo di quel che gli era capitato. Decisero così che le pianure erano molto meno pericolose da coltivare e vi si stabilirono. Poi, col passare del tempo, il sudore del lavoro nei campi lavò loro di dosso tutto lo sporco accumulato, anche quello che aveva sporcato i loro cuori.
Quando venne la primavera ed il sole cominciò ad elargire calore sui loro bei campi coltivati e sulle loro fattorie, avreste fatto non poca fatica a distinguerli dagli abitanti del villaggio nel bosco.
Ma torniamo appunto al nostro bosco. Tutti gli abitanti del villaggio, dal più giovane al più vecchio, vollero ringraziare personalmente gli animali ed in primo luogo Puzzi, che aveva mostrato tanta premura per loro. Così prepararono un lussuoso banchetto per gli amici animali nella piazza del paese, che ovviamente non fu più loro preclusa. Soprattutto a Puzzi, che da allora fu libera di passeggiare per quel posto che la attirava tanto. Inoltre si sa, l’abitudine fa dimenticare le prime emozioni, così col passare del tempo anche Puzzi non si spaventò più se qualche bambino piccolo per gioco le tirava la coda o se qualcuno si metteva improvvisamente a cantare alle sue spalle, e nel paese non vi furono più problemi di “profumi spiacevoli”.
Gli abitanti del bosco impararono che da chiunque, anche da chi meno ce lo possiamo aspettare, possono venire azioni buone. E anche chi è cattivo, può cambiare e cominciare a costruire cose belle.