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La Torre dei Re

 

RACCONTI
di Luigi LAROCCHI

Il sovrintendente si affacciò alla finestra del suo ufficio. Dall’ultimo piano del palazzo in cui si trovava, la visuale poteva abbracciare buona parte della pianura dove sorgeva la città. I lavori procedevano spediti, come ogni giorno; le file degli operai che trasportavano il terriccio si muovevano ordinatamente lungo i tracciati prestabiliti, i soldati di pattuglia si muovevano lungo i lati delle lunghe colonne seguendo i piani dettagliati dei comandanti e lontano, oltre la radura al limitare della foresta, si vedevano gli arbusti ondeggiare nella zona dove gli addetti al taglio dei rami stavano lavorando.

Lo sguardo si soffermò verso est, poco oltre le ultime torri della città, dove un edificio imponente nascondeva il sole nascente a buona parte della periferia. Il sovrintendente sorrise. Ora, persino dalla cima del suo palazzo, doveva alzare lo sguardo per poter vedere la sommità dell’imponente costruzione brulicante di attività. Si distinguevano le sagome degli operai che ne risalivano i fianchi: appesantiti dal loro carico di rami e terra quelli incolonnati in salita, leggeri e veloci quelli disposti nelle file in discesa.

Colpi leggeri alla porta lo distolsero dallo spettacolo.
“Chi è?” chiese imperioso.
Uno degli impiegati entrò titubante: “Ci risiamo signore! Disordini alla cava di terra questa volta”.
Sbuffando il sovrintendente si sedette. “Raccontami … cosa è successo?”
“Uno degli operai si è rifiutato di raccogliere la terra, signore. Diceva che era troppo molle e non era adatta per costruire la Torre. Ci sono stati molti operai che hanno assistito alla scena ed alcuni di loro si sono rifiutati di portare il carico loro assegnato”.
“Sempre lui, immagino”, bofonchiò il sovrintendente lanciando un’occhiata all’impiegato.
“Già” , annuì questi, “oramai quasi ogni giorno ne combina una nuova. L’altro ieri i rami erano troppo corti, la settimana scorsa aveva visto delle crepe lungo il fianco della Torre. Ogni volta poi gli altri operai lo ascoltano ed i lavori rallentano”.
“Va bene, ho capito; deciderò il da farsi!”, e con un gesto allontanò l’impiegato.

Il sovrintendente sospirando appoggiò il capo alle due zampe superiori; intanto, con le altre quattro tamburellava nervosamente sul tavolo e sul pavimento. L’opera che stavano realizzando era grandiosa. Nessun termitaio nella savana aveva mai costruito una Torre così grande. I Sovrani sarebbero stati contenti di lui; in fondo tutta questa fatica era per loro!
Si voltò a guardare il progetto appeso alla parete di fianco alla scrivania. Si poteva vedere una torre, simile a quelle che le termiti normalmente costruiscono per abitarvi, ma indicibilmente più grande delle altre torri della città. Era un progetto di proporzioni colossali, e sulla sua sommità si stagliavano imponenti ed altere le statue ad immagine dei tre sovrani: la Giraffa, il Leone e il Fenicottero.

Prese un foglio, scrisse alcune righe e chiamò la segretaria.
“Lo faccia avere all’impiegato che è appena stato qui ! Lui sa a chi portarlo.”

Poche ore dopo il foglio fu consegnato all’operaio indisciplinato. Dopo averlo letto questi si staccò dalla fila dei compagni e triste, con passo lento, si incamminò fuori dalla città.

Al limite della radura dove sorgeva la città delle termiti c’era un fiume. Di solito, nella stagione secca, era poco più di un rigagnolo ma ora, appena dopo la stagione delle piogge, era ingrossato in modo pauroso.
La termite che aveva ricevuto l’ordine di allontanarsi, raggiunse tempo dopo il fiume. Capendo di non poterlo attraversare a nuoto, staccò da un’acacia una grande foglia e, servendosene come una barca, iniziò la traversata. Ben prima di arrivare a metà del percorso si accorse di non potercela fare: le onde incombevano paurose sopra la barca improvvisata, gli spruzzi d’acqua accecavano la termite che ora non sapeva più nemmeno orientarsi. Ogni sforzo pareva inutile; avanti non si andava, e la corrente le impediva pure di tornare indietro.

La Giraffa, dall’alto della rupe, osservava la savana che si stendeva infinita sotto di lei. Non le sfuggiva nulla di ciò che accadeva nel regno, nemmeno la più minuscola foglia poteva cadere senza che lei la vedesse. Si accorse così della termite in pericolo.
“Leone” disse rivolta ad un enorme felino sdraiato vicino a lei, “corri al fiume, c’è una termite che sta rischiando di annegare!”
Il Leone si alzò, si stirò per bene tendendo i possenti muscoli delle zampe e, dopo essersi fatto spiegare dalla Giraffa la direzione da prendere, si slanciò verso il fiume.
Appena vide le acque spumeggianti trascinare la foglia capovolta, alla quale la termite si aggrappava con le ultime energie della disperazione, senza esitare si gettò tra le onde. Nuotò a perdifiato fino al centro del fiume. “Aggrappati alla mia criniera!” ruggì al piccolo animale.
Caricato il naufrago si girò e nuotò vigorosamente verso la riva.
Purtroppo le rapide avevano spinto i due troppo vicini alla Grande Cascata. Poche bracciate separavano il Leone dall’erba della sponda del fiume, ma era troppo tardi: l’abisso si aprì improvvisamente sotto di lui, e l’acqua lo trascinò giù, fin nei fragorosi vortici alla base della cascata.

La Giraffa, che non aveva perso di vista per un solo istante l’amico Leone, piangendo, raccontò l’accaduto al Fenicottero.

Il Fenicottero allora aprì le grandi ali rosa e spiccò il volo. Girò a lungo sopra la Grande Cascata, sperando di poter rintracciare almeno un piccolo segno della presenza dei due naufraghi. Ma solo l’acqua impetuosa si muoveva, indifferente, lungo le rive alla base della cascata. Nient’altro!
Dunque il Fenicottero cambiò direzione e planò presso la città delle termiti.
Aspettò in silenzio che le schiere degli operai si fermassero. Anche chi si trovava all’interno delle torri della città, compreso il sovrintendente, ebbe il tempo di uscire per radunarsi alla sua presenza.

Appena si accorse di avere l’attenzione di tutta la folla, si schiarì la voce e cominciò a parlare: “Io, a nome dei tre re della savana, vi ringrazio per la superba opera che state costruendo in nostro onore” disse rivolta alle termiti in ascolto, “ma non dimenticate che ciascuna di voi è un’opera ancora più grande, così grande da valere più della nostra stessa vita. Nulla di ciò che costruite, potrà valere mai più di voi stesse”.

Detto questo si girò e con alcuni potenti colpi d’ala si innalzò alta nel cielo: una piccola macchia rosa sopra i volti ammutoliti delle termiti.

 

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