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La scheggia di legno

di Luigi e Sole LAROCCHI

La formica Giuseppina stava camminando per la strada, badando ai fatti suoi, senza lasciarsi distrarre da tutto il trambusto che gli uomini stavano combinando in quel momento. Era normale per una formica non degnare gli uomini nemmeno di uno sguardo: sono troppo distratti, talmente grandi da non rendersi conto di quanto possa essere bello quel frammento di terra che loro attraversano con un solo passo.

La formica Giuseppina non era grande come le formiche-soldato dalle gigantesche mandibole, ma non era nemmeno piccola come le nutrici della Regina: era una formica normalissima, di quelle che hanno il compito di cercare qua e là un po’ di cibo per la colonia.

Aveva appena adocchiato una bella briciola di pane, nascosta sotto alcuni sassolini, quando un grosso pezzo di legno le piombò sulla testa.
“Ahi, ahi! Che male! Ma cosa è questo affare?”
Era normale veder piovere dal cielo oggetti di tutti i tipi, con quegli uomini così sbadati lassù in alto nel cielo che si lasciavano sfuggire di tutto… ma questo era proprio strano. Poteva sembrare un fiammifero, ma era molto irregolare e non aveva sulla punta quell’ ammasso colorato di roba puzzolente. Giuseppina, alzando gli occhi in cielo, si accorse che uno degli uomini sopra di lei stava portando una immensa trave di legno, simile a quella che le era caduta sulla testa, ma enormemente più grande! Era così grande che tutte le formiche del mondo non sarebbero state in grado di sollevarla; infatti l’uomo era piegato sotto il suo peso e, per quanti sforzi facesse, non sembrava in grado di raddrizzarsi.
“Che fare?” si chiese Giuseppina grattandosi il bernoccolo. Normalmente le cose che cadevano dal mondo degli uomini potevano essere molto buone da mangiare, oppure assolutamente inutili. Questo arnese sembrava appartenere alla seconda categoria di oggetti. Stava per ributtare a terra il pezzo di legno quando, osservando meglio l’uomo da cui era caduto, notò che, come alleggerito da una parte del suo carico, era riuscito a rialzarsi. Giuseppina mosse alcuni passi nella stessa direzione dell’uomo, e anche questi stranamente riuscì a muoversi. Si fermò un attimo perplessa, folgorata da uno strano pensiero. “Ma cosa mi viene in mente?” Pensò la formica, “Cosa c’entro io con quel che fanno gli uomini?”. E come per liberarsi di un’idea ridicola, di cui vergognarsi, lanciò la trave lontana da sé.
L’uomo vacillò, resistette alcuni istanti e poi cadde al suolo, schiacciato dall’enorme peso che gravava sulla sua schiena.
Possibile mai che stesse accadendo quella strana cosa? “E’solo una coincidenza…”, cercò di convincersi la formica, ma intanto si era riavvicinata alla trave. Cominciò a sollevarla lentamente, continuando a guardare quello che intanto faceva l’uomo. Giuseppina vide così per la prima volta il volto dell’uomo, sfigurato dalla fatica, e provò un brivido alla schiena. Poi questi si mise in ginocchio e facendosi forza sulle gambe cominciò a risollevarsi. Appena Giuseppina ricominciò a camminare, anche l’uomo fece altrettanto. Le altre formiche potevano pure pensare quel che volevano, ma Giuseppina non se la sentiva di veder ancora cadere quella persona.
Afferrato il suo piccolo pezzetto di trave, se lo accomodò bene sul dorso e cominciò a seguire quello strano personaggio. Non era un’impresa facile; la trave era molto pesante ed il cammino pieno di sassi da scavalcare e di rigagnoli da attraversare a nuoto. Per lo meno non rischiava di essere schiacciata dalla folla che sentiva tutto attorno a sé, perché questa si apriva davanti a loro come per magia, e li lasciava passare.
Ogni volta che pensava di sbarazzarsi del carico, guardava a quell’uomo così malconcio e diceva a sé stessa: “In fondo nella mia vita ho portato oggetti anche più pesanti di questo! So che il mio compito è servire il mio formicaio e la mia regina, non gli uomini (loro in genere non sono così attenti con noi formiche e ci calpestano senza farsi riguardo) ma gli occhi di quest’uomo sono diversi dagli occhi di tutti gli altri.”
Così tenne duro.
Dopo un tempo che sembrava non finire mai i due giunsero sulla cima di una collina.
Erano le prime ore del pomeriggio ed il sole picchiava spietato sul capo di tutti i presenti. Sfinita, Giuseppina cadde riversa a terra. Anche l’uomo fece altrettanto.
Poi altri uomini lo presero e cominciarono ad alzarlo verso il cielo.
Prima di innalzarsi, così tanto da scomparire alla vista della formica, l’uomo abbassò lo sguardo e guardandola nuovamente negli occhi fece un piccolo sorriso, come per ringraziarla dell’aiuto. Fu solo un piccolo sorriso, è vero, ma Giuseppina si sentì ricolma di gioia, come se in quello sguardo fosse stata racchiusa tutta la gratitudine del mondo.

Contenta Giuseppina tornò al formicaio e riprese la sua vita di prima, con un’unica differenza: tutte le volte che trasportava qualcosa di molto grande le sembrava (o forse era davvero così?) di far molta meno fatica, come se qualcun altro fosse lì con lei ad aiutarla.

 

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