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Il vecchio faggio

RACCONTI
di Luigi LAROCCHI

La prima brezza di primavera scese finalmente nella valle. Gli alberi, chinando le cime, la salutarono felici. Venne poi il tepore del mezzogiorno, al quale distesero i rami per risvegliare la linfa ancora gelata. I germogli cominciavano a spuntare dai carpini snelli ed eleganti; sui rami dei noccioli si intravedevano le piccole gemme, dove poi sarebbero spuntati ciuffi di foglioline. Anche i larici rinnovavano gli aghi rinsecchiti della passata stagione con altri più verdi e teneri.

Il grande faggio, enorme nel centro della valle, sembrava non accorgersi del cambiamento che stava avvenendo attorno a sé. La spessa corteccia era impenetrabile ai raggi del sole. I rami, nodosi come le mani di un vecchio gigante, si protendevano indifferenti verso il cielo. “Guardali lì, tutti gli anni si infervorano al pensiero della bella stagione in arrivo. Ma dopo l’estate, inevitabilmente, tornerà il freddo.”

Intanto le giornate continuavano ad allungarsi e sui rami del vecchio faggio, incuranti della sua apatia, spuntarono le prime foglioline.
Ai piedi dell’albero la terra venne smossa. Impercettibilmente, ora dopo ora, dal suolo comparvero delle piccole protuberanze. Tre, quattro … no! Eccone altre proprio dietro quei ciuffi d’erba… Dalla terra spuntarono dei minuscoli germogli verdi. L’albero li osservò uscire dal terreno, farsi largo tra l’erba e i sassolini. Avrebbe potuto schiacciarli in qualsiasi momento. Quante volte lo aveva fatto in passato quando qualcuno aveva cercato di ostacolarlo. Ma un po’ per curiosità, per vedere chi sarebbe spuntato, un po’ perché da tanto tempo era solo e cominciava ad annoiarsi, decise di lasciarli crescere ancora un poco. I germogli prima divennero esili steli, quasi invisibili tra l’erba, poi alzarono il capo e dalla gemma apicale si dischiusero le prime foglioline. Appena il vento le sfiorò, il vecchio albero si accorse che parlavano la sua stessa lingua. Erano dei faggi.

“Chi sei tu?” gli chiesero, “Sei così grande. Non riusciamo nemmeno a vedere fin dove arrivi!”. “Io?” rispose impacciato, dato che nessuno nella valle gli aveva più rivolto la parola da centinaia di anni. “Beh, io sono un faggio; proprio come voi!”. “Da quando sei qui?” continuarono con l’impertinenza dei piccoli. “Sono qui da così tanto tempo che neppure io mi rammento più quando sono nato. Solo le rocce erano presenti al mio arrivo nella valle, ma sono mute e non me lo possono ricordare”. “Allora raccontaci tutto quello che hai visto in questi anni” chiesero curiose. Il vecchio faggio, un po’ come i nostri nonni quando si accorgono che qualcuno li sta ad ascoltare, cominciò a raccontare, perdendosi sempre più nei ricordi. Raccontò storie che da molti anni non erano più sussurrate dalle foglie della vallata. Narrò di animali leggendari e creature mostruose che avevano passeggiato sotto i suoi rami, di fulmini e terribili tempeste che avevano squassato le sue povere foglie.
Le piante per parlare hanno bisogno di molto tempo, perché devono aspettare che il vento accarezzi le loro chiome. Così tra una storia e l’altra, le giornate passavano. Intanto i piccoli faggi, all’ombra di quei racconti, crescevano.

Il gigante verde, poco alla volta, cominciò a gustare il piacere di quella compagnia. Che bello aver vicino qualcuno da svegliare al mattino, con cui condividere il sole e la pioggia, a cui raccontare favole alla brezza fresca della sera! Quando il vento rinforzava e minacciava gli alberelli, il grande faggio li riparava col possente fusto; quando il cielo era terso i grandi rami, come dita delicate, spostavano le foglie delle piante vicine e lasciavano filtrare sui piccoli amici i tiepidi raggi solari, così che crescessero robusti. Vennero anche le processionarie. Camminavano in fila, col muso attaccato alla coda della vicina. Il vecchio faggio le vide puntare verso la radura e tremò di paura per i giovani arbusti. Così teneri sarebbero stati una buona colazione per quelle ingorde. Allora dai rami più bassi cominciò a far cadere le foglie. Una dopo l’altra, come una nevicata fuori stagione, cadevano sul terreno e sui piccoli faggi. Quando le processionarie si affacciarono alla radura, videro soltanto l’enorme fusto del vecchio gigante, troppo alto per poterlo scalare agevolmente; ai suoi piedi un alto cumulo di foglie ricopriva il prato. Così decisero di continuare il cammino.
“Grazie” dissero le pianticelle. “Perché lo hai fatto?”
“Per tanti, tantissimi anni ho masticato l’erba amara della noia” rispose il gigante. “Poi siete arrivate voi e mi sono accorto quanto è più gustosa la vita assieme a degli amici. Prima pensavo solamente a me stesso e ai miei progetti”.
“Progetti? Quali progetti?”
“Eh…” disse timidamente il faggio, “quando ero molto giovane desideravo una sola cosa … diventare così grande da superare in altezza la cresta delle montagne, fino ad affacciarmi oltre l’orizzonte !”

Passarono i mesi. L’autunno cominciò ad allungare le sue gelide mani fin dentro la foresta. I giovani faggi erano diventati dei bellissimi alberelli. Il vecchio gigante invece, per lasciar spazio alle fragili radici dei suoi amici, aveva dovuto ritrarre le sue poco alla volta. Ora se ne stava come ingobbito, inclinato tutto da un lato. Nonostante tutto la radura era piena del frusciare delle foglie, perché le parole tra gli alberi non si erano mai interrotte.
“Buon riposo” disse il vecchio gigante agli alberelli ai suoi piedi, quando le foglie minacciarono di non bastare più per continuare a raccontare. “Non temete l’inverno, perché è necessario per portarci una nuova primavera. Immancabilmente, dopo la brutta stagione, torna sempre il sole!”.
“Buon riposo anche a te, e grazie di tutto quel che hai fatto per noi!” risposero tristi i piccoli faggi, perché sapevano che quello sarebbe stato l’ultimo inverno del vecchio amico.
Poi, appena il vento si prese le ultime foglie, calò il silenzio nella radura.
Quando tornò la primavera il gigante era steso al suolo. Il terreno al di sotto dei rami spezzati era cosparso di semi dai quali, sotto lo sguardo affettuoso dei giovani faggi, cominciarono a spuntare dei piccoli germogli. Poche stagioni dopo, una distesa di faggi si allungava dal centro della vallata, proseguiva fino ad oltre i suoi fianchi e su, fino ad oltre l’orizzonte. In breve anche le aspre cime delle montagne si ricoprirono d’alberi di faggio.
Il vento, soffiando nella vallata, sentiva le foglie raccontare del vecchio faggio, di cui si intravedevano ancora parti del tronco spuntare tra le folte fronde dei suoi simili; ascoltava la storia di un sogno antico, divenuto ora realtà.
Perché non c’è seme più grande di quello piantato da chi si dona.

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