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Il giocattolaio

 

RACCONTI
di Luigi LAROCCHI

In una minuscola via, così corta che quasi non c’era abbastanza spazio per potervi scrivere il nome, si trovava un negozio di giocattoli. Non si vendeva merce comune, facilmente acquistabile nei negozi di ogni città, ma articoli speciali, unici nel loro genere. Il Signor Giuseppe Semente, proprietario del locale, sul retro del negozio, aveva un laboratorio in cui ideava e costruiva con le proprie mani giocattoli meravigliosi. Davanti al bancone vi era un’ampia e luminosa vetrina, in cui trovavano posto le opere ultimate.

La gente passava apposta in quella zona della città, per poter ammirare trenini sbuffanti vapore che rallentavano, quasi per magia, quando giungevano alla stazione e lì minuscoli facchini caricavano le merci sulle carrozze. Vi erano automobiline il cui motore non funzionava a benzina, ma ad aranciata; bambole che cullavano strillanti marmocchi; orsacchiotti che ritornavano da soli sul proprio scaffale ogni volta che venivano dimenticati in giro… I papà, con la scusa di far vedere ai propri figli i giocattoli esposti in vetrina, se ne stavano ore con la bocca spalancata davanti al negozio, finché i bambini stanchi di star fermi cominciavano a tirarli per la mano dicendo: “Dai papà, adesso andiamo un po’ al parco!”.
Una mattina Giuseppe cominciò a chiamare:”Aristide…Aristideeee!”. Aristide era l’aiutante di bottega, che aveva il compito di servire i clienti mentre il proprietario armeggiava nel laboratorio tra le sue creazioni. “Che c’è?” rispose Aristide sbadigliando, “…è ancora troppo presto per aprire il negozio!”.
“Vieni a vedere il mio ultimo giocattolo!”.
Aristide si alzò svogliatamente dal suo cantuccio e si spostò nel laboratorio dove, davanti ad un omino meccanico non più alto di un palmo, se ne stava il Signor Giuseppe tutto soddisfatto.
“Beh, tutto qui?“ disse Aristide, guardando il giocattolo. “Ne ha già inventati tanti di pupazzi! Che cosa ha questo di nuovo?”
“Vedi, caro Aristide, questo non è come gli altri pupazzi. Questo omino meccanico è alimentato da piccoli generatori di mia invenzione e, quando lo accendi, non smette mai più di funzionare. Inoltre (e qui sta la particolarità che mi rende così orgoglioso di lui) ho inserito nel suo programma solo alcuni movimenti, ma lui è capace di impararne moltissimi altri. Con il tempo potrà anche imparare a parlare; io per ora gli ho insegnato soltanto le vocali”.
“Crede che potrebbe piacere ai bambini un giocattolo simile?” chiese Aristide dubbioso. “In fondo è soltanto un bambolotto che, una volta acceso, non saprà fare poi molto. Se ne vendono di migliori in altri negozi.”
“Vedrai che ai bambini piacerà, perché crescerà con loro e saprà sempre stupirli con le cose che imparerà a fare.”
Mentre i due parlavano così animatamente, non si accorsero che il signor Ernesto Zizzanea, proprietario del più grande negozio di giocattoli della città, attirato dalle voci, si era messo ad origliare dalla vetrina della bottega. “Caspita!” pensava tra sé “Già gli affari non stanno andando molto bene da quando ci sono in circolazione i giocattoli del Signor Semente, figuriamoci cosa succederà adesso! I bambini vorranno sempre giocare con l’omino meccanico che lui ha inventato e non vorranno più comprare i giocattoli del mio negozio”.
Allora architettò un piano diabolico.
Da quel giorno, tutte le mattine, prima dell’apertura del negozio del Signor Giuseppe, due occhi attenti cominciarono a spiare quali giocattoli venivano disposti in vetrina, finché arrivò il giorno in cui i nuovi omini meccanici furono pronti. Aristide, la sera, li sistemò per bene nella vetrina in modo che l’indomani potessero essere visti dai bambini.
Una mano ignota (ma siamo proprio sicuri di non conoscere a chi appartenesse?) quella mattina molto presto, prima dell’apertura del negozio, forzò la serratura della porta e gettò sopra i pupazzi una polvere finissima, quasi invisibile, che aveva il potere di inceppare qualunque ingranaggio, anche il più sofisticato. Con uno straccio la mano ignota diede una pulita veloce agli scaffali in modo da non lasciare alcuna traccia del misfatto e poi, silenziosamente, richiuse la porta.
Venne l’orario di apertura e il Signor Giuseppe, che non stava più nella pelle, mise in funzione tutti gli omini meccanici. Questi, come se nulla fosse accaduto, si misero a compiere quei pochi movimenti e quei pochi suoni programmati dal costruttore. Su un grande cartello colorato, il signor Aristide, con la sua bella calligrafia aveva scritto: “Questo giocattolo impara a muoversi e a parlare. Funziona per sempre, senza batterie”.
Contrariamente alle pessimistiche previsioni dell’aiutante, gli omini andarono a ruba. In pochi giorni non rimase in vetrina neppure un pupazzo.
Poi accadde!
Un ragazzino entrò un giorno nel negozio con uno degli omini che penzolava nella sua mano. “Il mio giocattolo si è fermato” disse ad Aristide che lo guardava da dietro il bancone.
“Come è possibile?” esclamò il Signor Giuseppe uscendo trafelato dal laboratorio, “Non l’ho costruito per fermarsi”.
In quel momento un altro bambino entrò nel negozio, anche lui con un omino meccanico in mano. “Il mio giocattolo non impara più cose nuove. Anzi, sta addirittura dimenticando quelle che già aveva imparato”.
Giuseppe non sapeva capacitarsi della cosa. Riusciva solo a ripetere: “Non è possibile, non sono stati costruiti così”. In breve tempo il negozio si riempì di bambini: chi con l’omino meccanico impazzito, chi con l’omino meccanico immobile, chi con l’omino meccanico totalmente ammutolito. “Può fermare il mio giocattolo?” chiese un ragazzino,”si sta comportando in modo strano e a volte mi prende anche a calci!”.
Giuseppe guardava le sue creazioni allibito, incapace di dare una qualsiasi spiegazione. Ai bambini, che lo fissavano con apprensione, rispose: ”Per gli omini meccanici che ancora si muovono non c’è nulla che io possa fare, bisogna aspettare che si spengano da soli. È evidente che qualcosa li ha danneggiati, ma amo troppo i miei giocattoli per poterli fermare”. Prese invece uno dei pupazzi non più funzionanti con delicatezza, lo poggiò sul tavolo da lavoro e cominciò a separarne i vari pezzi. Fu così che si accorse della polvere del signor Ernesto. “Ecco cosa è stato!” mormorò. Prese un pennello e cominciò a togliere delicatamente la polvere. Quando fu riassemblato, l’omino meccanico riprese a funzionare. “Grazie, mi sento molto meglio ora” disse al fabbricante di giocattoli. Si voltò, riconobbe il bambino che lo aveva portato nel negozio e gli saltò in braccio dicendo: “Torniamo a giocare, vedrai che d’ora in poi non ti farò più i dispetti”.
Allora il Signor Giuseppe esclamò:”Ho trovato la soluzione a questo guaio! Costruirò un nuovo omino. Gli insegnerò io stesso a muoversi e a parlare, in modo che diventi proprio come lo avevo immaginato. Quando avrà imparato per bene, mi aiuterà a sistemare tutti gli altri!” E così fu fatto.
Ogni volta che la polvere del signor Ernesto danneggiava qualche ingranaggio vitale e un piccolo omino meccanico si fermava, i bambini lo riportavano dal giocattolaio e il suo omino meccanico in un attimo lo ripuliva e lo faceva come nuovo.

Il signor Ernesto continuò a perdere clienti, finché fu costretto a chiudere il negozio perché non vendeva più nulla. Invidioso com’era, continuò a rompere i giocattoli del Signor Semente, ogni volta che poteva. Se qualche bambino distratto dimenticava il suo pupazzo per strada o su una panchina nel parco, subito gli buttava addosso un po’ di polverina; ma il giocattolaio e il suo nuovo omino meccanico erano diventati molto bravi e con pazienza infinita riuscivano sempre a riparare i danni e a far tornare contenti i bambini.

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