Comments are off for this post

Il gallo Alighiero

Non perdete questo splendido racconto
di Sole e Luigi LAROCCHI

C’è stato un tempo in cui gli uomini erano convinti di essere al centro dell’universo e alcuni di loro si credevano niente meno che i padroni del mondo. I loro imperi erano talmente estesi da ritenere di essere giunti fino ai confini della terra. 

Si sapeva, perché qualcuno ne aveva parlato, che aldilà delle sconfinate sabbie e delle acque infinite vivevano popoli diversi, anche più ricchi e potenti, ma nessuno poteva vantare di avere visitato quelle terre che ai più rimanevano sconosciute.
Di tanto in tanto giungevano notizie di ricche miniere d’oro e di preziose spezie, ma era tutto troppo vago e mitico per essere vero.

È inevitabile che quando si vive in un mondo in cui si è convinti di essere i padroni di tutto, anche i personaggi più impensabili si lascino trascinare da una simile mentalità.

Tra questi c’era Alighiero.

Alighiero era un gallo, ma non un gallo qualunque. Era l’unico gallo di una fattoria non troppo piccola e non troppo grande di un paesino non particolarmente noto che sorgeva in una provincia non ricca e neppure famosa, ai limiti di un vasto impero.
A lui era affidato un compito di grande responsabilità. Poiché non vi erano ancora gli orologi a cucù, e dovevano ancora trascorrere parecchi secoli prima che venissero inventate le sveglie, Alighiero non appena cominciava ad albeggiare, saliva sullo steccato che recintava il pollaio e con il suo potente chicchirichì destava tutta la casa: le galline, gli animali di stalla e da cortile e le persone.
Assolto il suo compito quotidiano egli prendeva a razzolare qua e là per ispezionare che tutti, animali e signori, fossero all’opera. Se per caso qualcuno mancava all’appello ecco che riprendeva il suo posto e rinnovava il suo canto finché tutti, ma proprio tutti non si fossero destati.

Un impegno del genere richiedeva certamente puntualità, attenzione e lunghe ore di allenamento.
Così durante il giorno era possibile sentire Alighiero che provava e riprovava la sua voce affinché divenisse sempre più potente e sonora.
Egli, per questa sua incombenza, era tenuto in una certa considerazione non solo dai padroni, ma anche da tutti gli altri animali del cortile. Se scoppiava una lite tra le bestie, veniva chiamato a dare un parere sulla questione e il suo giudizio era insindacabile. Quando qualcuno aveva qualche bisogno, si rivolgeva a lui che sapeva sicuramente come fare. Se il cane faceva il prepotente con i pulcini indifesi, Alighiero lo metteva al suo posto. Per le galline era un onore ricevere le sue attenzioni. Al suo passaggio tutti gli animali si inchinavano con reverenza e si affrettavano a salutarlo. Insomma era il capo indiscusso dell’aia e di questo andava molto fiero.

Accadde un giorno che, girovagando per la fattoria, si accorse di un buco proprio alla sua all’altezza nella palizzata che circondava la fattoria. Immaginate la sorpresa di Alighiero quando, messo l’occhio dentro la fessura, si accorse che al di là della recinzione vi erano altre persone, altri animali e soprattutto altri galli di cui mai aveva sospettata l’esistenza.
«Ma come – pensò – io ero convinto che il mondo fosse tutto racchiuso tra queste pareti e all’improvviso scopro che non è così? Come è possibile?».

Inizialmente prevalse la curiosità. Trascorreva giornate intere a spiare aldilà della palizzata per vedere cosa accadeva. Sentì parlare di una favolosa città chiamata Roma e di un uomo così potente da possedere tutto il mondo: lo chiamavano  l’imperatore.
Alla curiosità subentrò l’invidia per tutti i galli che erano liberi di andare di qua e di là assieme ai loro padroni. All’invidia la tristezza. «Io ero convinto di essere un grande personaggio, il gallo più importante della terra e scopro che non solo il mondo non è come lo immaginavo, ma che vi sono uomini ben più potenti dei poveri contadini con cui ho vissuto finora. Certamente nei loro palazzi vivranno dei galli che danno la sveglia. Chissà di quali privilegi godranno!».

Povero Alighiero! Certo per lui non era facile accettare così di colpo di essere soltanto un gallo qualunque. Cominciò a trascurare il suo importante compito perdendosi via dietro a strane fantasie. Prese a dare la sveglia nei momenti meno opportuni: durante il pranzo, nell’ora del riposo pomeridiano o a notte fonda.
I padroni di casa cominciarono così a lagnarsi di lui: «A cosa serve un gallo che non sa fare il gallo?».

Una notte Alighiero prese un’importante decisione: «Basta! Abbandonerò questa piccola fattoria e andrò alla scoperta del mondo. Finalmente dimostrerò a tutti ciò di cui sono veramente capace. Parteciperò a grandi imprese, diventerò nientemeno che il gallo dell’imperatore e con la mia possente voce darò la sveglia a lui e al mondo intero!»

Non aveva finito di pronunciare queste parole quando si accorse che nella casa accanto stava accadendo qualcosa di insolito. Nonostante fosse tardi tutti erano in piedi. Sentì dire che era stato catturato un famigerato sovversivo, un poco di buono: aveva osato proclamarsi nientemeno che re in barba alle leggi di Roma. In realtà si trattava di un visionario, un povero figlio di falegname, uno scioperato che passava le giornate insieme a certi amici perdigiorno a parlare e a raccontare storie. Per giudicarlo erano stati scomodati persino i capi del Sinedrio, i responsabili della città.
Di lì a poco sentì una donna urlare contro un poveretto che, infreddolito, si stava scaldando presso il fuoco. «Era con lui, vi dico – strillava la donna – l’ho visto con quell’uomo che stanno processando». Il poveretto, temendo di essere catturato e processato anche lui, negava con energia: «Non so di che cosa parla! Io quello lì non lo conosco!» Cominciò a formarsi un crocicchio di persone incuriosite dalle grida. Alighiero riconobbe persino alcuni soldati del potente imperatore. Si distinguevano da tutti gli altri perché avevano un curioso copricapo che imitava la cresta dei galli.

Evidentemente l’imperatore doveva avere una vera e propria passione per gli animali della sua specie visto che aveva imposto ai suoi soldati di imitarli. Emozionato pensò: «Se adesso canto, i soldati romani sicuramente si accorgeranno della mia bella voce e riferiranno all’imperatore di avere trovato il miglior gallo di tutto l’impero» e così lanciò un forte chicchirichì. Poiché nessuno sembrava averlo ascoltato riprovò ancora una volta e poi un’altra, ma nessuno gli badò.
Soltanto il poveretto che era stato preso di mira si voltò a guardarlo. Era pallido come un cencio. Posò su di lui uno sguardo colmo di tristezza, come se un grande dolore lo avesse all’improvviso colpito. Non c’era più paura nei suoi occhi, ma soltanto dolore, il dolore sconfinato che afferra chi ha tradito un amico.
Abbassò il capo, scoppiò a piangere e scappò via.

Il crocicchio di persone si sciolse. Alighiero guardò la scena con grande risentimento. Ma come, aveva fatto il più bel chicchirichì che la storia dei galli potesse narrare e nessuno vi aveva badato! «Gente incivile e incolta, non meritate certo i miei servigi – pensò con risentimento – vorrà dire che quando andrò via di qui mi rivolgerò a ben altri signori! Non siete degni della mia arte!» e triste ritornò al suo solito posto sul palo più alto del pollaio.

Povero Alighiero! Era talmente preoccupato di diventare famoso compiendo gesta memorabili, da non accorgersi che proprio quella notte il suo desiderio era stato esaudito: non solo aveva cambiato la vita di un uomo, ma dell’intera umanità.

Certe volte non ci si accorge che si possono costruire cose grandi, facendo le cose di tutti i giorni, perché c’è Chi sa ascoltare i desideri buoni del nostro cuore e servirsene al meglio.

Comments are closed.