Il bambino che non sapeva ridere

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Il suo papà e la sua mamma, pensando a qualche bizzarra malattia, lo avevano fatto visitare da ogni possibile tipo di dottore: quello per lo stomaco, quello per i denti, quello per la gola, etc. Era stato persino dall’ortopedico (il dottore dei piedi e delle gambe)! Non si sa mai, chissà, forse la causa di questo strano comportamento era un callo sfuggito alla vista di tutti! L’ortopedico fece una visita accurata e minuziosa e alla fine sentenziò che il bambino era sanissimo.
I genitori, disperati, provarono allora ad assoldare dei pagliacci, ma questi dopo averne combinate di tutti i colori, non riuscirono a strappare al bambino nemmeno un mezzo sorriso. Anzi, un pagliaccio per la disperazione, all’ennesimo tentativo fallito cominciò a piangere pure lui!

Alla fine il papà e la mamma del bambino che non sapeva ridere si arresero.
Il papà con gravità disse tutto serio: “In fondo a che serve ridere? A scuola non gli servirà di certo!”.
La mamma con rassegnazione ribadì :”Quando andrà a lavorare, gli sarà più utile essere serio piuttosto che ridere tutto il giorno. Forse siamo stati proprio fortunati!”.
I nonni con convinzione dichiararono: “Meglio così, non correrà certo il rischio di seguire compagnie sciocche, perché i ragazzacci non vorranno certamente frequentare uno che non ride delle loro corbellerie”.
E con quest’ ultima affermazione fu posta la parola fine alla questione.

Il bambino intanto cresceva, e ancora non rideva.

Tutti quelli che passavano per casa e lo incontravano perdevano immediatamente il sorriso. Un giorno una vicina di casa aveva suonato il campanello serena e spensierata per chiedere se avessero un po’ di lievito perché voleva preparare una bella torta per il compleanno di suo figlio ma, appena il bambino che non sapeva ridere le aveva aperto la porta, il sorriso le era cascato dal volto così velocemente che quasi se ne era sentito il rumore mentre rimbalzava per le scale. Era tornata a casa senza avere più la voglia di preparare il dolce facendo diventare triste anche il suo bambino.

Quando usciva di casa, tutto il quartiere diventava improvvisamente serio, come se un alone di tristezza si diffondesse dal bambino a tutte le persone che incrociava per via.
I genitori furono costretti a ritirarlo dalla Scuola Materna perché, dopo pochi giorni, le maestre non riuscivano più a far giocare i bambini. Se ne stavano tutti immusoniti in un angolo del cortile e non volevano saperne di entrare nei locali dove stava il bambino che non sapeva ridere. Quando poi passava davanti alle classi dei più piccoli, le maestre dovevano sudare non poco per calmare le crisi di pianto.

Il bambino intanto cresceva, e ancora non rideva.

Un giorno, mentre passeggiava al parco, vide un gruppo di ragazzini che se ne stavano seduti sull’erba all’ombra di una grande quercia. Avevano attirato la sua attenzione perché, a tratti, scoppiavano tutti assieme in una chiassosa risata. Erano lì, seduti immobili, e dopo un attimo erano tutti quanti sdraiati sull’erba che si sbellicavano dalle risa. Si avvicinò e, dato che la sua presenza non sembrava infastidirli molto (anzi qualcuno si era fatto un po’ da parte per lasciare un po’ di posto anche a lui), cominciò ad ascoltare i loro discorsi.
Serio in volto, come suo solito, si sedette.
“Sapete cosa dice un vulcano appena nato?” disse un bimbetto con i capelli rossi, mentre gli altri lo guardavano con aria interrogativa ”MAGMA…MAGMA!”. E giù tutti sdraiati a sbellicarsi dalle risa, tutti tranne ovviamente il nostro bambino, che rimase seduto con il solito sguardo serio. Per nulla turbato, un altro ragazzino disse: “Mia cugina, stufa, se n’è andata da casa!”. “Oh”, replicarono quelli più vicini, “…e i tuoi zii cosa hanno fatto?”. “Hanno comprato un caminetto!”. E di nuovo tutti giù sdraiati sull’erba a sbellicarsi dalle risa. Il capo della banda, un certo Emanuele, disse:”Adesso è il momento di raccontarci delle favole; chi ne sa una che ha per protagonista un cavallo?” Uno dei ragazzini cominciò a raccontare…
Il bambino che non rideva mai decise di fermarsi ancora un altro po’ con loro. Non che partecipasse alle loro chiassose risate, ma in fondo si accorgeva che agli altri ragazzi la sua presenza non dava fastidio, né li intristiva. Infatti se qualcuno di loro, dopo aver finito di sbellicarsi per una delle tante barzellette, lo guardava e stava per farsi serio, si voltava dalla parte di Emanuele, vedeva che lui sorrideva e allora ricominciava a ridere più di prima.
La cosa andò avanti per alcuni giorni, dato che il gruppo aveva l’abitudine di ritrovarsi nello stesso posto alla stessa ora, quando l’ombra della quercia si allungava abbastanza da poterli ospitare tutti.

Un giorno, il bambino che non sapeva ridere si rivolse ad Emanuele e gli chiese: “Come mai tutti quanti quando parlano con me diventano improvvisamente tristi, invece tu riesci lo stesso a sorridere?”
“È semplice”, rispose Emanuele, “Io sono un bambino felice!”
“Davvero?”, chiese il bambino che non sapeva ridere ”E come si fa ad essere felici?”
“Voglio confidarti un segreto!”, gli sussurrò Emanuele, “Ogni volta che potrebbe esserci un motivo per essere tristi, io penso al mio papà. Vedi, io ho un Papà speciale; mi vuole così bene che quando pensa a me non riesce a fare a meno di sorridere. E nemmeno tu, nonostante il broncio, sei riuscito a farLo smettere di sorridere, perché Lui vuole bene anche a tutti i miei amici.”
Per il bambino che non sapeva ridere questa era una novità. Non gli era mai capitato di far sorridere qualcuno e, soprattutto, non era mai stato chiamato amico da nessuno fino a quel momento.

Che bello sapere di essere un pensiero felice nella mente di qualcuno!

Quando l’ombra della quercia cominciò a confondersi con l’imbrunire, venne il momento di tornare alle proprie case. Emanuele si voltò verso il bambino che non sapeva ridere e gli disse “Mi raccomando, domani devi proprio venire, perché tocca a te raccontarci una storia”.
 
Quella sera a tavola successe una cosa strana. La mamma, nel servire la zuppa di pesce, inciampò nel tappeto e un grosso gambero sugoso finì dritto dritto in testa al bambino che non rideva mai. Tutta la famiglia si preparò a lunghe ed assordanti lamentazioni, ma quel che accadde li fece quasi cadere dalla sedia. Il bambino si mise a ridere. Una risatina, piccola piccola, quasi invisibile, nascosta sotto il pomodoro colante, ma indubbiamente una risata.
Allora il papà e la mamma, dopo essersi guardati, cominciarono anche loro a ridere, poi cominciarono a ridere anche i fratelli e infine presero a ridere anche i nonni che erano i più seriosi di tutti. Quella sera tutti i familiari del bambino che non sapeva ridere si fecero una sonora risata e nell’abbracciarlo si sporcarono anche loro di pomodoro, così si misero a ridere ancora più forte. Era proprio bello potere ridere tutti insieme! E siccome la felicità, così come la tristezza, è estremamente contagiosa, anche la vicina di casa (quella del lievito), nel sentire le risa provenienti dall’appartamento vicino cominciò a ridere e via via tutti gli inquilini del palazzo e poi i passanti per strada, fino a contagiare tutti gli abitanti della cittadina.

Adesso però sono diventato triste io perché, se continuerò a scrivere questa storia, sicuramente andrò fuori tema. Quindi non posso fare altro che terminare… oppure cambiare il titolo e raccontare del “bambino che rideva sempre”.