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Gli abeti di Goffredo

RACCONTI – Gli abeti di Goffredo
di Luigi LAROCCHI

Questa storia ha inizio sul Monte Nevoso, là dove gli abeti lasciano il posto ai prati e alle rocce.
Provate ad aprire la finestra di casa e a dare una sbirciata fuori. Se avete nelle vicinanze una montagna, provate ad osservare il suo profilo. Percorrendone con lo sguardo i fianchi noterete un punto oltre il quale gli alberi non crescono. Prima soltanto chiome fitte come steli d’erba, poi all’improvviso prati e dirupi assolati! Non solo; se seguite quella quota per tutto il suo sviluppo, noterete che questo avviene lungo l’intero versante. Se la giornata è particolarmente limpida, questa linea di confine la vedrete estendersi anche a tutte le altre montagne visibili. Sembra quasi che gli alberi del mondo si siano messi tutti d’accordo sul limite entro il quale crescere, come se dal momento in cui i loro predecessori cominciarono a risalire le montagne si siano continuati a ripetere: “Hei, fino a 1.800 metri si sale, poi però basta eh!”. E’ vero, qua e là potrete vedere qualche pino stentato che si è avventurato un poco più su degli altri, ma quasi più per curiosità, per dare una sbirciatina in giro. Infatti, è così piccolo da sembrar chiedere scusa per la sfrontatezza.

Torniamo però alla nostra storia. Il luogo dove si svolge è molto simile a quello che abbiamo descritto, il protagonista è un camoscio dal cavalleresco nome di Goffredo.
Goffredo viveva sul Monte Nevoso da alcuni anni. Non lo conosceva certo fino all’ultimo frammento di granodiorite, nondimeno lo aveva percorso in lungo e in largo. Goffredo sembrava un camoscio come tutti gli altri, aveva però una particolarità: sarà stato a causa del nome, ma nonostante la specie alla quale apparteneva, non poteva sopportare il freddo. Che problemi … direte voi, basta stare al caldo! Ma provate voi a trovare un posto caldo in cima a una montagna, magari d’inverno e sotto la neve. Per scaldarsi a volte rimane soltanto il ricordo del sole!
Tutti i suoi amici camosci facevano capriole lungo i pendii imbiancati, costruivano renne di neve e si divertivano a cercare l’erba con il muso sotto il soffice manto candido. Goffredo invece se ne stava in disparte, con la paura che qualcuno gli tirasse una palla di neve. Già faceva fin troppo freddo da asciutti, figuriamoci bagnati!

Un giorno in cui Goffredo se ne stava sdraiato su una grossa pietra a crogiolarsi al sole notò che una pigna, dopo essersi staccata dal proprio ramo, era rotolata per qualche decina di metri lungo una leggera discesa. Le rotelle, quelle che anche voi dovreste avere all’interno della testa, cominciarono a girare. “Se una pigna, che gambe non ne ha, può spostarsi dal luogo in cui è cresciuta, perché non può farlo un camoscio, che invece ha ben due paia di gambe robuste”. Però dove andare? In fondo aveva percorso molti sentieri, aveva addirittura visitato altre montagne, ma un posto caldo d’inverno non lo aveva ancora trovato. Pensò così di chiedere consiglio alla Grande Aquila.

La Grande Aquila viveva da anni presso la vetta della montagna, su un picco roccioso che dominava uno spaventoso precipizio. Era la più saggia degli animali, aveva visitato luoghi che nessuno nemmeno sapeva che esistessero. Lei certamente lo avrebbe consigliato.

Goffredo, un bel giorno di primavera, si incamminò lungo i sentieri che lo portarono prima fuori dal bosco, poi su instabili ghiaioni e balze rocciose. Proseguì anche quando i sentieri divennero tracce e sparirono.
Finalmente giunse in vista del nido della Grande Aquila, ma si accorse di non poter proseguire. Il nido era collocato proprio sul culmine di una sporgenza rocciosa e su ogni lato si apriva uno strapiombo impossibile da scalare. Goffredo provò a chiamare a gran voce: “Ti prego Grande Aquila, ho compiuto un lungo cammino per poterti incontrare”.

La Grande Aquila già da tempo stava osservando Goffredo, lo aveva notato da quando aveva lasciato il bosco. Ovviamente lo conosceva, come conosceva tutti gli animali della montagna. Lo aveva visto quando, con la sua famiglia, si era trasferito alla volta della nuova dimora. Aveva visto come se ne stava in disparte quando gli altri compagni giocavano nella neve e, si può dire, che già conoscesse le domande che le sarebbero state rivolte.
Salì sul bordo del nido, spiegò le enormi ali e presa da una lieve brezza si sollevò maestosa. Dopo aver volteggiato in cerchi concentrici sempre più piccoli la Grande Aquila si posò accanto a Goffredo e aspettò che lui cominciasse a parlare. “Ti ringrazio Grande Aquila per aver ascoltato la mia preghiera ed essere scesa fino a me. Sono un camoscio e come tale dovrei amare il posto in cui sono nato e cresciuto, ma sono triste, perché quando l’inverno arriva portando con sé la neve, io non faccio che sognare un luogo dove il sole non smette mai di scaldarti il manto e dove l’erba cresce sempre nelle radure tra gli alberi e non sotto uno spesso strato di ghiaccio. Tu che conosci tutto, dimmi dove trovare un tale posto”.
La Grande Aquila rispose con un canto (…qualcuno tra voi pensa che gli uccelli non cantino?):

“L’acqua nasce sulle cime impervie ed innevate
là dove il ghiaccio erode le vallate.
Essa però abbandona quel posto,
scende con cascate, rapide e tosto,
seguendo correnti or lente poi impetuose
giunge in un luogo con onde rumorose.
Il tuo desiderio lì sarà appagato,
perché la neve mai copre il prato!
Ma mai un camoscio
dovrà lasciare il suo bosco,
tra abeti e pini
lì sono i suoi lidi.
Se partire tu vorrai,
con te gli alberi porterai!”

Goffredo, dopo aver ringraziato la Grande Aquila, si allontanò pensieroso, ripercorse i propri passi e tornò giù al margine del bosco. Aveva compreso molte delle parole che gli erano state rivolte, ma non riusciva proprio a capire come sarebbe riuscito a farsi seguire dagli alberi. “Hanno radici profonde, non possono sollevarle dal terreno e usarle come zampe per camminare. E se anche potessero, come si fa a spiegare a un abete che ti deve seguire?” Stava ancora arrovellandosi con questi pensieri, sdraiato sulla solita grande pietra, quando ancora una volta notò una pigna cadere da un vicino albero di pino.
“Ma certo! Ecco come fare!”
Assieme ai viveri ed agli effetti personali preparati per il viaggio, cominciò a mettere da parte un grande numero di pigne.
Quando tutto fu pronto salutò i genitori, i fratelli, gli amici e si incamminò. Si accostò al torrente e seguì il corso dell’acqua nel suo lungo cammino. La accompagnò per valli infinite e per pianure sterminate. Il torrente divenne un fiume e la prateria lo circondò a perdita d’occhio. Dovette attraversare numerosi affluenti, ma per un camoscio, abituato a ben altri ostacoli, fu cosa da poco. Il fiume si allargò a dismisura, finché si trovò davanti il mare.
Il posto era bellissimo, tutto era diverso ma nello stesso tempo gli ricordava qualcosa di famigliare. C’erano gli uccelli, come in montagna; erano solo un po’ più bianchi, ma pur sempre uccelli! C’era l’acqua, non come quella dei torrenti e dei laghi, ma salata e con onde alte e spumeggianti; le rocce, non erano come quelle delle montagne, ma più fini, tanto che ci si poteva sdraiare sopra senza farsi alcun male. Gli animali del posto (a dire il vero parecchio bizzarri), la chiamavano sabbia. Ma soprattutto quello che più lo ammaliava era, finalmente, un sole caldo e luminoso. Aveva trovato il posto che faceva per lui!

Prese le pigne dai suoi bagagli e ne seminò i pinoli. Dopo qualche giorno i semi cominciarono a germogliare ed in capo ad alcuni mesi, fronzuti alberi di pino lo ripararono con la loro chioma. Erano come i pini delle sue montagne, solo con gli aghi un poco più lunghi. Da quel giorno gli alberi divennero sempre più grandi e numerosi sulle rive del mare e Goffredo poté finalmente vivere tra foreste dove l’inverno era caldo e dove la neve non si vedeva mai.

Molti secoli sono passati da quando Goffredo compì il suo lungo viaggio, ma le foreste di pini marittimi ancora si possono osservare presso molte spiagge calde ed assolate.

 

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