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ULTIMAPAGINA
di Rosa TOMASINI

Classe IV A, lezione di filosofia. Va in onda John Locke, filosofo britannico della seconda metà del Seicento, padre dell’empirismo moderno e di molto altro ancora. Non è troppo difficile leggere qualche pagina del suo Saggio sull’intelletto umano, così i ragazzi si arrischiano ad interpretare le prime metafore e ad esporre le loro opinioni sul pensiero del filosofo, senza troppa paura di sbagliare. “Il nostro spirito è come una candela che noi abbiamo davanti agli occhi e che diffonde luce sufficiente a illuminare tutte le nostre faccende” – scrive il pensatore. “E infatti che  altro potrebbe fare una candela?” – domando io. Illumina, permette di vedere qualcosa della realtà che le sta attorno. Qualcosa. Poco, ma di quel poco possiamo star certi. Possiamo fermare i nostri piedi in cerca di appoggio sicuro su quel pezzettino di realtà illuminato dalla candela. Non tanto diversamente da come fa  la ragione umana – dicono Locke e i ragazzi – illumina un breve spicchio di realtà, quello che può essere iscritto dentro il raggio della nostra esperienza sensibile, quello dei bisogni primari e delle necessità vitali. Non è poi così poco, è quello che serve per vivere, possiamo accontentarci.

Davvero possiamo accontentarci? Ma che cosa c’è nel buio che la candela non può squarciare? Che cosa c’è sul fondo dell’oceano che lo scandaglio della nostra nave non può sondare? Che cosa c’è in fondo alla fila delle utili cose quotidiane, al termine dei misurabili istanti del nostro vivere? Che cosa c’è dietro la siepe? Che cosa c’è dentro la fame e la sete dell’uomo?
Domande illegittime. Per vivere sicuri non possiamo inoltrarci oltre la piccola luce della candela: ci basti questa per stare in piedi. Ai ragazzi va benissimo così.
“È un bel ragionamento chiaro – dicono – presenta un modello di ragione onesto, il filosofo sa stare “con i piedi per terra”, ci piace!”.
La pensano anche loro allo stesso modo. Tutti. “ Nessuna obiezione prof!”.
Che difficile capire questi ragazzi così “fuori” in tante manifestazioni della loro inoltrata adolescenza, così presuntuosi di fronte agli adulti, insofferenti dei limiti legittimati perfino dalla psicologia e così… minimalisti nel pensare all’ uomo e al suo desiderio. Perché? Com’è possibile non sentire, a diciotto anni, l’urgenza dell’infinito premere dentro la propria intelligenza e il proprio cuore? Come non riconoscerla nella storia dell’arte, nella storia della letteratura o delle scienze, nella storia e basta,  che studiano ogni giorno da tanti anni?

Si sono scelti questo angolino, rannicchiati sotto uno spiraglio di luce appena capace di filtrare un buio pesto. E credono possa bastare.
Ma rassegnarsi al buio, non cercare strade per inoltrarsi oltre la fioca luce della candela è accorciare gravemente l’orizzonte e sottrarsi alla possibilità della “grande speranza”.
Forse stiamo permettendo che il loro cuore entri in una crisi irreversibile di asfissìa.   Li lasciamo languire in quella pigrizia metafisica del nostro mondo, di cui aveva parlato più di vent’anni fa l’allora professor Ratzinger.
Sarebbe un peccato gravissimo da parte di noi adulti.
Un cuore asfittico, un cuore accidioso è un cuore rattrappito, incapace di dilatarsi, di respirare Dio. Un cuore incapace di credere nella propria grandezza, incapace di trovare ragioni per vivere e per vivere da uomini. Non si può essere uomini senza credere e non è possibile nessun cammino di umanizzazione senza gli altri e senza l’Altro.

“Oggi vediamo, spesso sui volti dei giovani, una strana amarezza, una rassegnazione assai lontana dalla spinta giovanile verso l’ignoto. La radice più profonda di questa tristezza è la mancanza della grande speranza e l’irragiungibilità del grande amore. Tutto ciò che c’è da sperare è conosciuto e ogni amore sfocia nella delusione per la finitezza di un mondo, i cui enormi surrogati non sono che una misera copertura di un’abissale disperazione. […] Simile tristezza deriva da una mancanza di magnanimitas (animo grande), da un’incapacità a credere alla grandezza della vocazione umana, quella che è stata pensata per noi da Dio. L’uomo non ha fiducia nella sua propria vera grandezza, vuole essere più “realistico”. […] Esiste oggi uno strano odio dell’uomo contro la sua propria grandezza. […] All’inizio della strada stava l’orgoglio di “essere come Dio”. Bisognava sbarazzarsi del sorvegliante Dio per essere liberi; riprendersi il Dio proiettato nel cielo e dominare come Dio sulla creazione. Ma così si  venne veramente a una specie di spirito e volontà, che stavano e stanno contro la vita e sono dominio della morte.” (J. Ratzinger, Guardare Cristo, Jaka Book, pg. 60).
Proprio in questi tempi di ottusa riduzione dei confini (del desiderio, della ricerca, dell’ideale, della passione, della volontà, dell’amore… ) tocca agli adulti testimoniare ai figli la magnaminitas, la grandezza di un cuore capace di Dio.

 

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