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Ultima Pagina

di Lella TOMASINI

La massima parte di ciò che veramente mi serve sapere su come vivere, cosa fare e in che modo comportarmi l’ ho imparata all’asilo. La saggezza non si trova al vertice della montagna degli studi superiori, bensì nei castelli di sabbia del giardino dell’infanzia. Queste sono le cose che ho appreso: Dividere tutto con gli altri. Giocare correttamente. Non fare male alla gente. Rimettere le cose al posto. Sistemare il disordine.Non prendere ciò che non è mio. Dire che mi dispiace quando faccio del male a qualcuno. Lavarmi le mani prima di mangiare. I biscotti caldi e il latte freddo fanno bene. Condurre una vita equilibrata: imparare qualcosa, pensare un po’ e disegnare, dipingere, cantare, ballare, suonare e lavorare un tanto al giorno. Fare un riposino ogni pomeriggio. Nel mondo, badare al traffico, tenere per mano e stare vicino agli altri. Essere consapevole del meraviglioso. Ricordare il seme nel vaso: le radici scendono, la pianta sale e nessuno sa veramente come e perché, ma tutti noi siamo così. I pesci rossi, i criceti, i topolini bianchi e persino il seme nel suo recipiente: tutti muoiono e noi pure. Non dimenticare, infine, la prima parola che ho imparato, la più importante di tutte: GUARDARE. Tutto quello che mi serve sapere sta lì, da qualche parte: le regole Auree, l’amore, l’igiene alimentare, l’ecologia, la politica e il vivere assennatamente. Basta scegliere uno qualsiasi tra questi precetti, elaborarlo in termini adulti e sofisticati e applicarlo alla famiglia, al lavoro, al governo, o al mondo in generale, e si dimostrerà vero, chiaro e incrollabile. Pensate a come il mondo sarebbe migliore se noi tutti , l’intera umanità prendessimo latte e biscotti ogni pomeriggio alle tre e ci mettessimo poi sotto le coperte per un pisolino, o se tutti i governi si attenessero al principio basilare di rimettere ogni cosa dove l’ hanno trovata e di ripulire il proprio disordine. Rimane sempre vero, a qualsiasi età, che quando si esce nel mondo è meglio tenersi per mano e rimanere uniti. (TUTTO QUELLO CHE MI SERVE SAPERE   Di Robert Fulghum).

Un exploit di ingenuo buonismo? Una provocazione all’insegna della tenerezza? Non lo so, ma c’è qualcosa in queste immagini linde quanto il grembiulino del primo giorno di scuola, che costringe anche i cuori più esperiti a provare un po’ di nostalgia.
Nostalgia per la nostra infanzia, quando ci siamo affacciati per la prima volta su questa terra, mano nella mano della mamma, pronti ad attraversare con curiosità la strada piena di traffico dei mondi e delle vite in cui ci saremmo di lì a poco imbattuti. Nostalgia per l’infanzia di un mondo che, forse come noi, è nato bambino ed ha mosso i suoi primi passi senza fretta, senza il peso delle angosce adulte che nell’attuale maturità – o è già vecchiaia?- l’hanno scavato di rughe.
Nostalgia del Giardino, dove la voce del Padre è risuonata all’origine e risuonerà alla fine profonda e leggera, senza provocare alcun brivido di colpa.

Credo che l’educazione abbia a che fare con il compito di risvegliare nei bambini e nei ragazzi qualcosa di simile a questa nostalgia. Un ricordo ma anche una promessa di inveramento dell’immagine da cui siamo stati ritagliati. Il nostro destino non è scritto nella frenesia del dominio sulle cose e sugli uomini. Il nostro destino è nascosto in quell’origine trasparente della nostra umanità così vicina al Creatore. Questo dobbiamo svelare ai bambini, questo dobbiamo impedire loro di dimenticare man mano si fanno ragazzi.

Ho ascoltato per la prima volta la poesia di Fulghun dalle labbra di due bambini della chirurgia pediatrica dell’Ospedale di Brescia. L’hanno recitata nel giorno di Santa Lucia al vescovo della nostra città. Dalle bocche di bambini segnati gravemente dalla malattia, le parole uscivano cariche di un significato tutto nuovo, lontanissime da ogni possibile ingenuità. Contenevano una nostalgia carica di speranza e di promessa di vita. Una speranza ed una promessa che spettano ad ogni essere umano che viene al mondo e perciò costituiscono il cuore di ogni vera educazione.
Sarà forse per questo che Monsignor Monari, al quale era destinata la lettura, ha chiesto alla fine il foglietto della poesia per infilarlo nella tasca interna del suo clergyman?

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