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Parole del MEC

 

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Quello che vale della comunicazione è quanto di essa resta, quando tutto torna a tacere: una parola, un sentimento, un legame. Soffice come neve che si posa sul ramo o tagliente come una lama che si infila nell’anima… qualcosa si deve trattenere, perché la nostra persona cresca e si arricchisca. Non si possono consumare le parole dette, scritte, ascoltate o lette, con la velocità distruttiva alla quale viaggiano oggi tutti i nostri atti. Pena il lasciar scivolare via la vita sul nostro io, come l’acqua fresca sulle pietre sorde del torrente. Lasciar sedimentare, trattenere, vagliare, coltivare nella fertile distesa della nostra anima i semi depositati in noi dall’incontro. Con una persona viva o con una parola scritta fa lo stesso. Accogliere, scaldare, lasciar radicare. Nell’era dell’informatica le parole ci raggiungono con una velocità e quantità spropositate, rispetto alla nostra capacità di registrarle e di rielaborarle. La rete ci ha avvolti in un vortice di informazioni che non sappiamo nemmeno controllare, ma dal quale dipendiamo senza scampo. Paura di dileguare il nostro spirito nel nulla, insieme alle sue parole che rotolano perdendosi nello spazio cibernetico. Già 25 secoli fa, il filosofo Platone visse la stessa paura. Lì si trattava del passaggio dalla cultura orale a quella scritta, ma la questione era la stessa. E ce la racconta lui stesso, mascherandola dietro il mito di Theut. Un giorno Theut, il dio che aveva scoperto le lettere dell’alfabeto scritto, si recò a Tebe per rivelare la sua scoperta al re Thamus, convinto di consegnargli una vera medicina per la sapienza e per la memoria degli uomini. Ma il re rimase perplesso: è vero che la scrittura aiuta la memoria, affidando ad un testo scritto quello che   magari il ricordo potrebbe cancellare. Ma in questo modo gli uomini “fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non più dall’interno di se stessi, ma dal di fuori […] e potendo avere notizie di molte cose senza insegnamento, si crederanno d’essere dottissimi, mentre per la maggior parte non sapranno nulla; con loro sarà una sofferenza discorrere…”(Platone, Fedro). Il metter dentro parole e parole dall’esterno, senza nessun lavoro per renderle nostre, senza cercare la corrispondenza tra quello che lasciamo penetrare nel nostro cuore e quello che ha origine in esso, non ci rende affatto sapienti, semplicemente ci imbottisce di vane opinioni partorite da estranei. Se questo accade quotidianamente quando guardiamo la tv o nei milioni di parole dette e ascoltate nel vuoto, lo stesso meccanismo può accadere perfino nei confronti delle parole che vogliamo comunicarci tra noi, negli incontri delle nostre comunità. Parole grandi, parole sante destinate a spalancare all’Infinito poveri cuori di uomini, parole generate dalla Parola che affollano le nostre riunioni e i nostri pensieri…ma troppo velocemente digerite, troppo velocemente liquidate sulla soglia della nostra anima. Quante ne restano? Quante mettono radici? Quante fruttano vita? Perché una parola rigeneri l’io deve mettere radici, come un seme che non vuole inaridire. Deve prendere vita e poi crescere e poi approfondirsi e poi rinascere nuova nel dialogo. E’ infatti nel Dialogo che la parola-seme comincia a generare le sue radici. Nel dialogo con l’altro, con gli altri le parole si incontrano, si confrontano, si interiorizzano, prendono forma e sostanza…vivono. Così, quando cessano la parole e resta il silenzio (e ogni parola giusta prima o poi si fa silenzio), inizia il vero scambio tra noi e il Significato, tra noi e la Figura di tutti gli interlocutori.  “Tace la voce, grida il cuore, poiché nulla di vero dico agli uomini, se prima Tu non l’hai udito da me; e Tu da me non odi nulla, se prima non l’hai detto Tu stesso” ( Agostino, Confessioni ).

 

 

In questa pagina del Sito d’ora in poi cercheremo di dare spazio alle parole che la nostra storia ha seminato nei mesi precedenti l’uscita di ogni numero della rivista “Dialoghi Carmelitani”, perché non vengano bruciate troppo in fretta, perché permangano un tempo necessario a mettere radici.

Parole del MEC

 

Lella Tomasini

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