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La globalizzazione dell’indifferenza

ULTIMAPAGINA
di Rosa TOMASINI

Il Rapporto annuale del Centro Astalli, il servizio dei Gesuiti per i rifugiati in Italia, ci segnala una crescita costante di persone in fuga da situazioni di guerre o da rivoluzioni in corso. Sono storie di chi è al di là del Mediterraneo, oppure lo ha raggiunto dal Corno d’Africa o dal Centrafrica (Nigeria, Mali, Ghana, Costa d’Avorio). Sono storie di un Medioriente da anni in cerca di pace e sempre sull’orlo della guerra, come la crisi siriana sta evidenziando. Sono storie di un Oriente in drammatiche situazioni: Iran, Iraq, Afghanistan e Bangladesh in particolare. Ma accanto a questi mondi noti c’è un mondo in fuga alla ricerca di una sicurezza personale, sul piano culturale, religioso e politico, che reclama la nostra attenzione. Sono singole persone e famiglie, più che popoli. Sono storie di fragilità e di ingiustizia che si consumano sotto i nostri occhi nella “indifferenza globalizzata” messa all’indice dal Papa, nelle sue numerose visite di questi ultimi mesi ai centri di accoglienza del nostro Paese. Non possiamo addomesticare il grido del Papa che continua a chiedere alla Chiesa e a ciascuno di noi un’assunzione di responsabilità e un impegno coraggiosi.

“Chi è il responsabile di questo sangue? Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: ‘non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io’. Ma Dio chiede a ciascuno di noi: ‘Dov’è il sangue del tuo fratello che grida fino a me?’. Oggi nessuno nel mondo si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parlava Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci tranquillizziamo, ci sentiamo a posto. […] Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro! […] Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo? Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere!” (Papa Francesco, visita a Lampedusa 8 luglio 2013) Piangere per il fratello che patisce e muore sotto casa nostra è il sussulto elementare cui la natura umana, se ancora ha un filo di voce in noi, dovrebbe provocare spontaneamente in ogni uomo.     Ma non basta. Nella visita al Centro Astalli del 10 settembre scorso, il Papa, interpretando il programma di lavoro dei volontari del Centro dei gesuiti, ha messo in luce tre verbi, cioè tre “azioni” effettive, indicandole come compito urgente anche per ciascuno di noi: servire, accompagnare, difendere.

SERVIRE :
“ Servire significa lavorare a fianco dei più bisognosi, stabilire con loro prima di tutto relazioni umane, di vicinanza, legami di solidarietà. Solidarietà, questa parola che fa paura al mondo sviluppato. Cercano di non dirla. Solidarietà è quasi una parolaccia per loro. Ma è la nostra parola! Servire significa riconoscere e accogliere le domande di giustizia, di speranza, e cercare insieme delle strade, dei percorsi concreti di liberazione. I poveri sono anche maestri privilegiati della nostra conoscenza di Dio; la loro fragilità e la loro semplicità smascherano i nostri egoismi, le nostre false sicurezze, le nostre pretese di autosufficienza e ci guidano all’esperienza della vicinanza e della tenerezza di Dio, a ricevere nella nostra vita il suo amore, la sua misericordia di Padre che, con discrezione e paziente fiducia, si prende cura di noi, di tutti noi. Da questo luogo di accoglienza, di incontro e di servizio vorrei allora che partisse una domanda per tutti: mi chino su chi è in difficoltà oppure ho paura di sporcarmi le mani? Sono chiuso in me stesso, nelle mie cose, o mi accorgo di chi ha bisogno di aiuto? Servo solo me stesso o so servire gli altri come Cristo che è venuto per servire fino a donare la sua vita? Guardo negli occhi di coloro che chiedono giustizia o indirizzo lo sguardo verso l’altro lato per non guardare gli occhi?”.

ACCOMPAGNARE: “La sola accoglienza non basta. Non basta dare un panino se non è accompagnato dalla possibilità di imparare a camminare con le proprie gambe. La carità che lascia il povero così com’è non è sufficiente. La misericordia vera, quella che Dio ci dona e ci insegna, chiede la giustizia, chiede che il povero trovi la strada per  non essere più tale. Chiede – e lo chiede a noi Chiesa, a noi città di Roma, alle istituzioni – chiede che nessuno debba più avere bisogno di una mensa, di un alloggio di fortuna, di un servizio di assistenza legale per vedere riconosciuto il proprio diritto a vivere e a lavorare, a essere pienamente persona.”

DIFENDERE: “Servire, accompagnare vuol dire anche difendere, vuol dire mettersi dalla parte di chi è più debole. Quante volte leviamo la voce per difendere i nostri diritti, ma quante volte siamo indifferenti verso i diritti degli altri! Quante volte non sappiamo o non vogliamo dare voce alla voce di chi – come voi – ha sofferto e soffre, di chi ha visto calpestare i propri diritti, di chi ha vissuto tanta violenza che ha soffocato anche il desiderio di avere giustizia!” (Discorso del Santo Padre in visita al “Centro Astalli” di Roma per il servizio ai rifugiati. Martedì, 10 settembre 2013).

E non c’è niente di pietistico in queste parole, anzi. Se il Papa ci invita ad imparare nuovamente a piangere per loro, contemporaneamente costringe il nostro sguardo a riconoscere la loro dignità, il loro grande coraggio: “Oggi, però, cari amici, vorrei invitare tutti a cogliere negli occhi e nel cuore dei rifugiati e delle persone forzatamente sradicate anche la luce della speranza. Speranza che si esprime nelle aspettative per il futuro, nella voglia di relazioni d’amicizia, nel desiderio di partecipare alla società che li accoglie, anche mediante l’apprendimento della lingua, l’accesso al lavoro e l’istruzione per i più piccoli. Ammiro il coraggio di chi spera di poter gradualmente riprendere la vita normale, in attesa che la gioia e l’amore tornino a rallegrare la sua esistenza. Tutti possiamo e dobbiamo alimentare questa speranza!” (Papa Francesco, visita a Lampedusa 8 luglio 2013).

Accogliere i rifugiati, i richiedenti asilo, i poveri non è compito per gli specialisti, per i volontari o per chi ha fatto dell’accoglienza il proprio lavoro. E’ un compito che il Papa assegna alla Chiesa tutta: famiglie, parrocchie, movimenti, istituti religiosi. E’ un compito assegnato a me, a te, al Movimento Ecclesiale Carmelitano, alla Chiesa. “Per tutta la Chiesa è importante che l’accoglienza del povero e la promozione della giustizia non vengano affidate solo a degli “specialisti”, ma siano un’attenzione di tutta la pastorale, della formazione dei futuri sacerdoti e religiosi, dell’impegno normale di tutte le parrocchie, i movimenti e le aggregazioni ecclesiali. In particolare – e questo è importante e lo dico dal cuore – vorrei invitare anche gli Istituti religiosi a leggere seriamente e con responsabilità questo segno dei tempi. Il Signore chiama a vivere con più coraggio e generosità l’accoglienza nelle comunità, nelle case, nei conventi vuoti. […] Abbiamo bisogno di comunità solidali che vivano l’amore in modo concreto!” (Discorso del Santo Padre in visita al “Centro Astalli” di Roma per il servizio  ai rifugiati. Martedì, 10 settembre 2013).

 

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