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Alla radice del carisma carmelitano

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A cura di Lella TOMASINI

Prenderci cura della radice del carisma carmelitano. Il nostro Movimento è nato per questo, per trapiantare quella radice e coltivarla nelle nostre vite feriali, perché, dopo essere stata nutrita per secoli da donne e uomini nel silenzio di conventi e monasteri, possa alimentarsi ora anche dell’amore tra gli sposi, della dedizione delle madri e dei padri ai propri figli, dell’ospitalità degli amici nelle nostre case e del servizio al prossimo nei luoghi del nostro lavoro. Lo ha capito bene anche il nostro amico Padre Arcesio, vivendo con noi i tre giorni di Esercizi Spirituali: “El MEC es un movimiento que ha echado raíces profundas en la vida de las familias y les da la oportunidad de vivir el seguimiento del Señor de manera concreta. Es una respuesta actual de la espiritualidad carmelitana para vivir los difíciles tiempos que enfrentamos. Sin lugar a dudas es un movimiento inspirado por el Espíritu que de manera moderna y eficaz está llevando a la vivencia del evangelio y a un compromiso concreto con los hermanos.” (lettera di Padre Arcesio, in questo numero di Dialoghi Carmelitani.)

Ma lo scopo della pianta non è la radice. Scopo della pianta sono i frutti. Sarebbe senza senso affaticarci in una custodia raffinata e gelosa del carisma, senza preoccuparci di lasciargli esprimere visibilmente, creativamente tutta la fecondità possibile. Quali frutti sta portando a maturazione la pianta del carisma carmelitano, trapiantata e curata in questi vent’anni dentro il mondo laico?
“Pienezza della persona e pienezza della famiglia”, dicevamo agli Esercizi Spirituali, e  poi ancora ricchezza di “famiglie in comunione”. Famiglie in comunione come trasparenze pienamente umane del mistero della Trinità, come promesse di inarrestabile fecondità trinitaria.

Le analisi sociologiche e psicologiche sulle gravi malattie della famiglia d’oggi, certamente fondate, riempiono le pagine dei quotidiani e dei talk show televisivi. Le colpe delle famiglie si infilano senza pietà tra i discorsi degli insegnanti che non sanno più tenere i ragazzi, così con una nota da far firmare ai genitori mettono a tacere il loro senso d’impotenza. E perfino tante prediche in chiesa, invece di aprire gli occhi dei credenti sull’interessante novità del cristianesimo continuano a battere sulle ossessionanti patologie familiari, antiche quanto la tragedia greca, senza saper riconoscere il bello e buono che accade appena fuori dalla chiesa, proprio nelle case dei parrocchiani.

La famiglia che conosciamo noi non è solo, né prima di tutto, un malato da curare.
Pur condividendo le stesse fatiche dei nostri contemporanei, pur soffrendo le stesse ferite noi conosciamo la roccia da cui siamo stati tratti. Noi sappiamo e sperimentiamo relazioni pienamente umane nelle nostre case, Anche quando le cose possono andare male e siamo felici di essere sposati, di essere padri, madri, nonni e figli. Così felici che non possiamo stare soli e chiusi tra noi. La nostra storia vede grandi amicizie durare nel tempo e nuove fraternità familiari costruire umanità belle e felici di stare al mondo.
E dobbiamo dirlo, dobbiamo far saltare questo clima soffocante di nichilismo senza speranza.
Il numero non conta, Gesù ha fatto leva su una decina di uomini fragili e senza strategie. Li ha resi come quei piccoli semi che riescono a sbucare e germogliare perfino nelle fessure dell’asfalto.
Non importa se non siamo una massa. La forza dei cristiani non è mai nel numero, ma nella comunione.

Da “famiglie in comunione” a “città” il passo è breve.
Non vogliamo rimanere arroccati attorno al castello, vogliamo stare dentro il consorzio umano dove si vive, si ama e si lavora insieme a tutti. Vogliamo trapuntare in profondità il tessuto delle nostre città. Vogliamo scavare il letto del fiume sotterraneo che permette alla Trinità di abbeverare le città e la storia.
“ Ma di quale città parlavi nella tua lezione agli Esercizi Spirituali?- mi scrive un amico di Verona- ti riferivi alla città di Dio di Padre Arcesio?”.
“ No”, gli ho risposto io. E spiego il perché.
Solo qualcuno sarà chiamato anche a quello, ma poche sono le persone chiamate a compiere un’azione fuori dall’ordinario, un’azione profetica che spacchi la ferialità dei nostri vissuti ed esca dalle convivenze umane ordinarie, per indicare, profeticamente appunto, un ideale sul quale regolarci. La maggior parte di noi, per dirla con Madeleine Delbrêl, non viene “messa da parte” in città speciali, “città di Dio”, appunto. Alla maggior parte di noi viene chiesto di rimanere nelle città ordinarie degli uomini, perché lì si continui a tenere spazi vitali sempre aperti a Dio. Alla maggior parte di noi viene chiesto il coraggio di un’ azione politica radicata nell’ordinarietà dei nostri lavori, nel quotidiano vivere di tutti, perché a tutti si mantenga sempre aperta la possibilità di imbattersi nel Signore della vita e delle città.
I monasteri benedettini che nel quinto secolo si collocarono nella tempesta  di un’Europa devastata dalle invasioni barbariche come punti di rinascita della vita sociale e culturale, non nacquero con la preoccupazione di costituire un ordine monastico, ma dalla preoccupazione di alcuni laici di vivere interamente, radicalmente il cristianesimo in comunità, secondo la regola lasciata da S. Benedetto.
La vecchia Europa, nata da radici greche e cristiane, è percossa oggi da una tempesta non meno violenta di quella che causò la fine dell’epoca antica. Una tempesta che oggi manifesta la sua violenza in una crisi economica, ma più profondamente esistenziale e antropologica, di cui tutti stiamo facendo le spese, soprattutto le giovani generazioni. Come non sentire imperativo il richiamo a rimanere dentro la tempesta delle nostre città, noi che stiamo sperimentando la Trinità come principio architettonico delle nostre famiglie? Come non cercare ed indicare vie d’uscita positive e intere, intere come l’esperienza di una comunione cristiana capace di salvare l’uomo e le città, capace di ricostruire una storia di alleanza tra l’uomo e Dio?
Se politica assume il senso di una costruzione di questo tipo, il carisma carmelitano si trova di fronte una nuova terra dentro cui affondare le proprie radici.
“ Sicché la Trinità non è una specie di teorema celeste buono per le esercitazioni accademiche dei teologi. Ma è la sorgente da cui devono scaturire l’etica del contadino e il codice deontologico del medico, i doveri dei singoli e gli obblighi delle istituzioni, le leggi del mercato e le linee ispiratrici dell’economia, le ragioni che fondano l’impegno per la pace e gli orientamenti di fondo del diritto internazionale.
La Trinità, dunque, è una storia che ci riguarda. Ed è a partire da essa che va pensata tutta l’esistenza cristiana.” ( Don Tonino Bello da “La famiglia come laboratorio di pace”)

 

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