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In fabbrica con la tonaca

di Rosa TOMASINI

“ Non è poi vero che l’uomo sia incapace di organizzare la terra senza Dio. Ma ciò che è vero è che , senza Dio, egli non può, alla fin dei conti ,organizzarla che contro l’uomo” (Henri de Lubac).

Benedetto XVI lo ha canonizzato da poco e nella sua visita a Brescia ha pregato davanti alla sua tomba. Si tratta di Don Tadini nato a Verolanuova, in provincia di Brescia, il 12 ottobre 1846.

Suo padre Pietro era segretario comunale, mentre Giulia, la madre, morì a ventotto anni lasciando sette figli, tra cui lui: Arcangelo. Da giovane prete gli fu affidata la parrocchia di Botticino, un piccolo paese nel bresciano abitato da contadini che si dedicavano alla coltivazione dei frutteti, dove non trovò né oratori, né suore e dove la gente frequentava la chiesa con poco entusiasmo. Senza scoraggiarsi cominciò dall’educazione delle persone attraverso la predicazione. “Quando le finestre della chiesa erano aperte lo si sentiva fino alla Casella “, ” faceva piangere perché sapeva commuovere”, ” faceva rizzare i capelli dalla paura”… dicevano i suoi parrocchiani.  Il suo biografo, Luigi Fossati, ci racconta che l’arciprete aveva un carattere “rettilineo, energico, non ammetteva repliche. Se lo seguivano accettava la collaborazione, altrimenti camminava da solo, zoppicando per quell’incidente che gli era accaduto da giovane; ma andava…”. Indaffarato dal mattino alla sera per il bene dei suoi parrocchiani, si prodigava per la loro formazione spirituale: catechesi, sacramenti, liturgie, cori, gruppi di spiritualità e omelie venivano preparati con attenzione e passione. E fin qui nulla di strano. Questo deve fare il prete ed è questo che la gente voleva da lui. Ma don Tadini non si fermò a questo; la sua idea di cristianesimo non languiva in sagrestia. Anzi in un’epoca in cui molti intellettuali propagandavano l’idea che un vero amore all’uomo può essere soltanto anticristiano, perché l’uomo non è mai stato così alienato come nel cristianesimo, Don Tadini dimostra la verità: è l’amore di Cristo per l’uomo che ci rende capaci di amare autenticamente l’uomo, ogni uomo.

Vale la pena sentirlo dalle sue parole, tratte da una delle sue omelie: « Si udì nella capanna di Betlemme un vagito: era il vagito di Dio che pazzo d’amore per l’umanità, volle assumerla, farla sua. In quel Presepio germogliarono due fiori, che sono i due amori sublimi: l’amore a Dio, l’amore all’umanità. E’ vero che primo di questi due fiori deve posare sul nostro petto l’amor di Dio; Gesù Cristo è venuto nel mondo specialmente ad accendere questo fuoco: “Amerai Dio con tutta la tua anima, con tutte le tue forze…”; ma qual segno ci diede per conoscere se questo fuoco è in noi? “Io vi lascio la mia immagine – egli dice -vi lascio l’uomo, amatelo. Tutto ciò che fate al fratello in nome mio Io terrò fatto a me”. Gesù Cristo come uomo è il rappresentante più completo dell’umanità, e chi ama l’umanità, deve necessariamente amare Gesù, come chi odia Questi, dovrà inevitabilmente odiare anche quella. L’umanità sarà amata o odiata né più né meno in quella guisa che sarà trattato Gesù. Ecco l’infallibile misura: chi ama Dio, ama anche il prossimo”».

Impossibile dunque separare amore a Dio e amore all’uomo, preghiera e lavoro, contemplazione e opere. Non basta dare lavoro, se non si dà un’anima a quel lavoro.  Così la parrocchia  si dilatava occupando non soltanto lo spazio spirituale, ma entrando in quello sociale e materiale della comunità di Botticino. Assisteva i giovani nella scelta vocazionale, ma li consigliava anche sulla professione e quando poteva li aiutava concretamente. Spendeva lunghe ore nel confessionale per la loro formazione e  diventava particolarmente paterno quando si trattava di fidanzamenti in preparazione alle nuove famiglie, seguite da lui sempre nelle loro fortunose e non facili vicende. Ma in modo speciale sostava al capezzale degli infermi: lì  mostrava tutta la sua paternità.
I tempi erano difficili e il paese povero. Mentre dal pulpito tuonava contro i mali della società industriale, sollecitato dalla “Rerum Novarum” di Leone XIII, istituiva nel 1893 la Società agricola del mutuo soccorso , una cassa comune, dalla quale i lavoratori potevano prelevare i sussidi in caso di malattia, infortuni sul lavoro, invalidità o vecchiaia. 

Due filande davano lavoro ad un centinaio di operaie, ma non esaurivano il bisogno di occupazione. Mentre gli uomini trovavano lavoro nelle vicine cave di marmo, le donne dovevano andare fino a Lonato, a 15 km di distanza. Partivano presto il lunedì mattina e, a piedi o su un carretto, raggiungevano la filanda, per tornare solo il sabato sera, stanche e ‘diverse’ da come erano partite. Avevano lavorato con le mani nell’acqua bollente per lunghe ore tenendo in ammollo i bozzoli dei bachi da seta, in un ambiente saturo di vapori irrespirabili. Qui le ragazze, anche giovanissime, trascorrevano dalle 12 alle 14 ore e il loro stipendio raggiungeva solo la metà di quello degli uomini. Una giornata di lavoro fruttava in media 1 lira, quanto bastava per comprare poco più di 2 Kg di pane. ” Mi è di grande dolore veder partire le mie figliole. Mamme, se appena potete, tenetele a casa; pazientate e vi prometto che penserò qualche cosa per rimediarvi “. Catechesi e liturgia non bastavano. Bisognava affondare le mani nella vita spessa dei suoi parrocchiani, perché Cristo si insediasse davvero nel loro cuore. Gli venne l’idea, straordinaria per quei tempi, di costruire una filanda nuova. Si improvvisò imprenditore, ingegnere e amministratore. E sorse la filanda. Ma quante opposizioni e quanti dolori! Venne imbrogliato, dovette spendere tutto il suo patrimonio e assumersi un debito che lo tormentò per tutta la vita.

Ma nel 1898 la filanda si apriva e vi entrarono a lavorare tutte le ragazze del paese e altre dei paesi vicini. Ma non bastava. Dove avrebbero potuto soggiornare le ragazze che venivano da fuori? Don Arcangelo impiantò un’altra opera non meno grande della prima: acquistò la villa estiva dei nobili Mazzola con tutti i terreni annessi. Nasceva così il Convitto Operaio affidato a dirigenti laiche. Arrivò persino a progettare una metropolitana leggera che collegasse il paese con la vicina città di Brescia, che però non venne mai realizzata.
Da dove sgorgava tutta questa fecondità di opere? Ce lo spiega in un’omelia sulla carità:
“ Dalle opere si conosce l’amore poiché l’amore non è vero amore se non opera cose grandi, se ricusa di operare non è vero amore. La Carità è come il fuoco, o brucia o si spegne. Potrà star ferma l’aria, l’acqua potrà stagnarsi e così ogni altro elemento, ma il fuoco giammai, o avvampa o muore. Tutte le altre virtù potranno far sosta, ma la carità giammai, conviene che operi o che muoia. Ed ecco, o cari, volete voi conoscere se avete quella carità sì necessaria a salire in cielo? Ecco il primo indizio: l’opera. Le opere sono quelle che provano se si ama Dio, perché l’affetto non può andar disgiunto da esse”.

Si può dire a un figlio: “ sei il mio amore”, senza tirarsi su le maniche per dargli da mangiare e costruirgli una casa e procurare tutto quello che gli serve per crescere? L’amore all’uomo non può essere disgiunto dall’opera. Ma la lezione di Don Tadini non si ferma qui. L’amore all’uomo e la costruzione delle opere ha la sua origine in Dio. Il sacerdote distingue con molta forza la carità cristiana  dalla filantropia laica che in quei tempi costruiva villaggi e quartieri per gli operai, sull’onda di un paternalismo di fabbrica abbastanza diffuso in Europa.
“La stola è la mia forza” amava ripetere a chi gli domandava ragione di una vita così piena. L’essere sacerdote era per lui sorgente inesauribile di forza fisica e morale. I suoi parrocchiani lo vedevano sostare per ore davanti all’Eucaristia, immobile, in piedi, assorto nella contemplazione di Dio.

Così Don Tadini a un certo momento pensò che nella sua filanda bisognasse rendere evidente la complicità di Dio con l’uomo e dell’uomo con Dio. Fondò a tale scopo una congregazione di suore operaie, la più grande opera di Tadini  “ vi è una cosa che vivrà dopo di me e che lascio a voi… ecco anime generose che abbandonano la famiglia e ciò che hanno di più caro per seguire la voce di Dio che le chiama a mettersi fra le operaie, a lavorare con loro, procurando con il buon esempio di essere stimolo a far amare il lavoro e a non maledirlo.”. Gli inizi furono difficili per la grande povertà e per le incomprensioni che la nuova Congregazione incontrò, anche da parte della stessa Chiesa. La donna poteva essere la regina del focolare, sconveniente pensarla al lavoro, soprattutto in fabbrica, soprattutto se suora.

Il Fondatore dovette soffrire insulti, provocazioni, di chi si accaniva in tutti i modi contro la sua fondazione e la voleva distrutta. Essa invece prosperava. “Così in Botticino si formava una congregazione religiosa, ancora oggi originalissima e quanto mai moderna. Quel lavoro manuale veramente benedetto dai sudori del Figlio di Dio a Nazaret e che il materialismo egoistico del mondo moderno, con il capitalismo, minacciava di ridurre a una forma di schiavitù, apparentemente diversa dall’antica, ma sostanzialmente identica, veniva benedetto dalla comparsa delle suore che si misero accanto alle loro compagne operaie per vivere con esse il loro diuturno lavoro e di soffrire con esse la quotidiana vicenda del pane, del sudore, dell’obbedienza, della fatica” (Luigi Fossati).
Così si è realizzata la profezia del loro Fondatore: “ Se tutto ciò continuerà nel timore di Dio e nella fedeltà all’opera, allora le difficoltà saranno con l’aiuto di Dio superate; altrimenti io pregherò il Signore che tutto si sciolga”. Attualmente le suore operaie sono presenti in Italia, Gran Bretagna, Brasile, Africa: nelle fabbriche, mense, laboratori, ambulatori, scuole materne, opere assistenziali per minori e anziani, nelle case per ferie, nelle opere parrocchiali; emigrate con gli emigrati lavorano in fabbrica, prestano assistenza sociale, curano nei dispensari, insegnano catechismo.

“Qualcuno forse lo ricorderà un po’ assolutista, energico, accentratore, inflessibile”.( ibidem), ma tutto ebbe inizio  dal fuoco della sua carità, della carità di Sant’Arcangelo Tadini.

(Dialoghi Carmelitani)

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