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Il MEC in Lettonia

Dialoghi: Quali sono le difficoltà più concrete, oltre alle distanze? E quali sono le difficoltà della Chiesa in Lettonia?

 

Baiba: La distanza non è la vera difficoltà. Ciò che è più difficile per noi è che io devo sempre tradurre i testi e questo mi occupa per molto tempo e non riesco a dare ad ognuno un libretto perché possa leggerlo a casa. Cerchiamo di supplire al problema registrando ogni volta i nostri incontri e inviando il CD a tutti coloro che non hanno potuto venire. C’è un grande desiderio di imparare l’italiano, per capire e comunicare, per non sentirci come un gruppo separato, ma in famiglia. In Lettonia la Chiesa è viva, abbiamo la libertà di riunirci, di fare, di approfondire, di organizzare iniziative, mentre prima – fino a pochi anni fa – questo non era possibile. Ora la fede è molto viva. Certo, la vita nelle nostre Parrocchie è molto diversa che in Italia e le possibilità non sono le stesse che ho visto qui. Ma penso che prima di tutto, bisogna costruire la chiesa interiore. Questo è molto più difficile che costruire le chiese in mattoni. Certo le chiese sono necessarie, ma se non teniamo sufficientemente conto di questa priorità, tra qualche anno le chiese saranno vuote. La Chiesa non è solo una struttura. Per me nella Chiesa le relazioni e i rapporti sono importanti. Per questa ragione, il senso della comunione ecclesiale che ci dà il MEC è importante. Un altro problema è la divaricazione tra le diverse dimensioni della vita: religiosa, professionale, familiare. Quando sono andata in vacanza a Piani di Luzza ho compreso che tutta la vita, e non solo i momenti della preghiera, può e deve essere “cristiana”. La Chiesa non è una realtà parallela, accanto al mondo. Non possiamo realizzare nulla se non abbiamo capito che non ci sono due vite: una nella Chiesa e una nel mondo. C’è una vita sola.

 

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Dialoghi: Tu hai vissuto l’esperienza sovietica. Ci puoi raccontare qualcosa dell’educazione, della religione e del modo in cui erano viste in quel contesto?

 

Baiba: Evidentemente posso parlare solo della mia esperienza, non posso generalizzare. Comunque, il sistema perseguiva lo scopo di impedire alla gente di pensare. Si diceva sempre: “Di fronte a due opinioni, ecco la buona, l’altra non vale. Devi pensare così”. Così, progressivamente, una persona si abitua a pensare in un certo modo e diventa incapace di riflettere. Ricevendo un’opinione già fatta, tu non devi mai fare domande o porre questioni. Penso che le conseguenze di questa impostazione siano ancora visibili. Ancora adesso, quando partecipo ad un incontro in Italia o in Francia, constato che se si chiede se qualcuno ha domande da fare, molti intervengono senza timore; in Lettonia invece no, nessuno osa farne. Le radici di questa reticenza e passività sono molto profonde.Da questo punto di vista io ero un prodotto perfetto del sistema sovietico. Poi, all’università un professore di filosofia ha cominciato a chiederci qual era il nostro pensiero a proposito di questo o di quell’argomento. All’inizio io mi sono chiesta: «Come mai non mi dice cosa devo pensare?». Pian piano, tutto il nostro gruppo di studenti è diventato anticonformista. Ci siamo ritrovati all’opposizione perché abbiamo cominciato a riflettere da soli, e ci siamo accorti che non eravamo quasi mai d’accordo con l’opinione che ci veniva imposta. Per quanto riguarda la religione, la legge diceva sì che c’era libertà di religione, c’erano le chiese ma, se eri credente, non potevi aspirare a posti di responsabilità nella formazione, nell’educazione, nel mondo professionale, e rischiavi il tuo posto di lavoro se qualcuno avesse saputo che eri credente. Per questo motivo, noi non abbiamo mai conosciuto tanti credenti.

 

 

Dialoghi: Ma allora come hai cominciato a credere in Dio?

Baiba: Molti trovano Dio quando sono infelici. Per me è stato vero il contrario: ho trovato Dio in un momento molto felice. Io non ero battezzata, non avevo un’educazione religiosa perché a scuola durante l’epoca sovietica avevamo imparato che Dio non esiste. Però avevo un atteggiamento interiore di ascolto, non di disprezzo. Ho sempre creduto in una forza superiore all’uomo, forse ho formulato per tanto tempo una specie di preghiera incosciente. Ogni sera chiedevo a questa forza impersonale che non accadesse niente di male. Era una preparazione. Quando il mio futuro marito mi ha detto che era cattolico, per me era una buona notizia perché io ero una massimalista. Poi il mio futuro marito mi ha chiesto se ero pronta a celebrare il matrimonio in Chiesa. Sono stata battezzata lo stesso giorno del mio matrimonio. Nel 1988 quando ci siamo sposati, eravamo ancora nell’epoca sovietica. Abbiamo celebrato il matrimonio dopo la messa, a porte chiuse e non c’erano nemmeno i nostri genitori. La mia famiglia non era credente e io avevo paura che i miei genitori mi dicessero di non farlo. Perciò perfino mia mamma, con la quale ho sempre avuto un rapporto profondissimo, ha saputo solo un mese dopo che ero battezzata, cresimata, sposata…Non mi ricordo precisamente la reazione della mamma. Non era negativa, ma per lei è stato uno shock. Alcuni anni dopo, quand’ero in Francia, mio cugino è entrato in seminario e anche adesso siamo i soli cattolici della famiglia. In tutti questi anni non ho provato a convertire nessuno, perché penso che queste cose non funzionano così. Anche se ami, non puoi insistere perché è Dio l’autore della fede. Tu devi testimoniarlo con la vita. Mia mamma è morta due anni fa. È diventata cattolica due mesi prima. Non l’ha fatto per me. Mia mamma ha voluto tutti i sacramenti e per me è stato molto di più di una consolazione. Durante gli ultimi anni dell’epoca sovietica non c’era una scelta nella letteratura religiosa, però c’era la «Storia di un’anima» di S. Teresa di Lisieux, che ho letto dopo essere stata battezzata. Poi ha avuto una grande importanza la preghiera silenziosa, che ha creato la sete di conoscere. Penso davvero che cominciando a riflettere, ho letto tanto.

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Dialoghi Carmelitani, Marzo 2007

 

 

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