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Educare alla bellezza e al mistero

Non è una domanda nuova, se la pose già nel 1548, sant’Ignazio di Loyola, quando su insistenza di molte famiglie, decise di aprire a Messina il primo Collegio ignaziano per studenti laici. Nel 1556, quando morì , vi erano 40 scuole fondate[1].  

Per questo, seppure brevemente, invece di esprimere opinioni nostre, date da analisi sociologiche ed esperienziali sul mondo di oggi, ci sembra utile riportare alcuni punti della pedagogia ignaziana. Sono solo degli spunti, ma chissà che la scuola di oggi non abbia qualcosa da imparare.  Sant’Ignazio rispose mettendo a fondamento del suo paradigma pedagogico l’educazione alla positività del mondo[2].

L'uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e, mediante questo, salvare la propria anima; e le altre cose sulla faccia della terra sono create per l'uomo, e perché lo aiutino a conseguire il fine per cui è creato”[3].
Dio è il Creatore e il Signore, la Suprema Bontà, dice Sant’Ignazio, ogni realtà proviene da Dio ed ha valore soltanto nella misura in cui ci conduce a Lui. Solo se all’origine di sé e della propria vita il ragazzo impara a riconoscere nonostante tutto l’amore di Dio, potrà vivere la propria vita come risposta d’amore, con gioia e libertà. Oggi, come allora, forse oggi più che allora, intrisi come siamo di paure verso il domani, la scuola deve assolvere a questo compito: educare alla bellezza ed al mistero.
Trovare la strada che porti ciascun studente a rintracciare bellezza e mistero nel mondo ed in se stesso. Perché se nel mondo c’è tanto male, al suo principio c’è l’amore e la bellezza di chi l’ha voluto e creato. Basterebbe che la scuola riuscisse a trasmettere questo senso di bellezza e di bene sostanziale nel cuore e nello sguardo dei ragazzi e probabilmente avrebbe assolto una grande funzione educativa. Sant’Ignazio lo intuì subito, come intuì che non c’è educazione se non dentro una reale attenzione al singolo . E’ quella che in termini ignaziani  si chiama cura personalis.

Questa indicazione rimane fondamentale, perché, soprattutto nella società attuale, il mondo tende a massificare ed omogeneizzare. Non si tratta di andare contro la società, quanto di curare la persona nella società, affinché si integri, senza annientarsi, consapevole di sé e degli altri. Per questo motivo la pedagogia ignaziana insiste sull’importanza di sviluppare sempre di più, (Magis, dice Sant’Ignazio)  le qualità specifiche di ognuno, secondo una educazione che miri allo sviluppo di una reale capacità di discernimento e dunque di una reale libertà nelle decisioni.  Ciò che conta non è la quantità di nozioni, quanto la qualità e l’approfondimento: non multa, sed multum. Oggi, in un mondo parcellizzato e specializzato, che educa alla superficialità, la scuola ha il dovere di formare persone che riconoscano e perseguano il valore della profondità sia nella propria vita che nella cultura per puntare all’eccellenza umana e culturale, altro obiettivo dei Collegi.

Attraverso un percorso di conoscenza, discernimento ed educazione ai valori, attraverso una visione realistica della vita e del mondo, lo studente deve sviluppare delle competenze eccellenti, con la consapevolezza che queste devono essere messe a servizio degli altri, con un’opzione particolare verso i poveri.  E’ la conseguente  risposta d’amore a quell’amore iniziale da cui tutto ha origine.E così il cerchio si chiude. Era il 1548 quando Sant’Ignazio diede vita al primo Collegio. Oggi a distanza di quasi cinque secoli, ancora i Gesuiti puntano su questi obiettivi formativi. E’ un progetto difficile, faticoso, in cui vi sono molti punti deboli e molte situazione che sembrano negarne la possibile realizzazione, ma è un progetto vero su cui convergere. Ed anche questo, in un momento storico in cui la progettualità a lungo termine sembra non appartenere più ad alcun ambiente e la parola “progetto” è ridotta a delimitare un insieme di contenuti ed attività in un tempo x, è un obiettivo prezioso. E’ il coraggio di un progetto che sia di vita.

 La sfida della scuola di oggi non è la bravura di un’insegnante o la pluralità dell’offerta, la sfida oggi della scuola è la compattezza progettuale in cui la puntualità del docente, la gentilezza del bidello, il rigore nell’applicazione delle regole, l’efficienza della Direzione, l’attenzione reale all’alunno, la competenza e la formazione degli insegnanti, il coinvolgimento delle famiglie, l’organizzazione delle attività non siano casuali o lasciati alla bravura individuale, ma siano strumenti e modalità di un progetto comune, entro cui lavorare. Come in una nave che, se ben organizzata, arriva comunque a destinazione, anche se qualche membro dell’equipaggio non è all’altezza.  E sbaglia chi s’interroga se la scuola debba andare contro la tendenza della società o a favore di essa. La scuola deve fare la scuola, dare gli strumenti interpretativi della società, educare al senso critico, al dialogo, all’apertura, alla competenza, ma dentro un quadro di riferimento globale e condiviso.

Ma dov’è la novità?
Già, lo diceva Sant’Ignazio nel 1500!

Dialoghi Carmelitani, Giugno 2007


[1] I principi a cui s’ispirarono e s’ispirano tuttora i Collegi sono quelli contenuti negli Esercizi Spirituali e nelle Costituzioni, scritti da Sant’Ignazio. Successivamente, alla fine del 1500, la Compagnia di Gesù elaborò un testo unico, la Ratio Studiorum come manuale per la vita scolastica. Sulla base di questo testo, ma con continui adeguamenti ai mutamenti dei tempi, i Gesuiti continuano a proporre il loro progetto educativo
2] In gassetto tutti i termini propri della pedagogia ignaziana
3] da “Principio e fondamento” degli Esercizi spirituali, par. 23

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