Comments are off for this post

Giovanni Paolo II a Brescia, trent’anni dopo

Giovanni Paolo II a Brescia
1982-2012: trent’anni dopo, un ricordo

di P. Aldino CAZZAGO ocd

La macchina del tempo trascina con sé quasi ogni cosa: avvenimenti personali o comunitari, sacri o profani. Forse non a molti bresciani sarà capitato di ricordare che trent’anni fa, il 26 settembre 1982, Giovanni Paolo II compiva la sua prima breve e intensa visita a Brescia. La data non era stata scelta a caso perché il 26 settembre di 85 anni prima a Concesio, in provincia di Brescia, vedeva la luce Giovanni Battista Montini che un giorno diventerà  papa con il nome di Paolo VI. Fu un viaggio per ringraziare il Signore di un così grande dono fatto alla Chiesa. Chi fu e che cosa rappresentò Paolo VI per Giovanni Paolo II? Nell’enciclica Redemptor hominis del marzo 1979, a soli sei mesi dall’inizio del pontificato, Giovanni Paolo II definiva Paolo VI non solo, come è ovvio, «mio grande predecessore», ma anche «vero padre» verso cui lui e tutta la Chiesa dovevano «gratitudine».  Il vero atto di omaggio a Paolo VI è, però, rappresentato dal viaggio del settembre 1982. Incontrando le autorità civili al mattino, lo descrive come «mio Maestro» e durante l’omelia della messa a conclusione della visita come «Padre nella Sede del vescovo di Roma».

Agli abitanti di Concesio dice che il loro illustre concittadino è stato «il papa della Chiesa», «il papa del dialogo», «il Papa dell’umanità» – «se egli ha amato intensamente la Chiesa, con non minore sincerità ha amato, rispettato, esaltato e difeso l’Uomo». Inaugurando la sede dell’Istituto Paolo VI, afferma che il papa bresciano è stato «un dono del Signore alla sua Chiesa» e «all’umanità».
L’incontro più caloroso è certamente quello con i giovani (chi scrive era tra loro) che, fin dalla notte e tra lo stupore della Forze dell’Ordine, avevano invaso Piazza Duomo, dal quel giorno diventata Piazza Paolo VI. Egli ricorda loro che a Brescia il giovane Montini ha ricevuto la sua formazione umana e spirituale e qui è vissuto fino all’ordinazione sacerdotale. Cresciuto e alimentato da una forte tradizione cristiana locale, la stessa tradizione a cui anche oggi è possibile attingere. Contrariamente a quanto si pensa, la tradizione non si esaurisce in una custodia «del patrimonio ricevuto dal passato», perché essa è anche «sguardo proiettato sul futuro ed impegno per l’avvenire». Poi egli così prosegue: «Voi puntate, e giustamente, sul domani l’obiettivo delle vostre attese. Ma non c’è un domani che scaturisca dal nulla. Non c’è, non può esserci un avvenire costruito sul vuoto o sulle sabbie mobili».
Giovanni Paolo II osserva poi che anche il tempo di oggi, come quello di ieri, è carico della presenza di Cristo. Cristo dice è «nostro contemporaneo»: «Con i tesori del passato noi costruiamo il futuro, l’avvenire. Allora Gesù Cristo è nostro contemporaneo; non un insigne reperto da museo, ma il Vivente assoluto, il compagno di viaggio dell’uomo del nostro tempo».

La vita del cristiano non è certamente riducibile a un elenco di divieti e di negazioni. Sul «no», afferma, «non si può costruire la vita». Ecco allora il suo invito finale: «Il “sì” a Cristo deve essere l’impronta indelebile del vostro stile di vita. Un “sì” totale e limpido, deciso e pieno, alieno da sofismi, equivoci, oscillazioni. Il senso acuto dell’oggi che caratterizza voi giovani va armonizzato e animato da una visione di fede, dalla certezza che Cristo Risorto opera nella storia di oggi e nel cuore dell’uomo. Giovani sani e forti, io parlo al vostro cuore segnato dal sigillo di Cristo. Nel suo nome e con la sua autorità vi ripeto il messaggio delle beatitudini, tutto pervaso da celestiale virtù e, nello stesso tempo, incarnato nella quotidiana fatica del vivere. E vi dico: misuratevi con le altezze di Dio e siate assidui alla esplorazione delle zone più riposte del vostro mondo interiore. Troverete sempre una risposta ai vostri “perché”. Chi è Cristo? Chi è Cristo? Cristo è quello che sa dare la risposta a tutti i nostri perché. Capirete che mille difficoltà non hanno la forza di ingenerare un dubbio: che nessun macigno può rendere fragile la costruzione dell’onestà, della castità, della generosità».
«La memoria è la profondità del presente» ha scritto il grande filosofo Jean Guitton, amico di Paolo VI. Forse la malattia del nostro tempo, o di noi che viviamo questo tempo, sta proprio qui, in un presente senza profondità e perciò senza memoria. A trent’anni di distanza le parole di Giovanni Paolo II continuano ad essere un aiuto a vivere in un altro modo il «presente».

Autografo di Giovanni Paolo II

Comments are closed.