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Emergenza educativa

Non possiamo – afferma il Pontefice – non essere solleciti per la formazione delle nuove generazioni, per la loro capacità di orientarsi nella vita e di discernere il bene dal male, per la loro salute non soltanto fisica ma anche morale, anche se – lo comprendiamo bene – il compito di educare non è mai stato semplice. Oggi, tale compito appare sempre più difficile e traballante, “lo sanno bene i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti e tutti coloro che hanno dirette responsabilità educative. Si parla perciò di una grande “emergenza educativa”, confermata dagli insuccessi a cui troppo spesso vanno incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita. Viene spontaneo, allora, incolpare le nuove generazioni, come se i bambini che nascono oggi fossero diversi da quelli che nascevano nel passato. Si parla inoltre di una “frattura fra le generazioni”, che certamente esiste e pesa, ma che è l’effetto, piuttosto che la causa, della mancata trasmissione di certezze e di valori” (Benedetto XVI).

La tentazione di mollare i remi in barca è sempre più forte e la mentalità mondana e trasgressiva di certa parte di mondo non ci è d’aiuto. Determinate strutture comunicative sembrerebbero, anzi, abilmente e artificiosamente orientate al capovolgimento sociale e morale della vita dell’uomo. “Un’atmosfera diffusa, una mentalità e una forma di cultura che portano a dubitare del valore della persona umana, del significato stesso della verità e del bene, in ultima analisi della bontà della vita. Diventa difficile, allora, trasmettere da una generazione all’altra qualcosa di valido e di certo, regole di comportamento, obiettivi credibili intorno ai quali costruire la propria vita” (Benedetto XVI).

Già durante gli Esercizi Spirituali del nostro Movimento P. Antonio Sicari osservava: “Riflettendo su tutto ciò, non è difficile accorgersi che nelle nostre opulente società occidentali rischiamo tutti di essere sottoposti a una forma rimodernata dell’infernale supplizio di Tantalo che Omero ci ha descritto nella sua Odissea: Ecco il racconto di Ulisse, disceso agli inferi: «Vidi Tantalo, che pene gravose soffriva ritto dentro uno stagno: l’acqua lambiva il suo mento. Pareva sempre assetato e non poteva attingere e bere: ogni volta che, bramoso di bere, quel vecchio si curvava, l’acqua risucchiata spariva, la nera terra appariva ai suoi piedi. Un dèmone la prosciugava. Alberi dall’alto fogliame gli spargevano frutti sul capo, peri e granati e meli con splendidi frutti, fichi dolcissimi e piante rigogliose d’ulivo: ma appena il vecchio tendeva le mani a sfiorarli, il vento glieli lanciava alle nuvole ombrose» (XI, 582-592). Nella sua versione moderna, è il mercato che si incarica di avvicinare frutti deliziosi ai nostri occhi e alle nostre labbra, ma poi ce li sottrae prima ancora che abbiamo tempo di goderli davvero, perché subito ce ne presenta altri più nuovi e più desiderabili. Il moderno “Tantalo” non riesce a mangiare, perché è costretto ad assaggiare tutto, senza potersi fermare ad assaporare davvero qualcosa” (P. Antonio Sicari).

“Aumenta oggi – continua Papa Ratzinger – la domanda di un’educazione che sia davvero tale. La chiedono i genitori, preoccupati e spesso angosciati per il futuro dei propri figli; la chiedono tanti insegnanti, che vivono la triste esperienza del degrado delle loro scuole; la chiede la società nel suo complesso, che vede messe in dubbio le basi stesse della convivenza; la chiedono nel loro intimo gli stessi ragazzi e giovani, che non vogliono essere lasciati soli di fronte alle sfide della vita. Chi crede in Gesù Cristo ha poi un ulteriore e più forte motivo per non avere paura: sa infatti che Dio non ci abbandona, che il suo amore ci raggiunge là dove siamo e così come siamo, con le nostre miserie e debolezze, per offrirci una nuova possibilità di bene”.

“Le domande potrebbero moltiplicarsi, soprattutto se le dilatiamo a livello della società in cui viviamo, che sembra perdere sempre più la sua identità cristiana che pure ha plasmato gran parte della nostra cultura. Ma non si tratta di cercare responsabili (in noi o negli altri). Charles Péguy scriveva: «Questo mondo moderno non è solamente un mondo di cattivo cristianesimo, questo non sarebbe nulla, ma un mondo incristiano, scristianizzato. Ciò che è precisamente il disastro è che le nostre stesse miserie non sono più cristiane. C’era la cattiveria dei tempi anche sotto i Romani. Ma Gesù venne. Egli non perse i suoi anni a gemere ed interpellare la cattiveria dei tempi. Egli tagliò corto. In un modo molto semplice. Facendo il cristianesimo. Egli non si mise ad incriminare, ad accusare qualcuno. Egli salvò. Non incriminò il mondo. Egli salvò il mondo». Proprio di questo si tratta: dobbiamo chiederci «se stiamo o no facendo il cristianesimo». «Fare il cristianesimo» significa «fare la Chiesa», ed il nostro Movimento è esattamente il «luogo in cui vogliamo fare la Chiesa». Sappiamo bene che Cristianesimo e Chiesa sono un dono di Dio che infinitamente ci precede e ci genera, ma è altrettanto vero che ciascuno di noi deve prender parte a questa opera di edificazione. E Dio affida ad ognuno una vocazione, un compito, una storia di grazia” (P. Antonio Sicari).

Figli

“Ma ogni vero educatore sa che per educare deve donare qualcosa di se stesso e che soltanto così può aiutare i suoi allievi a superare gli egoismi e a diventare a loro volta capaci di autentico amore. Già in un piccolo bambino c’è inoltre un grande desiderio di sapere e di capire, che si manifesta nelle sue continue domande e richieste di spiegazioni. Sarebbe dunque una ben povera educazione quella che si limitasse a dare delle nozioni e delle informazioni, ma lasciasse da parte la grande domanda riguardo alla verità, soprattutto a quella verità che può essere di guida nella vita” (Benedetto XVI).

“«Chi trascura di educare il proprio figlio all’amicizia, lo perderà non appena avrà fìnito di essere bambino», diceva Péguy. L’annotazione pedagogica vale per tutti i genitori e per tutti i figli. Ma i nostri genitori devono prender coscienza della sua implicazione cristiana, che è ancora più grave: «Chi trascura di educare il proprio figlio all’amicizia cristiana, lo perderà non appena avrà finito di essere bambino, anche come cristiano». E poiché, nelle diverse comunità, molti genitori si interrogano, con particolare urgenza e desiderio, sull’educazione dei propri bambini, questo criterio può offrire un punto di vista nuovo e interessante: osservare i bambini nel loro modo di percepire e di vivere l’amicizia (già nei primissimi anni) e aiutarli ad averne una percezione sostanziale, quella che si dimostra nel dare se stessi, più che nel prendere: l’amicizia vissuta come dono e compito dell’io, più che come suo ornamento e soddisfazione. E’ questo un modo di educare che non fa leva direttamente sui difetti del bambino, ma su come egli vorrebbe e potrebbe essere quando si sente “attratto” ad uscire fuori di sé, a “darsi”, appunto” (P. Antonio Sicari).

Libertà

“Trovare un giusto equilibrio tra la libertà e la disciplina. Senza regole di comportamento e di vita, fatte valere giorno per giorno anche nelle piccole cose, non si forma il carattere e non si viene preparati ad affrontare le prove che non mancheranno in futuro. Il rapporto educativo è però anzitutto l’incontro di due libertà e l’educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà. Man mano che il bambino cresce, diventa un adolescente e poi un giovane; dobbiamo dunque accettare il rischio della libertà, rimanendo sempre attenti ad aiutarlo a correggere idee e scelte sbagliate. Quello che invece non dobbiamo mai fare è assecondarlo negli errori, fingere di non vederli, o peggio condividerli, come se fossero le nuove frontiere del progresso umano. L’educazione non può dunque fare a meno di quell’autorevolezza che rende credibile l’esercizio dell’autorità. Essa è frutto di esperienza e competenza, ma si acquista soprattutto con la coerenza della propria vita e con il coinvolgimento personale, espressione dell’amore vero” (Benedetto XVI).

«Liberare la mia libertà» dev’essere il progetto di un giovane. “Concepire la libertà come «poter scegliere qualsiasi cosa e nessuna di esse», significa incatenare la libertà all’indifferenza, significa che non c’è differenza tra i beni che si incontrano. Solo a partire da una “differenza di valore” è possibile una vera libertà di scelta: la libertà di scegliere ciò che il cuore davvero desidera. Una libertà educata capisce facilmente di avere le stesse leggi dell’amore: quelle che si scoprono quando ci si accorge che «affermare se stessi» e «affermare l’altro» diventa la stessa cosa. Per questo Gesù, nel suo Vangelo, ci ha detto non solo che dobbiamo imparare ad «amare come Lui ci ha amato», ma anche che dobbiamo imparare da Lui cos’è libertà: «Solo se il Figlio vi libera. sarete liberi davvero» (Gv 8, 36). In Gesù la libertà – addirittura una “libertà divina”! – coincideva col suo stesso io, che si donava interamente. Anche la nostra libertà, in fondo, deve imparare a coincidere col nostro io, che si dona, cioè col nostro amore” (P. Antonio Sicari).

Non temete!

“Non temete! Tutte queste difficoltà, infatti, non sono insormontabili. Sono piuttosto, per così dire, il rovescio della medaglia di quel dono grande e prezioso che è la nostra libertà, con la responsabilità che giustamente l’accompagna. A differenza di quanto avviene in campo tecnico o economico, dove i progressi di oggi possono sommarsi a quelli del passato, nell’ambito della formazione e della crescita morale delle persone non esiste una simile possibilità di accumulazione, perché la libertà dell’uomo è sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni. Anche i più grandi valori del passato non possono semplicemente essere ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta, scelta personale” (Benedetto XVI).

 

 

 

 

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