Il fragore del male

Proviamo, per un istante, a immaginarci tutti nel ruolo che spesso un genitore si trova a dover interpretare di fronte al proprio figlio, mentre scorrono i titoli di un telegiornale. Proviamo a tentare di descrivere il mondo ai suoi occhi spalancati e, più frequentemente del naturale, smarriti. A descrivergli la guerra “inevitabile” e il sangue di un kamikaze mescolato a quello delle vittime innocenti. A descrivergli la sofferenza di intere popolazioni africane, sulla via dell’annientamento per fame ed epidemie. A descrivergli la disperata estraneità dei migranti, le donne sfruttate ai bordi della strada di casa, la violenza che sembra aver allagato le mura sacre della famiglia. È una cacofonia assordante, in cui si mescolano urla di dolore a risate sguaiate, pianti e imprecazioni. È il fragore del male. Il pericolo è quello di cominciare a considerarlo come un rumore di fondo. Presente, inevitabile, inavvertito. Bisogna decidersi a un’attenzione più profonda. Perché, più profondamente, il bene esiste, è stato collocato nel cuore del mondo e dell’uomo fina dalla sua origine. È stato tradito e ferito, in modo umanamente irreparabile. Ma è stato redento, cioè rinnovato, definitivamente vittorioso, dalla Croce e dalla Resurrezione di Gesù Cristo. Bisogna decidersi a un’attenzione più profonda, per scorgere i germogli di questa presenza, che si presentano come “un polline di suono… un bisbiglio…” (Clemente Rebora), ma hanno la definitività dell’eternità. Ad esempio. Nelle scorse settimane, al fragore del male si è mescolata l’armonia di alcuni fatti “buoni”, frutto di un lavoro paziente, silenzioso e instancabile che la Chiesa sta promuovendo.

Il 25 gennaio nell’aula Paolo VI si è tenuto il "Concerto per la riconciliazione fra Ebrei, Cristiani e Musulmani", promosso dal Pontificio Consiglio per la promozione dell'Unità dei cristiani e dalla Commissione per i rapporti con l'ebraismo. Attraverso la musica (la bellezza, quindi), i più alti rappresentanti delle tre grandi religioni monoteiste hanno fatto un passo in più verso quell’unica radice (individuata nelle figura di Abramo) che potrà forse permettere, più sostanzialmente di ogni accordo diplomatico, tolleranza e rispetto. Proprio le tre religioni che, a sproposito ma non per caso, sono facilmente collocate all’origine di conflitti e tensioni, di ieri e di oggi. Una Assisi in musica, l’hanno definita i cronisti, rievocando altri gesti che hanno segnato il cammino della comprensione tra gli uomini di diverse religioni.

E poi la Settimana per l’Unità dei Cristiani, che quest’anno metteva a tema, ancora una volta e più fortemente, la parola pace. “Il mondo anela alla pace, ha bisogno di pace – oggi come ieri -, ma spesso la cerca con mezzi impropri, talora persino con il ricorso alla forza o con l'equilibrio di potenze contrapposte. In tali situazioni l'uomo vive con il cuore turbato nella paura e nell'incertezza. La pace di Cristo, invece, riconcilia gli animi, purifica i cuori, converte le menti.” (udienza generale di mercoledì 21 gennaio)

Estetica? Liturgia? Non dimentichiamo che dietro a tutto questo c’è lo stesso Papa che parla con vigore e testardaggine ai potenti di ogni nazione. Lo stesso uomo, piegato da vecchiaia e infermità, che si alza senza imbarazzo a difendere il diritto dei dimenticati, degli ultimi, anche di quelli più scomodi. E dietro a lui una Chiesa intera, coccolata o derisa (sì, anche qui in Italia) dai governanti di turno a seconda delle convenienze. Una Chiesa di persone che, non per hobby, edificano opere per educare e sanare corpo e spirito dell’umanità. Che pronuncia, con accenti diversi, ma mai dissonanti, le stesse parole. Parole di unità, di pace. Parole dette sottovoce, con la certezza di chi sa che l’esito non si piega facilmente al calcolo, ma ugualmente esige tenacia e disponibilità alla compromissione. Parole umili e solenni, che vanno a mescolarsi, a fondersi, a trovare quotidiana concretezza con quelle pronunciate da migliaia di uomini di buona volontà che, in ogni angolo di questo povero mondo rattristato, seminano germi di salvezza. Di essi non parlano i mass-media. Della storia che dettano per pagine mai scritte di manuali che non verranno studiati, pochi sanno. Compito nostro (e di tutti) dovrebbe essere almeno quelle decisione di cui si diceva, per renderci conto, per guardare con simpatia. Ancor più, per ingaggiarci nella stessa avventura, per porre gesti di unità, per offrire parole di comunione. È la foresta che cresce. Silenziosa. Solida.