Alcuni aspetti della nuova Enciclica.

Qualche giorno prima della sua pubblicazione il Prof. Elio Guerriero osservava: “Dopo «Dio è carità» è stata annunciata l’enciclica sulla speranza. È facile, di conseguenza, immaginare che il Papa voglia dedicare un’enciclica a ciascuna delle virtù teologali, così come Giovanni Paolo II ne dedicò tre a ciascuna delle persone della Trinità. L’interrogativo a questo punto verte sul motivo per cui Papa Benedetto XVI abbia voluto iniziare dalla carità, anziché dalla fede, secondo l’ordine del catechismo. A sostegno della sequenza scelta dal Papa vi è la decisione di partire non dall’uomo, sia pure credente, bensì dal saldo fondamento dell’amore di Dio. Ha scritto Benedetto XVI: «Dio è in assoluto la sorgente originaria di ogni essere; ma questo principio creativo di tutte le cose è al contempo un amante con tutta la passione di un vero amore» (Deus caritas est, n. 10). Di qui l’origine della speranza cristiana, la virtù teologica definita nel modo più convincente da san Paolo nella Lettera ai Romani: chi fa esperienza dell’amore di Dio vive secondo lo Spirito; ha la promessa sicura di essere figlio di Dio e la speranza certa della vita eterna” (Avvenire, 28 novembre 2007).

“Nella speranza siamo stati salvati, dice san Paolo ai Romani […]. La « redenzione », la salvezza, secondo la fede cristiana, non è un semplice dato di fatto” (Spe salvi, 1). A partire da tali presupposti Benedetto XVI inizia a commentare – o per meglio dire a risvegliare in ciascuno di noi – le realtà principali generate dal dono della Speranza, invitando il cristiano del nostro tempo ad “impararne nuovamente” i contenuti! “È necessaria un'autocritica dell'età moderna in dialogo col cristianesimo e con la sua concezione della speranza. In un tale dialogo anche i cristiani, nel contesto delle loro conoscenze e delle loro esperienze, devono imparare nuovamente in che cosa consista veramente la loro speranza, che cosa abbiano da offrire al mondo e che cosa invece non possano offrire. Bisogna che nell'autocritica dell'età moderna confluisca anche un'autocritica del cristianesimo moderno, che deve sempre di nuovo imparare a comprendere se stesso a partire dalle proprie radici” (Spe salvi, 22).

Il Pontefice rimette anche in discussione uno degli aspetti fondamentali della dottrina cristiana riguardante la teologia dei Novissimi (Morte, Giudizio, Inferno, Paradiso). Una ripresa tematica molto importante e necessaria che nel passato era stata, forse, ingenuamente  trascurata!

Benedetto XVI circa la contraddittorietà di alcuni atteggiamenti interiori dell’uomo osserva: “Da una parte, non vogliamo morire; soprattutto chi ci ama non vuole che moriamo. Dall'altra, tuttavia, non desideriamo neppure di continuare ad esistere illimitatamente e anche la terra non è stata creata con questa prospettiva. Allora, che cosa vogliamo veramente? Questo paradosso del nostro stesso atteggiamento suscita una domanda più profonda: che cosa è, in realtà, la «vita»? E che cosa significa veramente «eternità»?” (Spe salvi, 11); e ancora: “Si rende evidente che l'uomo ha bisogno di una speranza che vada oltre. Si rende evidente che può bastargli solo qualcosa di infinito, qualcosa che sarà sempre più di ciò che egli possa mai raggiungere” (Spe salvi, 30).

Se l’uomo è “capace” di Dio (cioè atto a contenerlo), come ci ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica, solo l’infinito può ragionevolmente saziarlo! C’è un grido di eternità in ogni cuore umano, il desiderio di avere accanto qualcuno (per esempio Dio) che sia capace – “amandoti” – di sussurrare al tuo cuore: “Tu non morirai mai!”. Un uomo – diceva San Giovanni della Croce – non si sazia se gli diamo meno dell’infinito!

Michelangelo N.