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Il Dono della Comunione

I giovani del MEC in convento a Trento per una settimana
di Padre Rosario Bologna

Dal 19 al 25 marzo, presso il nostro convento di Trento, è andata in scena la terza edizione della “settimana comunitaria”: 42 giovani, tra studenti e universitari, si sono trasferiti alle Laste per vivere un’esperienza di vita insieme. Lo scopo era dichiarato: fare di tutto – studio, gioco, preghiera – un’occasione di incontro con Cristo.

Questa settimana affonda le sue radici in quel di febbraio quando il convento si è riempito di centinaia di volti e voci festose: erano le famiglie dei nostri ragazzi che abbiamo invitato per trascorrere insieme una serata fraterna e soprattutto per condividere uno stesso sguardo e una stessa passione educativa. In quell’occasione abbiamo raccontato ai genitori il percorso di Scuola di Cristianesimo che stiamo facendo con gli studenti – con l’attenzione e la cura tutta cristiana alla persona e alle sue relazioni – e, chiedendo loro cosa desiderassero per i loro figli, abbiamo dichiarato il nostro obiettivo: vogliamo per loro la santità. Niente di meno!

Questo è stato il desiderio che ha accompagnato l’organizzazione della settimana comunitaria. Abbracci sempre più concentrici, sempre più stringenti, sempre più pieni di amore hanno avvolto i nostri ragazzi sin dall’inizio. Dalle nostre monache di Cividino abbiamo ricevuto in dono cibo in gran quantità (e ciò ha permesso un’esperienza praticamente a costo zero per le famiglie); tutta la comunità di Trento si è poi mossa con incredibile generosità per poter partecipare in qualche modo alla buona riuscita dell’evento: chi ha lasciato un’offerta, chi ha portato viveri, chi si è offerto per venire a cucinare a pranzo e a cena, fino alla scelta di due giovani famiglie di trasferirsi in convento, con i bambini, per condividere tutto e prendersi cura dei ragazzi. Penso che niente possa spiegare meglio cosa significhi che il MEC è e vuole essere una famiglia di famiglie.

Le giornate erano strutturate in questo modo: dopo la sveglia del mattino e la colazione (già disponibile dalle 6:30) gli studenti lasciavano il convento per andare a scuola; il ritrovo era per tutti al pranzo, subito dopo il quale – lavati i piatti e fatte le pulizie – aveva inizio il pomeriggio di studio fino alle 18.30 circa. A seguire ci ritrovavamo insieme per la celebrazione dell’Eucarestia in cui i ragazzi sono stati protagonisti attivi suonando, cantando e lanciandosi con coraggio in numerose preghiere dei fedeli. Attraverso le omelie abbiamo approfondito il lavoro di SdC, centrando l’attenzione su una parola difficile ma necessaria se si vuole rispettare la “verità dell’Amore”, e cioè il “perdono”. Ci siamo lasciati interrogare da Gesù che, con forza e con altrettanta tenerezza, ci ha chiesto: “Che ne stai facendo della tua vita? Che rapporti stai costruendo? Ti fidi di me?”. Abbiamo riflettuto sulla qualità delle nostre relazioni e sul fatto che spesso rischiamo di non essere “sinceri” davanti agli altri, vivendo in modo finto e con una serie di maschere a portata di mano, da indossare a seconda delle situazioni o dei luoghi.

A questo proposito una delle serate post-cena è stata dedicata ad una riflessione sul problema del rapporto tra la vita reale e la cosiddetta vita virtuale che sempre più sta soppiantando la prima, e non solo tra i giovani. Abbiamo parlato delle dipendenze dai videogiochi, internet e cellulari facendoci aiutare da un video, molto “di impatto”, che raccontava cosa succede ai nostri ragazzi che passano numerose ore della giornata davanti allo schermo. Mettendo davanti ai loro occhi tutti i rischi, abbiamo riflettuto sul fatto che questi strumenti (così come le cose di questo mondo) non devono preoccuparci ma “occuparci”: si tratta cioè di partecipare a questo ambiente e provare ad umanizzarlo, come per qualsiasi ambiente che le persone si sentono spinte ad abitare. È stato davvero un momento importante.

La settimana si è chiusa con un gesto e un proposito.

Il gesto conclusivo è stato la caritativa: con tutti i ragazzi siamo andati presso la casa di riposo – che solitamente frequentiamo – per far compagnia agli ammalati. Un modo chiaro e concreto per riversare sugli altri, fin da subito, tutto il bene ricevuto. “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.

Il proposito finale si è mosso intorno a una domanda: “Che cosa vogliamo costruire insieme?”. La risposta è stata chiara: “Vogliamo costruire il Movimento Ecclesiale Carmelitano”. E per far questo abbiamo bisogno di giovani fieri di essere cristiani, fieri di appartenere alla Chiesa, fieri di Gesù. Non vogliamo essere “collezionisti di esperienze” ma persone che vivono la vita, i luoghi e i rapporti con dignità a partire da una appartenenza, da una radice, da una casa: fieri di essere del MEC. Perché appartenere significa amare.

    

 

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