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Asia e i suoi fratelli: blasfemo è l’odio. La miglior parte di noi

Avvenire.it, Marco Tarquinio, giovedì 1 novembre 2018

Finalmente. Asia Bibi è libera. Assolta e libera. Abbiamo atteso tanto questo momento. Confidando, e di più dopo il cambio di clima a Islamabad e al passaggio del timone del governo nelle mani di Imran Khan, in un ritorno alla giustizia possibile e necessaria. E intanto continuando a tenere pagine, occhi e cuori aperti per una “storia cristiana” troppo lunga, triste e lenta per meritare altrove prime pagine o anche solo costanti attenzioni. L’abbiamo atteso contando – a uno a uno – i 3.421 giorni di una prigionia insensata e durissima. E non solo per modo di dire.

Proprio per questo, sulla nostra ultima pagina, subito sotto la “buona notizia” che sigilla ogni edizione di questo giornale e immediatamente sopra la “firma” con cui dichiariamo chi siamo e la nostra responsabilità secondo le leggi e davanti ai lettori, abbiamo tenuto costantemente aperta una finestra che parlasse di lei, Asia, e dalla quale lei ci parlasse.

Col suo nudo e incarcerato silenzio di persona condannata a morte per «blasfemia» secondo l’odiosa legge che purtroppo ancora vige in Pakistan, il suo grande Paese «mosaico» dove l’amplissima maggioranza musulmana sunnita è attorniata da una corona di piccole minoranze, anche (ma non solo) cristiane, ed è segnata dalle ferite aperte da un fondamentalismo islamico arrogante e assassino. Per nove anni, quattro mesi e dodici giorni, quel costante spazio in pagina è stato il nostro povero modo per dare ad Asia Bibi la finestra che non aveva: il piccolo rettangolo di luce che non le è stato concesso per tutto il tempo dell’ingiustizia e dell’isolamento patiti in nome del suo amore per Gesù e a causa della sua umiliata eppure insopprimibile dignità di cittadina. È stato il nostro modo per farci coraggio, ammirati dal suo. Toccati nel profondo dal coraggio senza ostentazione né parole forti né gesti eclatanti di una inerme donna cattolica, sposa e madre di cinque figli, che non ha mai ceduto alla tentazione di una libertà comprata e venduta, che non si è arresa all’intimazione dell’abiura del credo e dei sentimenti e dei valori, che non si è consegnata alle logiche dell’odio e della paura e ha sopportato che le sottraessero tutto senza perdere la speranza, trovando parole di carità, conservando la fede.

La domanda piena di echi, che non ci può lasciare tranquilli, e che – giorno dopo giorno – non ha lasciato, me, tranquillo, è: ma in questa parte di mondo sazia e arrabbiata chi di noi messo a una simile prova, posto sotto il peso di una condanna a morte due volte ribadita, chi di noi – ripeto – riuscirebbe a fare altrettanto? Chi di noi saprebbe sfidare con il puro e semplice e disarmato restare ciò che è, una persona cristiana, un potere nutrito e drogato dal consenso degli “arrabbiati” di turno? Chi di noi, paladini di una libertà ricevuta in eredità, mantenuta senza spese, praticata soprattutto a parole? Chi di noi, credenti inclini a catalogare la fede altrui piuttosto che a interrogarci sulla nostra? Chi di noi, abitanti di un pezzo di pianeta nel quale ci si appende al collo per moda il Rosario, quello stesso che Asia, grazie al dono di papa Francesco, in queste ultime settimane ha invece pregato nell’ombra ostile della sua cella?

Il primo pensiero ieri mattina, ad assoluzione appena pronunciata e a liberazione ormai annunciata, è stato: adesso, lei rivedrà i suoi cari e noi vedremo il suo volto. Quello vero. Non quello delle vecchie foto e delle immagini velate concesse durante il processo di propaganda nel quale – ovviamente in nome della legge – era stato solennemente confermato che dire, difendere e vivere una fede diversa dalla fede della grande maggioranza sarebbe una «bestemmia», e che non servono prove per condannare basta l’evidenza della diversità fedele dell’imputata.

Una condanna due volte sentenziata e ribadita dall’assassinio di due ‘giusti’: Shahbaz Bhatti, ministro (cristiano) delle Minoranze e Salman Taseer, governatore (musulmano) della regione di cui Asia Bibi è cittadina. Uccisi entrambi per essersi battuti per la vita e contro la bestemmia di chi urla, condanna e ammazza gridando contro la bestemmia altrui. Sì, grazie a Dio e a un’umana giustizia tornata in sé, presto vedremo il viso di Asia.

E non più solo quelle poche, vecchie immagini che, pure, anche a noi sono diventate care in questi lunghi anni di attesa, di preghiera e d’impegno. Vedremo lei per davvero. Vedremo la sua faccia di donna. Con i graffi del tempo sulla pelle, le rughe scavate dai pensieri e dalle lacrime, le mani segnate dalle privazioni e, non ultima tra queste, dall’assenza di lavoro e di carezze. Vedremo ciò che le è stato dato e ciò che le è stato tolto. E la riconosceremo: Asia Bibi, nostra sorella. Sorella nostra e di Shahbaz Bhatti, di Salman Taseer e di ogni altra persona di buona fede e di retta coscienza. Ricordiamoci di loro, e siamo felici con Asia Bibi: blasfemo è sempre e solo l’odio e se, nonostante tutto, su questa terra e sotto al cielo di Dio continua a farsi e a promettersi la pace è per uomini e donne come loro, come noi. La miglior parte di noi, ma proprio come noi. Ricordiamolo.

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