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10 febbraio: una festa per i fratelli. Perché no?

Giacomo e Giovanni, Andrea e Pietro, Marta, Maria e Lazzaro, e ancor prima Esaù e Giacobbe, Giuseppe e tutti i suoi fratelli, Mosè e Aronne, e così via. Quante storie di fratelli e sorelle sono raccontate nella Bibbia! Storie molto belle, cariche di affetto e condivisione, accanto a tante altre che non possono certo essere considerate come modelli di riferimento. A partire da quella prima relazione fraterna tra Caino e Abele (conclusasi con la morte di quest’ultimo per opera del fratello), che si colloca all’interno della prima famiglia umana, quella che ha avuto origine da Adamo ed Eva.

Sin dall’inizio ci viene mostrato come nelle relazioni familiari non sia sufficiente il sentimento naturale che si sviluppa tra i genitori, tra genitori e figli e tra fratelli e sorelle, poiché i legami di sangue possono diventare teatro di gelosie, invidia, competizione, avidità, giochi di potere e di reciproca sopraffazione. Il peccato originale ha intaccato il disegno originario e tutte le relazioni umane ne sono risultate ferite, a cominciare da quella con Dio per arrivare fino a quelle tra gli uomini, comprese quelle fraterne.

Eppure, già dall’Antico Testamento si vede come il disegno di Dio sia volto a ristabilire la bellezza delle origini e a salvare l’uomo. Nessuno deve toccare Caino: è il monito e la promessa di Dio, che da subito agisce come un padre. Ma Egli vuole salvare anche tutte le relazioni tra gli uomini: laddove viene riconosciuto come Dio, ecco che può accadere il miracolo di una fratellanza reale, in cui la comunione, la condivisione e la capacità di perdonare trovano dimora  (pensiamo a Mosè e ad Aronne, a Giuseppe e i suoi fratelli).

Ma sarà Gesù a rivelare e compiere il disegno di Dio, Lui che è venuto a svelare che siamo figli di Dio Padre e suoi fratelli. Sì, fratelli. È da quel momento che la fratellanza ha assunto un nuovo significato. E una nuova possibilità. Con tutti quelli che avrebbe potuto scegliere come discepoli – e, da un certo punto di vista, coinvolgere persone tra loro estranee poteva risultare una strategia vincente ai fini della missionarietà – Gesù chiama tra i dodici anche delle coppie di fratelli. E tra i Suoi amici più cari ci sono due sorelle e un fratello.

Camminare insieme con Gesù, accoglierlo, ascoltarlo, servirlo, affidargli la vita del proprio fratello e pregarlo perché se ne prenda cura, perfino litigare in sua presenza, ma lasciandosi anche correggere: questo hanno fatto Giovanni e Giacomo, Marta, Maria e Lazzaro. E sono diventati santi.

Tutto questo ai tempi di Gesù, ma non solo allora. Ritroviamo la stessa sostanza d’amore in tante altre storie di fratelli e sorelle. Come non ricordare la vicenda di Santa Teresa di Gesù Bambino e delle sue sorelle? Quanta santità e amore a Dio si sprigionavano da quelle relazioni, sia durante l’infanzia nella casa paterna, sia in seguito nel monastero, sia nella comunione spirituale (basti pensare al rapporto tra Teresa e la sorella Leonia).

Ma c’è una storia che mi ha sempre particolarmente commosso: quella di Santa Scolastica e del fratello San Benedetto. Ecco come viene raccontata da san Gregorio Magno:

«Scolastica, sorella di san Benedetto, consacratasi a Dio fin dall’infanzia, era solita recarsi dal fratello una volta all’anno. L’uomo di Dio andava incontro a lei, non molto fuori della porta, in un possedimento del monastero. Un giorno vi si recò secondo il solito, e il venerabile suo fratello le scese incontro con alcuni suoi discepoli. Trascorsero tutto il giorno nelle lodi di Dio e in santa conversazione. Sull’imbrunire presero insieme il cibo. Si trattennero ancora a tavola e, col protrarsi dei santi colloqui, si era giunti a un’ora piuttosto avanzata. La pia sorella perciò lo supplicò, dicendo: «Ti prego, non mi lasciare per questa notte, ma parliamo fino al mattino delle gioie della vita celeste». Egli le rispose: «Che cosa dici mai, sorella? Non posso assolutamente pernottare fuori del monastero». Scolastica, udito il diniego del fratello, poggiò le mani con le dita intrecciate sulla tavola e piegò la testa sulle mani per pregare il Signore onnipotente. Quando levò il capo dalla mensa, scoppiò un tale uragano con lampi e tuoni e rovescio di pioggia, che né il venerabile Benedetto, né i monaci che l’accompagnavano, poterono metter piede fuori dalla soglia dell’abitazione, dove stavano seduti. Allora l’uomo di Dio molto rammaricato cominciò a lamentarsi e a dire: «Dio onnipotente ti perdoni, sorella, che cosa hai fatto?». Ma ella gli rispose: «Ecco, ho pregato te, e tu non hai voluto ascoltarmi; ho pregato il mio Dio e mi ha esaudita. Ora esci pure, se puoi; lasciami e torna al monastero». Ed egli che non voleva restare lì spontaneamente, fu costretto a rimanervi per forza. Così trascorsero tutta la notte vegliando e si saziarono di sacri colloqui raccontandosi l’un l’altro le esperienze della vita spirituale».

Nel mio lavoro di psicologa incontro frequentemente realtà familiari in cui il legame tra fratelli e sorelle è ferito e conflittuale, e spesso avverto come in realtà non sia mai stato coltivato. Gli stessi genitori, il più delle volte, pensano che l’essere fratelli e vivere sotto lo stesso tetto siano elementi sufficienti per far sì che i bambini crescano volendosi bene. Non è così: il legame fraterno va favorito, coltivato, nutrito, indirizzato, sostenuto, affidato a Colui che ci ha resi figli nel Figlio e quindi suoi fratelli. Io ho avuto la grazia di crescere in una famiglia in cui i miei genitori non hanno mai trascurato né lasciato al caso il legame tra me e mio fratello. Poi, crescendo, abbiamo avuto la gioia di vivere un’esperienza ecclesiale insieme, di condividere una vocazione di consacrazione, una vicinanza affettiva, psicologica e spirituale. Un viaggio nella profondità, che ha fatto sì che la fraternità di sangue diventasse la fraternità nel Sangue di Cristo.

Ogni legame fraterno, infatti, può rintracciare al suo interno quel mistero cui accennava Gesù quando diceva: “Chi è mia madre? Chi sono i miei fratelli? Chi fa la volontà del Padre mio, questi è mia madre, mio padre, mio fratello”. Fratelli e sorelle, quindi, che desiderano e sono consapevoli di poter essere gli uni per gli altri il prolungamento della Carne e del Sangue di Gesù. Un’esperienza reale dell’incarnazione dell’Amore di Dio, una fraternità sostanziale, in cui la Verità può essere accolta, amata e testimoniata al mondo. Di più: una fraternità che, radicata in Gesù, è capace di abbracciare innanzitutto l’umanità dei protagonisti, ma poi anche la realtà familiare, ecclesiale e sociale in cui vivono.

È per questo motivo che ogni anno, il 10 febbraio, memoria di santa Scolastica, faccio celebrare una messa: un modo per ringraziare Dio per questo grande dono e per chiedere che non venga mai meno. Ma è un dono che dobbiamo desiderare tutti. Ecco perché quest’anno, presso un santuario mariano, la messa che verrà celebrata avrà come intenzione l’affidare alla Trinità, comunione d’amore, tutti i legami fraterni, nella speranza che prima o poi nella Chiesa – accanto alla festa della mamma, del papà, dei nonni, – possa essere celebrata anche la festa dei fratelli e delle sorelle.

Perché no? Vivere una profonda amicizia spirituale con i propri fratelli e sorelle di sangue, oltre a rappresentare un grande conforto e una grande compagnia nella vita, può essere quell’esperienza quotidiana che può insegnarci ad essere veri fratelli degli amici che incontriamo. In modo santo… alla stregua di Gesù, il nostro fratello e amico, che ci ricorda come di fatto siamo chiamati ad essere fratelli di tutti. Che bello pensare che in questi giorni papa Francesco e il Grande Imam Ahmad-Al-Tayyeb hanno condiviso e sottoscritto un documento sulla fratellanza umana! E mi piace pensare che Ismaele e Isacco, fratelli che hanno dovuto prendere strade diverse, saranno felici di questo primo e importante riavvicinamento. Un tornare alle origini, che altro non è che abitare nel cuore di Dio Padre.

SDC

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