| Rieccoci! |
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| martedì 29 luglio 2008 10:44 | ||||
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L’ultima nostra pubblicazione riguardava le fasi iniziali della GMG 2008 svoltasi a Sydney… poi: Papa Ratzinger – durante la veglia con i giovani della XXIII Giornata Mondiale della Gioventù – ha rilanciato il tema della comunione e dell’unità, esplicitando il senso teologico della terza Persona della Trinità. Dando una scorsa al testo del discorso tenuto dal Pontefice ci colpisce il seguente passaggio, per l’incredibile corrispondenza con tantissimi avvenimenti di vita quotidiana. “L’unità e la riconciliazione non possono essere raggiunte mediante i nostri sforzi soltanto. Dio ci ha fatto l’uno per l’altro (cfr Gn 2,24) e soltanto in Dio e nella sua Chiesa possiamo trovare quell’unità che cerchiamo. Eppure, a fronte delle imperfezioni e delle delusioni sia individuali che istituzionali, noi siamo tentati a volte di costruire artificialmente una comunità "perfetta". Non si tratta di una tentazione nuova. La storia della Chiesa contiene molti esempi di tentativi di aggirare o scavalcare le debolezze ed i fallimenti umani per creare un’unità perfetta, un’utopia spirituale. […] Purtroppo la tentazione di "andare avanti da soli" persiste. Alcuni parlano della loro comunità locale come di un qualcosa di separato dalla cosiddetta Chiesa istituzionale, descrivendo la prima come flessibile ed aperta allo Spirito, e la seconda come rigida e priva dello Spirito” (Benedetto XVI).Come dicevamo prima colpisce il senso di queste parole per l’incredibile corrispondenza con tantissimi avvenimenti della nostra vita quotidiana. Quante volte, infatti, abbiamo tentato maldestramente di costruire un rapporto perfetto con i nostri amici o tra fidanzati o con il proprio coniuge? Abbiamo chiesto (e purtroppo chiediamo ancora) un salto di qualità, uno sforzo di perfettibilità che l’uomo non è in grado di garantire! E’ un errore che commettiamo spesso anche nel sacramento della Riconciliazione… quando riteniamo di poter superare l’ostacolo del peccato con l’ausilio delle nostre sole forze umane! E così capita anche di incontrare qualcuno che trascorre la propria vita a cambiare amicizie o gruppi ecclesiali nel tentativo di trovare una comunità perfetta. Oppure accade anche il caso di intere comunità cristiane (parrocchie, gruppi, movimenti…) saccentemente convinte di rappresentare un “unicum spirituale” all’interno di una Chiesa considerata da loro vecchia e claudicante!!! L’unità è però un’altra cosa, anzi parlando di S. Trinità… un’altra Persona!!! M. Delbrel a tal proposito scriveva: «Se il grande merito della vita in comune sta nello sradicare ognuno da se stesso, i pericoli che questa vita comporta non sono una novità. In fondo si riducono a questo: il mondo racchiuso in un “questo riguarda me” viene trasferito di peso in un mondo analogamente racchiuso in un “questo riguarda noi”. Quanto più il gruppo è compatto, tanto più i gruppi contigui rischiano di venire ignorati. E quanto più la comunità si sente “una”, tanto più rischia di separarsi da tutto ciò che non è lei. Quante comunità missionarie, al cui interno un non-iniziato non capirebbe nulla, finiscono per sconfessarsi a vicenda! […]. E, cosa ancor più grave, molte volte è sembrato che la “mission” coi suoi atteggiamenti rifiutasse a fatti proprio quella comunità, spesso così penosa nel suo modo di esprimersi, che resta in ogni caso la più vera comunità che ci sia al mondo: la comunità dei cristiani» (M. Delbrel). *** Beni materiali, amore possessivo, potere… tre delle principali aspirazioni di molti uomini, tre esaltanti progetti di vita curati dal demonio in persona, tre forme concrete di pregiudizio nei confronti di Dio e della storia d’amore da lui costruita, tre mastodontiche barriere capaci di separare l’uomo da Dio. Dall’Australia l’intervento del Pontefice (qui ne riportiamo solo un frammento): I beni materiali, in sé, sono cose buone. Non sopravviveremmo a lungo senza denaro, abiti e un’abitazione. Per vivere abbiamo bisogno di cibo. Ma, se siamo ingordi, se rifiutiamo di condividere quanto abbiamo con l’affamato e con il povero, allora noi trasformiamo questi beni in una falsa divinità. Quante voci, nella nostra società materialistica, ci dicono che la felicità si trova procurandosi il maggior numero possibile di beni e di oggetti di lusso! Ma questo significa trasformare i beni in false divinità. Invece di portare la vita, portano la morte. L’amore autentico è certamente qualcosa di buono. Senza di esso, la vita difficilmente sarebbe degna di essere vissuta. L’amore porta a compimento il nostro bisogno più profondo; e quando amiamo, noi diventiamo più pienamente noi stessi, diventiamo più pienamente umani. Ma quanto facilmente l’amore può essere trasformato in una falsa divinità! La gente sovente pensa di amare quando in realtà tende a possedere l’altro o a manipolare l’altro. La gente a volte tratta gli altri come oggetti per soddisfare i propri bisogni piuttosto che come persone da apprezzare e amare. Quanto è facile essere ingannati dalle molte voci che nella nostra società sostengono un approccio permissivo alla sessualità, senza prestare riguardo alla modestia, al rispetto di sé e ai valori morali che conferiscono qualità alle relazioni umane! Questo è adorare una falsa divinità. Invece di portare la vita, porta la morte. Il potere che Dio ci ha dato di plasmare il mondo intorno a noi è certamente qualcosa di buono. Utilizzato in modo appropriato e responsabile, ci permette di trasformare la vita della gente. Tutte le comunità hanno bisogno di guide capaci. Ma quanto forte è la tentazione di attaccarsi al potere per se stesso, di cercare di dominare gli altri o di sfruttare l’ambiente naturale per i propri egoistici interessi! Questo è trasformare il potere in una falsa divinità. Invece di portare la vita, porta la morte. Il culto dei beni materiali, il culto dell’amore possessivo e il culto del potere spesso portano la gente a “comportarsi da Dio”: cercare di assumere il controllo totale, senza prestare nessuna attenzione alla sapienza o ai comandamenti che Dio ci ha fatto conoscere. Questa è la via che conduce alla morte. Al contrario, l’adorazione dell’unico vero Dio vuol dire riconoscere in lui la sorgente di tutto ciò che è bene, affidare noi stessi a lui, aprirci alla forza risanatrice della sua grazia e obbedire ai suoi comandamenti: questa è la via per scegliere la vita” (Benedetto XVI).
Il Papa (citavamo prima) ci ricorda che “i beni materiali, in sé, sono cose buone. Non sopravviveremmo a lungo senza denaro, abiti e un’abitazione”, il vero problema è “l’ingordigia”, il desiderio di avere sempre di più, senza saziarsi mai. Nella esperienza della fede cristiana la parola “povertà” affonda le sue radici nella persona stessa di Cristo. “Cristo povero” (lo comprese bene Francesco d’Assisi) vuol dire spoglio da tutto ciò che può impedire di obbedire incondizionatamente a Dio Padre. Chi oggi si fa povero nel cuore e nello spirito (e perché no, talvolta anche nel denaro) è vicino alla povertà prototipa di Cristo, è capace di spogliarsi delle cianfrusaglie prodotte da certa parte di mondo (mi guarderei bene dal dire che il mondo è “tutto” corruzione, sarebbe un controsenso visto che è una creazione di Dio), è capace di guardare con libertà e distacco tutto ciò che è presente nella sua vita, è in grado di condividere con gli altri una vera “amicitia Christi”, ma soprattutto si rende disponibile a lasciarsi abbracciare dall’amore di Dio… che il Cristianesimo si “ostina” a considerare l’unica e vera ricchezza!!! A tal proposito è interessante leggere questa breve citazione di P. Antonio M. Sicari: “[…] Amare i veri poveri e la vera povertà – come Gesù propone – non significa coltivare in sé una generica benevolenza verso i bisognosi, destinando loro qualche briciola. Significa anzitutto collocare dignitosamente se stessi in una specie di distacco reale – e, quando ciò non è possibile, almeno spirituale e psicologico – dal mondo dei buontemponi e dei gaudenti: distacco soprattutto da quei luoghi e quei tempi in cui il mondo si esprime come un insieme di baracconi da fiera, come un immenso supermercato del superfluo, come un interminabile divertimento in cui tutto fa spettacolo, come un continuato spot pubblicitario: basta pensare, a questo proposito, alla organizzazione sempre più scintillante e volgare del quotidiano divertimento offerto dai mass-media. Non si può essere poveri senza una particolare custodia e una difesa della dignità del proprio mondo interiore: dei propri desideri, delle proprie immaginazioni, dei propri giudizi…” (P. Antonio M. Sicari). Michelangelo Nasca
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| Ultimo aggiornamento ( venerdì 15 agosto 2008 11:23 ) | ||||