| Questioni antiche e sciocchezze moderne |
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| lunedì 30 giugno 2008 09:06 | ||||
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Al lettore il compito di valutare “l’importanza” di tali notizie, lasciando alla propria intelligenza lo spazio per un respiro più ampio! Un secondo particolare è legato alla celebrazione della solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo svoltasi ieri in Vaticano. Il Santo Padre Benedetto XVI ha celebrato l’Eucaristia con la partecipazione del Patriarca Ecumenico Bartolomeo I.Entrambi hanno recitato la formula del Credo Niceno del 325 (detto anche Apostolico; per intenderci si tratta della formulazione più breve) poiché in esso è assente la questione teologica del “Filioque”, esplicitata invece nel Credo Niceno-Costantinopolitano del 381 (quello che recitiamo ogni domenica in Chiesa). Di cosa tratta la questione del “Filioque”? Dicevamo prima della iniziativa di Papa Benedetto VIII di inserire (1014) nel simbolo Niceno-Costantinopolitano (formalizzato durante il Concilio Costantinopolitano I del 381) la formula Filioque procedit. Nel novembre del 1990 Giovanni Paolo II a tal proposito disse: “Quando professiamo la nostra fede “nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita”, aggiungiamo: “e procede dal Padre e dal Figlio”. Come si sa, queste parole sono state introdotte nel simbolo niceno, che diceva soltanto: “Crediamo nello Spirito Santo” (cf. Denzinger-Schönmetzer, 125). Già nel Concilio di Costantinopoli (381) venne inserita l'esplicazione che lo Spirito Santo “procede dal Padre”, sicché parliamo di simbolo niceno-costantinopolitano. La formula conciliare del 381 suonava così: “Credo nello Spirito Santo, che procede dal Padre”. La formula più completa: “che procede dal Padre e dal Figlio” (“qui a Patre Filioque procedit”), già presente in antichi testi e riproposta dal Sinodo di Aquisgrana nell'809, venne infine introdotta anche a Roma nel 1014 in occasione dell'incoronazione dell'imperatore Enrico II. Si diffuse da allora in tutto l'Occidente, e venne ammessa dai Greci e dai Latini nei concili ecumenici di Lione (1274) e di Firenze (1439). Era una precisazione, che non cambiava nulla nella sostanza della fede antica, ma che gli stessi romani pontefici erano restii ad ammettere, per rispetto alla formula antica ormai diffusa dappertutto, e usata anche nella basilica di san Pietro. L'introduzione dell'aggiunta, accolta senza gravi difficoltà in Occidente, suscitò riserve e polemiche tra i nostri fratelli orientali, che attribuirono agli occidentali un cambiamento sostanziale in materia di fede. Oggi possiamo ringraziare il Signore per il fatto che anche su questo punto si va chiarendo in Oriente e in Occidente il vero senso della formula, e la relatività della questione stessa”. M.N.
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| Ultimo aggiornamento ( mercoledì 30 luglio 2008 15:26 ) | ||||