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Un “cuore giovane” per il MEC PDF Stampa E-mail
mercoledì 19 novembre 2008 17:59

di fr. Fabio Silvestri

30 ottobre, giovedì: la sera, per accoglierci, c’era la neve. Una sorpresa in più, leggera ma suggestiva, per accompagnare il secondo passo del nostro cammino. Quel cammino che ci ha portati, dopo l’esordio dello scorso anno, a ritrovarci insieme e ancora a Pietralba, per vivere la “Tre giorni” degli Universitari del Movimento.

E se già l’ anno scorso, con accenti diversi ma a tutti, era sembrato che qualcosa di importante fosse accaduto, quest’anno la sensazione è ancora più netta, nel constatare che quell’inizio si è confermato in modo maturo, si è esteso forse al di là delle previsioni e si è concluso nella forma di una speranza più salda, che poggia su di una certezza… Quale? 140 volti, l’uno diverso dall’altro, ma insieme per una storia. Sì, c’è un “cuore giovane” nel MEC. Un cuore che attraversa quella fase della vita in cui davvero si comincia a decidere di sé, un cuore che si fa visibile, che ha iniziato a battere di pulsazioni proprie nel corpo che lo accoglie. E che ha voglia di scoprirsi autentico, mentre impara a fissare orizzonti ampi. Un cuore piccolo? Certo. E con tutti i limiti delle novità, cioè con i colori acerbi dei frutti che ancora solo promettono, tra facili fragilità, presenti e future. Certo. Ma insieme sta nascendo, è nato, ed ha voglia di crescere un cuore nuovo, che per la prima volta - con questa forza - “si riconosce” vivo. Da Brescia a Trento, da Treviso a Verona, da Palermo a Castellamare, da Siracusa a Enna, dalla Lettonia al Libano (passando per Parigi), dal Belgio alla Romania. Tante vite e tante storie diverse, personali e di comunità, ma riunite nel cammino che porta a Cristo, il Volto in cui ognuno è chiamato a riscoprirsi. Il Volto a partire dal quale la realtà può tornare ad essere la realtà, e non solo la maschera di se stessa, non una fiction o un reality. La realtà: la Sua, la nostra.

Ma come parlare di realtà (“della Cambogia, del Vietnam, della libertà” cantava Gaber… della crisi, di Obama, del decreto Gelmini diremmo noi oggi) se non si è prima in grado di dire una parola sulla realtà più vicina, cioè sulla persona di chi mi è accanto, su di me… “Parlo di tutto, ma non so farlo di te, perché non so più chi sono io…”. Ignoti a noi stessi? Forse sì. Ma non può essere, questa, solo un’amara constatazione. Né, peggio, può essere questo il risvolto di una tranquilla e meschina “sopravvivenza”, di quelli che si accettano con disinvoltura, purché non ci si pensi... La persona e la sua realtà sono altro e se c’è qualcuno che, più di ogni altro, deve saperlo e poi raccontarlo, questi è il cristiano. Cioè colui che crede all’Amore. L’Amore che ha preso realtà, che di carne si è rivestito, che come uomo ha incontrato e incontra il volto di ciascuno. Che oggi non smette di essere e di abitare il reale.

Di qui, dunque, un’idea. Quella di invitare a Pietralba il Dott. Giuseppe Noia, ginecologo presso l’ospedale Gemelli di Roma, esperto di vita prenatale e professore universitario, ma anche impegnato nell’attività di conferenziere in tutta Europa. Il suo è stato il racconto dei primi 8 giorni di vita dell’uomo; quelli che si svolgono nel segreto di un grembo, ma che già hanno dentro tutto ciò che sarà: un io che prende la sua carne, nel mistero che unisce la natura ed il soprannaturale, mentre una relazione immediata si intesse con il corpo e il cuore della madre. Vita, reciprocamente donata. E tutto questo è stato esposto con una preparazione ed una passione che, nonostante le attese già alte, hanno sorpreso un po’ tutti. L’impressione è stata quella di trovarsi di fronte ad una personalità “intera”, cioè capace di unire in modo armonico una professionalità altissima (quella dello scienziato e del medico) ad una fede schietta, che non pretende di argomentare in modo scientifico, ma che insieme sa donare visione, che sa offrire ragioni e valori, che tocca i cuori. Con una concretezza in più: la testimonianza di una coppia di genitori, che ci ha raccontato di come si possa accompagnare la propria quinta figlia, con dolore e amore, anche sapendo che i suoi – dopo la nascita - saranno solo pochi giorni: 16, per la precisione, ma i più belli della loro vita…
Il corpo, dunque, al centro. Perché la carne, la nostra, è la prima a svelare un mondo interiore che chiede e offre relazioni. Non a caso, allora, il corpo è stato definito da P. Antonio come il “punto di sintesi di due principi fondamentali, nella vita dell’uomo, quello del piacere e quello della realtà”. E, mentre la società occidentale vorrebbe tradirne la complementarietà, riducendo la realtà stessa al “massimo di piaceri ottenibili” e “collocando l’io al posto di Dio”, il corpo umano è punto di resistenza alle tante strumentalizzazioni. Può essere violato, venduto, usato: ma resta mistero, unico nel creato, di una carne spirituale, di uno spirito incarnato. E questo, con particolare visibilità, nel corpo femminile, chiamato ad essere tempio della vita nuova, e non a caso oggetto degli abusi più diversi. Sì, insieme a quella dell’uomo, anche e soprattutto la realtà dolce di Eva - bambina e sposa dell’Amore - è stata tradita e ferita dal dramma del peccato. Che su Cristo, al momento della Sua passione, ha realizzato il massimo dell’aggressione al Bene.

Ma, dunque, tutto è perso? No, perché proprio a partire da Cristo, dalla sua morte e dalla sua risurrezione, torna possibile la riscoperta della divina bellezza dell’uomo. Anche quella di chi si trova ad essere uomo e donna nel 2008... Così, se i Padri della Chiesa avevano elaborato l’assioma per cui “Ciò che Cristo non ha assunto non lo ha redento”, P. Antonio ha voluto presentarne un risvolto decisivo, affermando che: “...allora ciò che Cristo non ha redento, non lo ha neanche assunto”. Perché ciò che non credo possibile nella mia vita, non lo credo salvato da Cristo. Il mio dolore, il mio amore, la mia carne, il mio cuore: se non possono essere attraversati dal suo Amore, se non lo ritengo possibile o semplicemente non lo desidero, allora neanche posso dire di credere al Suo dolore, al Suo amore, alla Sua carne, al Suo Cuore. Alla Sua realtà, come mia. Perché ciò che la mia vita non vive, la mia fede non può dire di crederlo realmente.

Ed è questo, allora, il desiderio con cui, a Pietralba, ci siamo salutati: cominciare da me, cominciare da noi, per credere e annunciare Cristo. Un desiderio che ha trovato la sua prima concretezza in questi tre giorni, nella festa dei Santi e nel ricordo dei morti, nella preghiera e nell’Eucaristia, dai pasti alle serate, dall’allegria al silenzio, ma sempre nel tentativo di far spazio a Lui. Solo da persone nuove, infatti, potranno seguire una morale autentica ed un impegno efficace nel proprio ambiente, quello universitario. Un desiderio, allora, che vuole assumere i contorni di un’amicizia stabile, intima come il Carmelo e forte, come solo la Chiesa può essere: senza una compagnia che lo custodisca, infatti, anche il bene più grande rischierebbe di perdersi…
Ma domenica mattina, sui monti innevati di Pietralba, il cielo era già azzurro, pulito, come lo sguardo vivo di tanti: e tra sorrisi e foto, era tempo di partire, tempo di tornare. Si torna alla realtà, dunque? No, si porta la Realtà nel mondo che, forse senza saperlo, proprio nella sua carne attende …l’Amore.

 

Pietralba: la realtà

di Mattia Brentari

I tre giorni passati a Pietralba sono stati un tesoro davvero prezioso. Prezioso per almeno tre motivi: il primo, la vacanza è stata la conferma di una nuova storia che sta sbocciando in seno al Movimento, quella degli Universitari; secondo, le meditazioni di P. Antonio e soprattutto il discorso del professor Noia sono stati più che mai ricchi di spunti e di contenuti vitali per noi studenti universitari; terzo, ma non meno importante, questa seconda vacanza ha riunito non solo gli studenti italiani, ma anche i nostri coetanei dal Libano (la nuova comunità di Parigi), dalla Lettonia e dal Belgio.

Da bravo studente di economia, tenterò di fare un bilancio di questi tre giorni.
Innanzitutto, come ho già spiegato nella premessa, gli incontri sono stati quanto mai interessanti (leggete l'articolo di Fra Fabio per i contenuti). Quello che mi ha affascinato di più è stata la sfida lanciata sia da Noia sia da Padre Antonio prima di congedarci: far trasparire la nostra Fede non dalle parole ma dai gesti. Cerco di spiegarmi meglio: diventare i migliori nel nostro campo (il miglior medico, il miglior ingegnere ecc...) permettendo così che il nostro Atto di Fede sia visibile attraverso ciò che facciamo, oltre a ciò che diciamo. Cristiani nel cuore, cristiani con il corpo, che è la massima espressione della nostra realtà salvata da Cristo. Credo che questo sia estremamente importante perché dà il senso e la misura della nostra realtà. Realtà universitaria, realtà lavorativa, realtà familiare. Tuttavia, questo non è esente da difficoltà. Per esempio, portare tale ottica nel mondo della finanza, come si può ben immaginare, è estremamente difficile. Ma non impossibile.
Oltre alle conferenze, la nostra “Tre Giorni” di Pietralba è stata caratterizzata anche da altri aspetti, non ultimi le SS. Messe nello splendido santuario della Madonna, le serate culturali (e quelle non culturali), il Coro multilingue diretto dall'impareggiabile Fra Luca e altri ancora. Ma sopra a tutto questo dominava il “rigore della bellezza”: la gioia di condividere qualcosa di grande, la rara fortuna di poterci confrontare tra di noi, la felicità di essere un unico Movimento.

Elie, studente libanese a Parigi, ha detto che per lui il Movimento significa famiglia. E per capire se questa vacanza è andata bene, basta leggere i commenti su Facebook!!!
Che dire, se non che noi abbiamo la voglia di continuare questa esperienza? Pietralba è stato il secondo capitolo di una storia che cresce, e che speriamo diventi sempre più rigogliosa in quel Giardino del Carmelo che è la nostra Patria Spirituale!

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Ultimo aggiornamento ( lunedì 08 dicembre 2008 17:43 )
 

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