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"Fissatolo lo amò" PDF Stampa E-mail
mercoledì 19 dicembre 2007 11:35

Image“Ad ogni “giovane cristiano” dovrebbe essere posta questa domanda radicale: che faresti se Dio ti fissasse, proprio fisicamente, con infinito amore e ti dicesse: “Lascia tutto e vieni con me, resta con me, accompagnami nella mia strada, ed io ti prometto un destino di felicità che appagherà totalmente il tuo cuore!”? Anzi, la domanda dovrebbe essere ulteriormente precisata in questo modo: «Che farai, dato che le cose stanno proprio così?»” (P. Antonio M. Sicari, Felicità – Desiderio infinito del cuore umano).

Inizia così il nuovo testo di Scuola di Cristianesimo (S.d.C.) per i giovani, appena pubblicato da P. Antonio M. Sicari, che accompagnerà le riflessioni di gruppo di questo nuovo anno. Non posso nascondervi l’entusiasmo provato nel leggere queste pagine davvero intense e cariche di verità; prova ne è il fatto che, a tal punto catturato dalla profondità di tali parole, non sono riuscito a non approfondirne la riflessione.

La lettura del Vangelo di Mc 10, 17-22 proposta nel testo di S.d.C. descrive il particolare incontro avvenuto tra Gesù è un giovane ricco. Padre Antonio sviluppa il tema centrale della sua riflessione a partire dal versetto 21 che descrive un particolare atteggiamento di Gesù. Egli prima ancora di rispondere al giovane ricco “pone il suo sguardo su di lui e inizia ad amarlo”, «Allora Gesù, fissatolo, lo amò» (Mc 10, 21).

“Se sei cristiano, è perché sei stato “guardato” e “amato” proprio da Cristo con un amore che ti invita ad andare con Lui, a fargli compagnia per sempre, a condividere la sua storia e il suo Destino. Il “giovane ricco del Vangelo” ebbe l’incredibile fortuna di essere toccato dall’infinito, ma non ebbe il coraggio di aderire, di dire di sì, di gettarsi nelle braccia dell’ unico amore. Perciò se ne andò via triste, lasciandosi risucchiare dalla folla anonima. Ma perché non riuscì ad amare l’Amore? Perché non capì che la ricchezza di quell’incontro valeva più di tutte le altre ricchezze? Perché mancò proprio a quell’unico appuntamento che dà senso alla vita? La risposta radicale (quasi ovvia) è questa: perché continuò a guardare il piccolo bene delle sue ricchezze, materiali e spirituali, al punto da dubitare del Grande Bene che Gesù gli offriva; perché preferì la piccola felicità del benessere di cui già godeva piuttosto che anelare alla grande felicità che il cuore gli faceva intuire. Le “ricchezze” (quelle materiali e quelle spirituali), che il giovane già possedeva, si rivelarono per quello che erano: una prigione che impediva all’io di donarsi infinitamente: «Quale altra prigione è oscura come il nostro cuore? Quale carceriere è inesorabile come il nostro io?» (N. Hawthorne, La casa dei sette frontoni)” (P. Antonio M. Sicari, Felicità – Desiderio infinito del cuore umano).

Letteralmente, il versetto 21 di Mc 10, 17-22 può essere tradotto così: « E Gesù, fissò su di lui lo sguardo, iniziò ad amarlo».

Nella lingua greca ci sono diversi sostantivi per esprimere il significato di ciò che noi chiamiamo amore. Il verbo più usato è phileô che, in termini generali, traduce affezione verso qualcuno o qualcosa. Nel NT invece il verbo agapaô ha assunto un significato molto importante; esso viene utilizzato per esprimere l’amore di Dio. «... per Gesù l’amore è volontà e azione, ma egli vuole che sia rivolto a Dio e soltanto a Dio con una devozione così illimitata che i suoi uditori ne restano spaventati. La possibilità di amare Dio sta sotto il segno di un radicale aut-aut...» (E. Stauffer). Amore è un concetto fondamentale nella tradizione neotestamentaria, capace di evocare tutto il significato della fede. L’amore di Dio è un amore che attende una risposta da parte dell’uomo. «Amare Dio significa... vivere per lui come un servo vive sempre per il suo padrone (cfr. Lc 17,7ss.), obbedire fedelmente e umilmente ai suoi comandamenti, sottomettersi alla sua sovranità e mettere sopra ogni cosa la realizzazione del suo regno (cfr. Mt 6,33). Ma significa anche fondare tutta la propria esistenza in Dio, seguirlo con fiducia illimitata... vivere come egli vuole...» (E. Stauffer).
I termini agapê e agapaô che ricorrono nel NT sono quasi tutti espressioni che fanno riferimento al rapporto tra Dio e l’uomo. In 1Gv 4,8.16 è Dio stesso ad essere definito Amore.

All’interno della pericope relativa all’uomo ricco possiamo dire che : «Gesù ama il giovane ricco con l’amore di Dio che chiama l’uomo alla perfezione. Ma il chiamato ha paura !» (E. Stauffer).

Molto bella, a tal proposito, è la pagina manzoniana de “I Promessi Sposi” al capitolo 23 che descrive l’incontro tra il Card. Federigo e l’Innominato e la relativa conversione di quest’ultimo. Nella dinamica del racconto citato c’è una pausa descrittiva operata dal Manzoni che rivela – con un gioco di sguardi – i sentimenti espressi dai due personaggi protagonisti.

“L'innominato, ch'era stato come portato lì per forza da una smania inesplicabile, piuttosto che condotto da un determinato disegno, ci stava anche come per forza, straziato da due passioni opposte, quel desiderio e quella speranza confusa di trovare un refrigerio al tormento interno, e dall'altra parte una stizza, una vergogna di venir lì come un pentito, come un sottomesso, come un miserabile, a confessarsi in colpa, a implorare un uomo: e non trovava parole, né quasi ne cercava. Però, alzando gli occhi in viso a quell'uomo, si sentiva sempre piú penetrare da un sentimento di venerazione imperioso insieme e soave, che, aumentando la fiducia, mitigava il dispetto, e senza prender l'orgoglio di fronte, l'abbatteva, e, dirò così, gl'imponeva silenzio” (A. Manzoni).

Perché Gesù rivolgendosi al giovane ricco “fissò su di lui lo sguardo e iniziò ad amarlo”? Il Signore, forse, prima ancora di offrire la sua risposta al giovane interlocutore e conoscendo anticipatamente le sue intenzioni, “inizia ad amarlo” proprio nell’istante in cui il giovane da lì a poco rifiuterà la sequela di Cristo: «Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò affitto, perché aveva molte ricchezze».
Non si può non leggere in questa immagine l’amore smisurato di Dio per le sue creature. Egli precede le intenzioni del giovane ricco offrendogli un anticipo del suo amore, come a volergli dire: “Proprio adesso che stai per voltarmi le spalle, hai bisogno che il mio sguardo continui ad amarti!”.

L’Evangelista Marco termina il racconto con l’immagine del giovane che “tristemente” ritorna alle sue ricchezze. Non credo possa risultare romantico o sdolcinato, al termine di quell’incontro, immaginare lo sguardo d’amore di Cristo – ancora una volta – rivolto verso quel giovane, che lentamente si allontana da Dio.

Michelangelo Nasca

 

Ultimo aggiornamento ( mercoledì 26 dicembre 2007 17:24 )
 

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