| Ambiente, comunione e missione per una Scuola di Cristianesimo in movimento. |
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| martedì 06 novembre 2007 00:08 | ||||
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Nel Consiglio Generale del 28 Giugno scorso, abbiamo preso in esame il tema della Scuola di Cristianesimo che a Settembre riprenderà il suo svolgimento sistematico, per concludere la seconda parte del nostro lavoro, quella su Il Compito, mentre da Dicembre si inaugurerà la terza, su La festa. Scuola, appunto, perché si tratta di imparare un modo di guardare la nostra vita personale, comunitaria e sociale a partire da un punto di vista, quello cristiano e carmelitano, che non ci è spontaneo e che richiede una conversione dell’intelligenza e del cuore. Che cosa vogliamo che provochi in noi il lavoro che ci attende nelle nostre comunità e nei nostri gruppetti di Scuola di Cristianesimo, quest’anno? Quale taglio metodologico dobbiamo tenere presente tutti: adulti e ragazzi di tutte le nostre comunità? Tre le sottolineature da tradurre nel nostro porci personale e comunitario: 1. l’attenzione ad essere presenti nell’ambiente di vita in cui trascorriamo i nostri giorni 2. l’attenzione ad esservi presenti come persone in comunione 3. La preoccupazione missionaria
1. “ I fedeli laici…vivono la vita normale nel mondo, studiano, lavorano, stabiliscono rapporti amicali, sociali, professionali, culturali…Il “mondo” diventa così l’ambito e il mezzo della vocazione cristiana dei fedeli laici…Essi non sono chiamati ad abbandonare la posizione che hanno nel mondo, ma a contribuire quasi dall’interno, a modo di fermento, alla santificazione del mondo” (Christifideles laici, n.15). Senza un ambito e un mezzo grazie a cui concretizzarsi, la nostra vocazione rimane lettera morta e la voce di Dio, che ci chiama al compito, si perde nel venticello impalpabile dei nostri sentimentalismi. La Scuola di Cristianesimo è lo strumento grazie al quale ciascuno di noi è continuamente “inviato” nel suo ambiente ed è costantemente aiutato ad assumere un punto di vista preciso e anticonformista (cristiano e carmelitano) sul mondo e sul compito a cui è chiamato dentro esso. E’ diverso, molto diverso, lavorare su temi come Il dono della felicità, o Il lavoro della santificazione, o Il dono della Chiesa e del Movimento ( sono i titoli dei paragrafi che mediteremo nella Scuola di Cristianesimo che ci attende) lasciandoli a livello di un approccio astratto, intimistico e spiritualistico, oppure declinandoli dentro la nostra concretissima, storica, fisica ed esistenziale condizione materiale. Vuol dire che un universitario di medicina, per esempio, non potrà riflettere su quei temi sempre e solo allo stesso modo di un impiegato in banca o di uno studente di liceo. Dovrà saperli ridefinire alla luce del suo specifico ambiente universitario. E poi, vuol dire che quell’universitario non potrà credere concluso il suo lavoro di Scuola di Cristianesimo una volta terminato l’incontro con il suo gruppetto, non potrà pensare e vivere la sua felicità, la santificazione e la Chiesa senza immergersi fino in fondo nell’ambiente dell’università, senza frequentare i corsi, senza dare esami, senza stringere amicizie con i compagni di corso, senza imparare bene e giudicare i contenuti del suo studio…cioè senza compromettersi con l’ambito e il mezzo grazie a cui la sua vocazione può cominciare a prendere forma. Se la Scuola di Cristianesimo non genera un vero impeto di presenza dentro l’ambiente, diventa sterile e vana ripetizione di contenuti già fin troppo ben analizzati dal nostro Padre Antonio. Se la Scuola di Cristianesimo non genera un vero impeto di presenza dentro l’ambiente, il Movimento smette di essere movimento e noi invecchieremo, invece di crescere, preoccupati solo di una buona cosmesi spirituale… 2. “ Il programma dichiarato (dalla nostra società) è quello di distruggere la struttura comunionale dell’esistenza, di farla apparire pesante, brutta, disumana, causa di infelicità…Il mondo prefigurato è quello degli uomini che “pattuiscono civilmente” i loro legami, nel senso e nella direzione che, di volta in volta, l’individuo decide e preferisce, cercando la propria felicità in esperienze molteplici, nella inesauribile ricerca del proprio soddisfacimento” ( Nella terra del Carmelo, il Compito, pg. 39). Questo progetto “dichiarato” ormai a diversi livelli sociali e culturali, è radicalmente opposto ad una concezione cristiana della vita e della persona. Lo ha spiegato molto bene Padre Antonio sulle pagine di questa rivista e vale la pena studiare a fondo quel suo articolo intitolato “Persona” cristianamente (in Dialoghi Carmelitani, Marzo 2007, pg. 9 e seguenti), prima di ricominciare la nostra Scuola di Cristianesimo. Presenti nell’ambiente come “persone in comunione”. L’affermazione è molto forte e suscettibile di conseguenze di vario tipo. Proprio la discussione su questo tema con alcuni amici universitari palermitani e bresciani, mi ha aperto gli occhi sulla necessità di interrogarci sulle diverse espressioni concrete di questa presenza “comunionale” dentro l’ambiente. Non possiamo limitarci a mutuare stili e atteggiamenti da altre esperienze. E’ dal di dentro del nostro carisma che dobbiamo ricavare una metodologia originale. A tutti noi quest’anno spetterà dunque il compito di rispondere e immaginare forme di presenza comunionale incisive. Qui voglio solo ricordare un fondamento già esplorato da Padre Antonio ne L’edificazione della comunità nel Movimento Ecclesiale Carmelitano, dove insiste su quella espressione fondamentale della comunione che è l’amicizia. Se è vero che il cuore della persona ha una struttura trinitaria, non possiamo concepire in maniera individualistica il nostro “esserci”. “Riesco a dire “ io” , in modo da sentire la relazione con te come costitutiva del mio essere?”. Questa la domanda che dobbiamo porci seriamente. Allora la nostra sfida consiste fondamentalmente in questo: vivere dentro l’ambiente stretti in amicizie continuamente aperte ad altre amicizie. L’amicizia cristiana, senza rinunciare all’intimità e alla predilezione, si mantiene sempre aperta, gratuita ed accogliente verso tutti. L’amicizia è vera, quando non esclude e non si trincera in piccole fortezze inaccessibili, ma si spalanca e cerca, senza condizioni, l’altro. Torniamo all’esempio di prima: il nostro amico universitario di medicina -ma come lui ciascuno di noi nel proprio ambiente- non potrà concepire la sua presenza in università in modo solitario, o individualistico, o arroccato sui suoi amici di sempre, perchè “il test di un’amicizia cristiana è la missionarietà che gli amici vivono verso tutta la comunità e verso il mondo intero, nutrendola alla loro stessa amicizia” (in L’edificazione della comunità cristiana nel Movimento Ecclesiale Carmelitano, pg. 47).
3. E allora la missionarietà diventa la conseguenza necessaria di una presenza di persone in comunione dentro l’ambiente. Rifiutiamo proselitismi e strategie, ma non possiamo non desiderare che Cristo venga sempre più riconosciuto come Signore del mondo e degli uomini. Se i nostri gruppi di Scuola di Cristianesimo e le nostre assemblee diventassero sempre più il luogo del racconto di autentiche esperienze in atto, il luogo del racconto di un lavoro che ci ha visti rischiare le nostre energie personali e comunitarie per allargare lo spazio dell’incarnazione, potrebbero davvero esplodere, grazie alla forza e alla verità della testimonianza.
Lella Tomasini
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| Ultimo aggiornamento ( venerdì 09 novembre 2007 11:39 ) | ||||