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La Regola Carmelitana PDF Stampa E-mail

LA REGOLA CARMELITANA

Commento di

P. Antonio Maria Sicari o.c.d.

 

Osservazioni preliminari e qualche anticipazione

Negli istituti religiosi la Regola segna il momento in cui il carisma originario viene in qualche modo “cristallizzato”, “formulato”, “plasmato”, affinché le generazioni successive possano essere garantite nella loro viva partecipazione allo stesso carisma.

Di solito un Fondatore mette per iscritto la Regola del suo Istituto, quando si rende conto che l’esperienza originaria si è dilatata, coinvolgendo collaboratori e discepoli, e che è giunto il momento di fissare le intenzioni originarie della propria opera, segretamente dettate dallo Spirito Santo.

Una volta che la Regola esce, in maniera definitiva, dal suo cuore e dalle sue mani, Egli la offre ai suoi figli come cosa “santa”, intoccabile ­–espressione della volontà stessa di Dio– non per un indebito processo di sacralizzazione, ma perché essa custodisce il dono divino e le divine intenzioni dello Spirito.

Anche a questo riguardo, la situazione carmelitana è anomala: quella che in seguito verrà approvata dai Pontefici come Regola è, all’inizio, una semplice “norma di vita” scritta, tra il 1206 e il 1214, da Alberto degli Avogadro, Patriarca di Gerusalemme. E Alberto, a sua volta, si basa, nello scriverla, su un progetto (“propositum”) indicatogli dagli stessi eremiti.

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L'AMBIENTE PDF Stampa E-mail
Alfred Sisley, La chiesa di Moret - Sera
Alfred Sisley, La chiesa di Moret - Sera
Assemblea Generale del M.E.C.

 

Relazione introduttiva di P. Antonio M. Sicari

 

 

  
I°. CAPIRE L’AMBIENTE
  

1. Definizione dell’ambiente

 

Per “ambiente” intendiamo quei “luoghi di vita” (che sono tuttavia identificabili anche come concreti spazi e ambiti fisici) nei quali

- la trama e la qualità dei rapporti,

- la maniera diffusa di trattare (affrontare) i concreti problemi dell’esistenza,

- le influenze dominanti provenienti da mass-media, agenzie culturali e pseudo-culturali, tradizioni condivise, mode imperanti ecc. ecc.

tendono a condizionare e a definire la persona costruendole attorno uno spesso involucro protettivo-espressivo, sempre più determinante.

 

2. L’influsso dell’ambiente

 

L’influsso dell’ambiente sulla persona è inevitabile e “necessario” per la crescita della persona: esprime, per così dire, il suo “incarnarsi” nel tempo e nello spazio.

 

(Quando il Figlio di Dio si incarnò, il sole, gli odori, i panorami, i costumi, il linguaggio della Palestina, furono necessari alla verità della sua incarnazione e alla maturazione del suo “io” divino-umano. Vivere fuori dell’ambiente significa disincarnarsi: quanto più uno vive fuori dal suo ambiente tanto meno vive!).

 

Ma l’influsso dell’ambiente è buono e positivo se e quando il nucleo intimo della persona (la coscienza dell’io, la comprensione e la valorizzazione delle sue esigenze originarie, l’irripetibile vocazione e il destino della persona) viene salvaguardato e portato a maturazione.

Nell’ambiente si realizza, allora, ciò che Giovanni Paolo II (nella sua Lettera alla famiglie) definiva “genealogia della persona”: “Il processo attraverso il quale una persona umana raggiunge la sua maturità non solo biologica.

Ma tale influsso positivo dell’ambiente non può essere dato per scontato.

Sotto gli occhi di tutti è oggi una dolorosa evidenza: i principali ambienti vitali (famiglia, lavoro e ambiti legati al tempo libero) tendono a veicolare mentalità, linguaggi, esperienze, forme espressive e, soprattutto, mode che tendono a condizionare negativamente la persona sovrapponendo al suo nucleo più vero, una specie di involucro spesso e infrangibile che afferra l’io e, paradossalmente, lo costringe a vivere “al di fuori di se stesso” (al di fuori del suo “Castello”, come ci hanno ricordato – anche se in modi diversi – S. Teresa e Kafka).

La qualità dell’ambiente si vede dalla qualità dell’io (e viceversa): l’io può modificare l’ambiente e l’ambiente può modificare l’io.

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ARCHETIPI CARMELITANI: ELIA, MARIA PDF Stampa E-mail

 

Di solito gli appartenenti ad un Ordine religioso o a un Movimento, per comprendere e assimilare il loro carisma, si rifanno al proprio Fondatore e alla sua esperienza originaria per cercarvi il particolare tipo “di spiritualità, di vita, di apostolato, di tradizione” (cfr. MR 11) che essi devono “custodire, approfondire e sviluppare”.
Per i carmelitani, le cose non stanno così: non ci sono dei fondatori veri e propri (anche se si conosce l’esistenza di un primitivo gruppo di eremiti che si stanziarono sul Carmelo e chiesero una “norma di vita” al Patriarca di Gerusalemme). Tuttavia da sempre vennero considerati come “Fondatori” sia il profeta Elia, che la Vergine Santa.
Bisogna precisare attentamente: non si trattò semplicemente di due devozioni particolarmente coltivate, ma della persuasione di un rapporto privilegiato, uguale a quello che gli altri istituti hanno con i loro rispettivi “Fondatori e Fondatrici”, anzi molto più intenso e impegnativo.
Venne affermata una relazione di origine, così intensa e unica e realistica che, per secoli (almeno fino al sec. XVIII), venne ritenuta da tutti i cristiani anche storicamente documentata e documentabile. E’ in questo senso che preferiamo oggi parlare d’archetipi, cioè di “modelli originari” del carisma stesso. 

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