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intervista al prof. Osvaldo Poli a cura di Luca Sighel
Il dott. Osvaldo Poli, psicologo e psicoterapeuta esperto di problematiche educative, si occupa principalmente della consulenza e della formazione dei genitori e della coppia, collaborando con diversi gruppi, istituzioni e riviste . Ha sostenuto la creazione e la diffusione delle esperienze conosciute come "scuole dei genitori", per sostenere la capacità educativa della famiglia. Tra le sue numerose pubblicazioni, segnaliamo le ultime, presso edizioni San Paolo, che si occupano dello “stile” paterno dell’educazione (Cuore di papà) e della tendenza psicologica e relazionale che spinge oggi molti genitori ad “amare troppo” con conseguenze non positive sulla crescita dei bambini e adolescenti (Mamme che amano troppo).
Sia nei suoi interventi che nelle sue pubblicazioni si è molto occupato delle relazioni all'interno della famiglia: come renderle più feconde e far crescere la condivisione e l'amore al suo interno? Da dove partire?
Andar d’accordo e volersi bene è ciò a cui tende ogni famiglia. Ma avvertire questo desiderio non significa possedere la capacità di attuare questo proposito; in tutte le relazioni famigliari esiste una certa difficoltà a viverlo coerentemente. Noi infatti amiamo non in forma angelica, ma da uomini e da donne, con la nostra psicologia e a partire da come siamo fatti. Per questa ragione è opportuno tenere in grande considerazione il nostro carattere, i nostri aspetti psicologici: essi sono il prezioso strumento attraverso cui passa o non passa l’amore per l’altro. Il settaggio di questo strumento rende possibile vivere sempre più pienamente il valore dell’amore reciproco. Se si prescinde da esso, non rimane che una riaffermazione di principi certamente validi, ma che non trovano le condizioni per potersi sviluppare. Questi principi, omaggiati razionalmente, non diventano veri nel modo di “stare dentro” le relazioni delle persone: gli appelli al bene rischiano di essere percepiti come avvolti da un insuperabile astrattismo, che non imprime cambiamento né salvezza nei rapporti.Per questo la cura di sé, l’umile lavoro sulla propria umanità è semplicemente necessaria per aumentare la propria capacità di costruire rapporti veramente buoni in famiglia. La religione dell’incarnazione non può sottovalutare la natura umana, l’aspetto psicologico del vissuto valoriale. A meno di rifugiarsi in uno stucchevole e sterile angelismo. La naturale benevolenza reciproca non rappresenta una base sufficiente per vivere rapporti davvero buoni, realmente ispirati all’amore reciproco. E’ necessario che il desiderio di amarsi passi attraverso la scoperta e la maturazione delle dinamiche psicologiche che reggono i rapporti fra coniugi e fra questi ed i figli.
Come si dovrebbe strutturare il rapporto nei confronti dei figli? Alcuni stili di rapporto con i figli, ad esempio, al di là delle buone intenzioni, possono essere riconducibili all'egocentrismo o ad aspetti immaturi della personalità del genitore. Il desiderio di volersi bene e di avere “ buoni rapporti “ presuppone la fatica di rendere il proprio carattere “capace” di vivere il valore, prendendo coscienza delle tendenze che inconsapevolmente sminuiscono o inquinano l'intenzione di amare i figli, facendo ciò che li fa crescere davvero bene. E’ esperienza comune che in alcuni casi per il bene dei figli, sia necessario “ andare contro il proprio carattere” e tenere sotto controllo le proprie dinamiche affettive. Il genitore che ha bisogno dell'approvazione fa percepire al figlio di avere un enorme potere relazionale nei suoi confronti. L'insicurezza del genitore crea figli molto determinati a volere ciò che piace e poco disposti ad imparare e a volere ciò che è giusto. Amare i figli significa fare ciò che realizza il loro bene educativo, anche a costo di qualche tensione nel rapporto con loro. Il volersi bene infatti non può realizzarsi a discapito della verità e della giustizia. L’idea di un amore senza sforzo e senza meriti, fatto solo di sensazioni gratificanti rappresenta una pericolosa utopia. Un virus culturale molto diffuso fa consistere l’amore esclusivamente o principalmente nella capacità di vicinanza emotiva all’altra persona. Lo si fa anzi coincidere con la capacità di mettersi nei suoi panni e di capirlo. Viene negato l’aspetto di forza, di capacità di lotta perché l’altro capisca e cambi, dandogli ciò che gli è necessario per diventare una persona migliore. Amare autenticamente significa, in alcuni casi, offrirsi liberamente al dolore dell’incomprensione più che sperimentare una vicinanza emotiva gratificante.
Forse adolescenza e preadolescenza sono il periodo più delicato in cui i genitori si sentono maggiormente in difficoltà nel trovare un equilibrio e nell' orientare i figli. Come interpreta questo periodo educativo? I genitori possono, anche inconsapevolmente, condizionare i figli muovendo dei “fili invisibili” a cui essi sono emotivamente legati. Con sottili manovre possono infatti forzare indebitamente la loro personalità e orientare le loro scelte verso obiettivi che non rappresentano il loro reale interesse educativo, toccano dei tasti che innescano nei figli delle dinamiche psicologiche tali da renderli succubi della volontà dei genitori, come “far pesare ai figli ciò che si è fatto per loro, facendoli sentire ingrati se non fanno ciò gli si chiede” oppure “drammatizzare i pericoli per evitare che i figli si stacchino e diventino autonomi, dipingendo il mondo e tutto ciò che è "fuori" dalla famiglia come cattivo e pericoloso” o ancora il “far pesare i propri problemi” o creare condizioni di privilegio o il fare la vittima. Simili manovre di condizionamento appaiono sleali perché sfruttano indebitamente il naturale attaccamento affettivo e la fiducia dei figli nei confronti dei genitori. Anche i figli hanno la possibilità di manipolare i rapporti con i genitori, utilizzando i punti deboli del loro carattere per raggiungere obiettivi non apertamente dichiarabili. È dunque evidente che un aspetto essenziale dell’autenticità dell’amore genitoriale consiste nella rinuncia a “tirare alcuni fili” emotivi che possono condizionare pesantemente i figli. Tali comportamenti rappresentano dei limiti alla gratuità dell’amore genitoriale, dei “ virus” psicologici che andrebbero coscientizzati e superati poiché impediscono la piena maturazione del rapporto genitore/ figlio. L’adolescenza è il tempo in cui i figli riescono a “decifrare la scatola nera” dei genitori, a cogliere le loro motivazioni sottese ed invisibili, a vedere dietro le apparenze e dunque ad avere una chiara percezione di chi eventualmente cerca di tirare i loro “ fili invisibili “ di carattere affettivo. In questa stagione i figli perdono la loro innocenza nei confronti dei genitori, scoprono le loro zone d’ombra ed in ultima analisi i limiti del loro amore. Una certa delusione è in questo senso inevitabile. Ciò appare essenziale alla loro crescita, perché questa abilità dà loro la possibilità di preservare la loro personalità da aspetti manipolatori che indebolirebbero le loro dinamiche affettive e ne falserebbero l’identità.
Spesso Lei parla di “sintonia educativa” tra genitori, come la intende e che prospettiva educativa propone?
“Ogni figlio ha tre genitori” L’influenza educativa esercitata dalla famiglia appare infatti certamente riconducibile alla personalità del padre e della madre, ma anche al rapporto esistente nella coppia genitoriale. Questa variabile assume un’importanza tale da essere considerata a buona ragione, un terzo genitore: lo si registra come mancanza in tutte le relazioni interrotte per qualche motivo. Ogni genitore imposta il rapporto con i figli e crea la giusta atmosfera affettiva a partire dalle sue originali e personalissime caratteristiche. Il modo di voler bene di ciascuno, infatti, non può che essere inimitabile e risentire di tutto il proprio retroterra formativo. Se un genitore tende ad amare i figli principalmente “ rispettando la loro libertà” (perché egli stesso è stato educato con questo stile), il coniuge, d’altro canto, potrà amare “capendo i figli” e venendo incontro ai loro bisogni. Ognuno dispone di una diversa cassetta degli attrezzi con cui gestire la relazione educativa. La sintonia rappresenta la capacità di utilizzare anche gli strumenti dell’altro, assimilando progressivamente la sua sensibilità fino a farla diventare parte del proprio modo di essere vicino ai figli. “Contaminato” dalla sensibilità del partner ognuno può arricchirsi intuendo “altri modi” di voler bene e facendoli propri quasi inavvertitamente. Arricchendo la propria sensibilità tramite quella dell’altro, la capacità di voler bene ai figli si sviluppa in modo più completo ed autentico. Attraverso questo scambio, si forma progressivamente una cultura educativa di coppia, per cui ogni genitore, anche quando agisce da solo, ha in sé l’altra persona. La sintonia educativa si potrebbe dunque definire come un “diventare un po’ come l’altro”, divenendo capace di apprezzare la diversità della sua sensibilità educativa, facendo in modo che le reciproche differenze “stiano bene insieme”. La sintonia educativa è parte integrante dell’amore promesso, essa si realizza però quando ciascun partner acquisisce la libertà di mostrare all’altro le sue contraddizioni di educatore e di lasciarsi aiutare dai rilievi del coniuge ad essere il genitore equilibrato che dovrebbe essere. Diviene necessario uno sguardo profondo e realistico sulla vita del coniuge, sulla sua storia e gli aspetti meno superficiali della sua personalità. E' difficile negarsi di fronte al valore che le parole dell’altro fanno intravedere. Prendendo coscienza degli aspetti meno nobili di se stessi e limitandone l’influenza inconscia , si perfeziona la nostra umanità. Diventiamo così più capaci di un amore forte, sano , autentico, come se a quel punto l’amore di Dio per i nostri figli potesse scorrere con maggiore facilità attraverso di noi verso loro. Questo obiettivo è psicologicamente obbligante e dà la forza interiore di affrontare le difficoltà e superare le proprie resistenze. In questo modo è più facile superare l’orgoglio, la vergogna di essere trovato mancante o sbagliato e decidere di cambiare senza sentirsi ferito o umiliato. D'altra parte accettare i limiti del partner non significa quindi rassegnarsi troppo facilmente e sopportarlo (tanto non posso cambiarlo, non resta che prenderne atto e farsene una ragione), ma creare le condizioni per potergli chiedere di cambiare senza che le nostre parole suonino come un rimprovero ostile, ma come un invito ragionevole e disinteressato a cambiare in vista di una sua maggiore soddisfazione nel rapporto con i figli.
La sintonia educativa passa quindi attraverso il riconoscimento dei limiti personali... Una certezza sorregge questa inevitabile fatica: il “ patimento”, suscitato dalla constatazione dei propri limiti, non fa sentire in colpa, ma genera una sensazione etica più complessa: un sincero e profondo dispiacere di non avere amato come avremmo potuto. Più forte della colpa, è la sensazione di risentire la sostanza amante di cui siamo fatti, entrando nuovamente in contatto con il desiderio di amare in modo più forte e più puro, per il quale ogni fatica è accettabile. Questa misteriosa esperienza psicologica (sperimentare la salvezza nel momento della croce) ci fa sentire che, nonostante gli errori , il desiderio di amare non è scomparso. E fonda nella profondità delle emozioni il proposito di spendersi per amore, soprattutto per le persone che ci sono più care. (Dialoghi Carmelitani, settembre 2009)
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