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Intervista a Erri De Luca PDF Stampa E-mail
domenica 15 giugno 2008 05:29

Erri De Luca, nato a Napoli nel 1950, ha una biografia singolare: Abbraccia sin da giovane l’azione politica, lasciando la possibile carriera diplomatica, a cui era avviato. Negli anni settanta aderisce a Lotta Continua a fianco di Adriano Sofri, operaio alla FIAT, magazziniere, camionista, muratore, ha viaggiato molto in Italia, Francia ed Africa. Il suo primo libro, Non ora non qui, è stato pubblicato solo nel 1989. Durante la guerra nella ex-Jugoslavia è conducente di convogli umanitari per la popolazione bosniaca. Ha imparato da autodidatta varie lingue, tra cui lo yiddish, l’antica lingua degli ebrei dell’Europa orientale, e l’ebraico antico, per poter tradurre alcuni libri dell’Antico Testamento (Esodo/Nomi, Giona, Qohèlet, Libro di Rut); alla lettura della Bibbia dedica un’ora al giorno, anche se si dichiara non credente. Collabora a diversi giornali e quotidiani, scrivendo articoli d’opinione. La passione per la montagna è stato spunto per alcuni dei suoi numerosi scritti. Ha ricevuto, come apprezzato scrittore di racconti e romanzi, importanti riconoscimenti.

Una personalità poliedrica e schiva quella di Erri De Luca, che ha pubblicato nel 2007 il testo In nome della madre, nel quale è messa a tema la giovinezza di Miriam/Maria, narrata in prima persona: la storia di una ragazza che diviene operaia della divinità. Lei ci racconta la gravidanza avventurosa, la fede e l’amore di Giuseppe, il viaggio e la nascita, e il Mistero che l’ha incontrata, mostrando i suoi pensieri e i sentimenti, le paure e le emozioni di quei nove mesi di storia sacra dove il divino si impasta con la carne umana in questa donna speciale ma terrena, umana.
Ha accettato, gentilmente, di rispondere ad alcune nostre domandeNel suo lavoro “In nome della madre” lei si cala nei panni di una donna, Maria la madre di Gesù, durante il periodo della gravidanza. Come ha potuto lei, uomo, non credente, avere un’idea così particolare, originale, si potrebbe anche arrivare a dire “presuntuosa”? Che cosa l’ha ispirato?

La mia sfrontatezza nel raccontare Miriam/Maria da dentro proviene da due punti fermi: quelle storie appartengono a tutti i lettori del mondo e pure io sono stato dentro il corpo di una madre per tutto il tempo necessario fino all'espulsione. Al centro di quel corpo sapevo tutto. Ho solo dovuto ricordarlo.

In che modo si può vedere in Maria una donna attuale?

In Miriam/Maria si vede l'eccezione di una gravidanza fuorilegge portata a termine con il sostegno amoroso e legale dello sposo. Ancora ai giorni nostri in molti paesi Miriam sarebbe stata lapidata. Lei è eccezione, perciò una speranza per tutte le ragazze madri.

Lei è un amante della montagna, ci passa del tempo percorrendola e ne scrive. Che cosa la appassiona di questo ambiente?

La montagna è dove noi scarseggiamo, siamo rari, e salendo siamo soli. Mi piace la distanza dal fitto del fondovalle, mi piace vedere il mondo com'era senza di noi e come sarà dopo che avremo tolto il disturbo.

Da dove le è venuta la passione per l’ebraico e per la traduzione della Bibbia?

L'ebraico è la madrelingua del monoteismo, un passaggio obbligato per chi ama quelle storie che vanno sotto il nome di Bibbia. Un tempo era lingua largamente studiata insieme al greco e al latino. E' solo in questi nostri tempi sfarinati che l'ebraico sembra esotico.

Lei che non crede è però spesso vicino a temi religiosi (la Bibbia, la Madonna). Come mai?

Credere non ha niente a che vedere con leggere. Si può essere credenti da analfabeti e da ciechi. Non sono investito da quel sentimento quando leggo le notizie sacre. Non mi chiedo perchè non sono credente. Se fossi credente piuttosto mi chiederei spesso perchè.

Cosa è per lei la Felicità? Quando si sente felice?

Sono felice per pochi istanti all'improvviso, spesso, senza preavviso e senza un buon motivo.

Dal suo racconto “L’ospite della Vigilia” pubblicato su Avvenire domenica 23 dicembre 2007: …”«Ho bisogno di avere un po’ di fede, ringraziare qualcuno. Non è opera nostra questo mondo, neanche il fuoco che ci sta scaldando. Chi ha fatto il legno adatto per bruciare? E la nebbia che fa incontrare le persone? Mi serve un po’ di fede, come uno spago per tenere insieme». Aspettai sette respiri prima di rispondere. Quante parole, venute tutte insieme, mi ballavano a festa dentro le orecchie disabituate. Mi tenevo le nocche in grembo e sorridevo. «Alla fede non arrivo, credo alla pace, alla buona volontà degli uomini, credo che esiste il diritto a una sera come questa in ogni stanza del mondo»”.
Questa seconda affermazione fatta da uno dei due personaggi del racconto è forse il suo credo?

Le persone che racconto non sono personaggi e non rispondono alla mia creazione, ma alla loro vita. In questo caso uno di loro dice quello che sente vero in quel momento.

Quali sono i suoi progetti futuri? E, se può confidarcelo, quale sogno vorrebbe veder realizzato?

Non ho dimestichezza con i sogni che di solito sono visite da dimenticare. Il mio progetto futuro è breve e ambizioso: ancòra. Avverbio di tempo provvisorio, di vita da aggiungere finché ce n'è.


Intervista curata da Mery Polito
Dialoghi Carmelitani, marzo 2008

 

Ultimo aggiornamento ( mercoledì 02 luglio 2008 18:51 )
 

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