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La felicità redenta PDF Stampa E-mail
mercoledì 28 maggio 2008 17:47

LA FELICITA' REDENTA

di P. Antonio Maria Sicari

Ogni discorso sulla felicità deve misurarsi con la sofferenza che impregna il mondo e grida il suo bisogno di redenzione.
Uno dei testi più inquietanti, ma anche più struggenti, di tutta la letteratura è, forse, questa descrizione del “giardino sofferente” che Giacomo Leopardi scrisse a Bologna, nell’aprile del 1826, per dimostrare che “non gli uomini solamente, ma il genere umano fu e sarà sempre infelice di necessità. Non il genere umano solamente, ma tutti gli animali. Non gli animali soltanto, ma tutti gli altri esseri al loro modo. Non gl’individui, ma le specie, i generi, i regni, i globi, i sistemi, i mondi”.

IL GIARDINO SOFFERENTE       

“Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell’anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di “souffrance”, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un’ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce miele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell’albero è infestato da un formicaio, quell’altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall’aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell’altro ha più foglie secche; quest’altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L’una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi;1’altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co’ tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro. Certamente queste piante vivono; alcune perché le loro infermità non sono mortali, altre perché ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all’entrare in questo giardino ci rallegra 1’anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono o, vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l’essere” (G. Leopardi, Zibaldone).

Ma se il giardino è davvero la “camera di innumerevoli torture” che ci viene descritta, da dove trae la sua bellezza?
Perché mai esso “rallegra la nostra anima” e ci sembra “un soggiorno di gioia”?
Leopardi risponde che, ad ingannarci, è l’abbondanza della vita che subito si offre al nostro sguardo (“lo spettacolo di tanta copia di vita”). Ma come può riuscire l’inganno se “in verità tutta questa vita è triste e infelice”?
Non è difficile intuire la risposta: la sofferenza esiste davvero nel mondo (anche nel mondo vegetale e materiale) intrecciata in maniera inestricabile alla sua stessa bellezza, ma l’infelicità è data dallo sguardo dell’uomo chiamato ad abitare il mondo.
Così lo sguardo di un uomo infelice e sofferente intravvede perfino le ferite della foglia accartocciata, o dei rami scerpati o dell’erba calpestata, o del fiore stracciato.
Ma l’animo del poeta sente che queste piaghe sono tutte inferte alla bellezza che continua a innamorarlo.
I Canti di Leopardi nascono come continuata celebrazione di questo duplice movimento del cuore e, a loro modo, non sono lontani dalla verità biblica che insegna:
“La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio” (Rm 8, 19-21).
Ciò che l’arte intuisce, la Rivelazione lo spiega.
Protagonista originario della creazione è l’uomo che Dio pose nel giardino paradisiaco, perché lo custodisse con lo sguardo, con il cuore, e con il proprio lavoro. E’ da quel primo dono che viene la bellezza che si lascia ancora rintracciare e che non  può mai essere spenta.
Ma dopo l’originale peccato, protagonista è l’uomo che ha provocato la “corruzione”: la terra – e tutti gli attuali giardini – possono essere lavorati solo col sudore della fronte, producono triboli e spine, e manifestano una fragile bellezza sempre nuova, sempre aggredita e sempre rinascente.
La sofferenza del cosmo è assieme effetto e causa della sofferenza dell’uomo, senza che nella storia si riesca mai a rintracciare un punto di inizio diverso da quello “originale”, quando l’uomo tradì e rinnegò la sua splendida filialità, coinvolgendo l’intera creazione nella sua stessa corruzione.

IL RITORNO DELLA FELICITÀ

La felicità è però tornata sulla terra con l’Avvento del Figlio di Dio, disceso nel mondo per donarci la sua stessa filialità.
I suoi miracoli hanno detto anche alla natura (quando camminò sul mare e comandò ai venti, quando regalò ai discepoli una pesca miracolosa, quando a Cana cambiò l’acqua in vino; quando moltiplico i pani; quando transustanziò pane e vino nel suo stesso corpo...) che iniziava “la liberazione dei figli di Dio” e quindi la vittoria su ogni forma di corruzione.
Da quando il giardino dell’Agonia è stato bagnato dal sudore del Suo sangue e da quando, nel giardino della Risurrezione, egli si è lasciato riconoscere e adorare sotto le spoglie di un ignoto giardiniere, anche tutti i giardini umani – nella loro coltivata bellezza – son tornati ad essere simboli di paradiso.
Se a guardarli non è solo un poeta infelice, ma un poeta santo (come Francesco d’Assisi, ad esempio) la bellezza del giardino (“diversi fructi con coloriti fior et herba”), intriso d’acqua (“humile et preziosa et casta”) riappare nel suo originario splendore ed evoca soltanto una lode corale.
Se poi il poeta è San Giovanni della Croce, allora le sofferenze sperimentate sono quelle dell’Amore che si lascia intravvedere, ma non si lascia ancora possedere:
“Oh bosques y espesuras, / plantadas por la mano del Amado! / ¡Oh prado de verduras / de flores esmaltado! / Decid si por vosotros ha pasado. // Mil gracias derramando / pasó por estos sotos con presura; / y, yéndolos mirando, / con sola su figura / vestidos los dejó de hermosura. // (…) // Mi amado, las montañas, / los valles solitarios nemorosos, / las ínsulas extrañas, //  los ríos sonorosos, // el silbo de los aires amorosos”. (“O boschi e selve oscure, / piantate dalla mano dell’Amato! / O prato di verzure / e di fiori smaltato! / Ditemi se tra voi è già passato. // Mille grazie spargendo / passò per questi luoghi con premura; / su di essi effondendo / di sguardo una carezza / vestiti li lasciò di sua bellezza. // (...) // Mio Amato: le montagne / le valli solitarie più boscose, / le isole lontane / le acque fragorose / il mormorio dell’aure più amorose...”.
Che la presenza di una persona amata ed amante potrebbe riscattare ogni infelicità, anche quella della natura, lo ammetterebbe volentieri anche l’infelicissimo Leopardi.

IL GIARDINO SOFFERENTE DELLA STORIA

Ma se, invece, il “giardino sofferente” fosse il simbolo di tutta la nostra storia umana? Se esso fosse proprio quell’«aiuola che ci fa tanto feroci» di cui parlava Dante?
Che dire, quando si pensa che ad essere scerpati, lacerati, violentati, abbattuti, calpestati, arsi, impediti di crescere, sono stati gli uomini e i popoli: un’interminabile schiera di esseri umani usati come materia e scarto della storia?
Se Hegel ha parlato di inevitabile “mattatoio della Storia”, dopo di lui molti si sono appropriati dell’espressione per stigmatizzare o gli orrori provocati a livello mondiale dall’ultima guerra o i genocidi compiuti in nome di opposte ideologie (dal nazismo ai vari regimi comunisti in Russia, Cina, Cambogia).
Ma si potrebbe risalire a tutti gli imperi politici ed economici di qualsivoglia natura (dai più antichi, rozzi e lontani ai più moderni e industrializzati): tutti costruiti su milioni di vittime, usati come concime umano.
Anche l’ideologia del continuo progresso prevede, come prezzo inevitabile, una pavimentazione fatta di scarti umani.
Ma non avviene lo stesso anche secondo il cristianesimo?
Nell’Enciclica Spe Salvi, Benedetto XVI insegna: “Poiché l’uomo rimane sempre libero e poiché la sua libertà è sempre anche fragile, non esisterà mai in questo mondo il regno del bene definitivamente consolidato. Chi promette il mondo migliore che durerebbe irrevocabilmente per sempre, fa una promessa falsa; egli ignora la libertà umana. La libertà deve sempre di nuovo essere conquistata per il bene. La libera adesione al bene non esiste mai semplicemente da sé. Se ci fossero strutture che fissassero in modo irrevocabile una determinata – buona – condizione del mondo, sarebbe negata la libertà dell'uomo, e per questo motivo non sarebbero, in definitiva, per nulla strutture buone” (n. 24b).
Ma dir questo, non significa anche affermare che, finché dura la storia ci saranno sempre i “caduti per strada”, vittime della malata libertà, propria e altrui?
Ed anche coloro che attraversano la storia come costruttori di bene non sono, in fondo, in condizione migliore, dato che la morte li lascerà tutti, uno alla volta, ai margini del suo sentiero.
Riconoscere che sofferenza e morte non potranno mai essere superate in questo mondo fa di tutti gli esseri umani delle inevitabili vittime.
Proiettando la felicità vera e definitiva oltre la storia, non siamo costretti malinconicamente ad affermare che quaggiù la felicità è destinata a restare soltanto un inappagato desiderio?
Indubbiamente sì. E da ciò viene che nessun discorso sulla Felicità può essere sussistere senza un discorso congiunto sulla Redenzione, sul riscatto di tutto ciò che la storia travolge.

REDENZIONE CONTRO LA STORIA

Walter Benjamin, un filosofo e critico letterario berlinese, nelle sue “Tesi sul concetto di storia” del 1940, ha scritto:
“Nell’idea di Felicità risuona ineliminabile l’idea di Redenzione. Ed è lo stesso per l’idea che la Storia ha del passato. Il passato reca con sé un indice segreto che lo rinvia alla Redenzione, Non sfiora forse anche noi un soffio dell’aria che spirava attorno a quelli prima di noi? Non c'è, nelle voci cui prestiamo ascolto, un’eco di voci ora mute? ... Se è così, allora esiste un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono state e la nostra. Allora noi siamo stati attesi sulla terra. Allora a noi, come ad ogni generazione che fu prima di noi, è stata consegnata una ‘debole’ forza messianica, a cui il passato ha diritto” (Einaudi, Torino 1997, p. 23).
Per alcuni dei suoi commentatori, “affermare il diritto alla felicità di vecchi e nuovi miserabili significa porsi il problema della possibilità di una felicità fuori e contro il corso della storia”.
Per noi cristiani, invece, si tratta di affermare il diritto alla felicità per ogni uomo, di ogni tempo. sia per i vecchi e nuovi miserabili, sia per tutti coloro che la morte ha abbattuto in questo mondo.
 E si tratta, ancor più, di affermare che questo diritto alla felicità si compie sì fuori della storia, ma non “contro” la storia.
La speranza che noi cristiani conosciamo, infatti, risiede tutta nella forza redentiva dell’amore: quella che vince alla fine, ma opera già adesso.

REDENZIONE DENTRO LA STORIA

“Non è la scienza che redime l’uomo. L’uomo viene redento mediante l’amore. Ciò vale già nell’ambito puramente intramondano. Quando uno nella sua vita fa l’esperienza di un grande amore, quello è un momento di “redenzione” che dà un senso nuovo alla sua vita. Ma ben presto egli si renderà anche conto che l’amore a lui donato non risolve, da solo, il problema della sua vita. È un amore che resta fragile. Può essere distrutto dalla morte. L’essere umano ha bisogno dell’amore incondizionato. Ha bisogno di quella certezza che gli fa dire: “Né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezze né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,38-39). Se esiste questo amore assoluto con la sua certezza assoluta, allora – soltanto allora – l’uomo è “redento”, qualunque cosa gli accada nel caso particolare. È questo che si intende, quando diciamo: Gesù Cristo ci ha “redenti”. Per mezzo di Lui siamo diventati certi di Dio...” (Spe Salvi, n. 26).

Perciò solo la speranza cristiana mantiene davvero uniti, fin da questa terra, l’anelito alla felicità e il bisogno di redenzione.
“Noi abbiamo bisogno delle speranze – più piccole o più grandi – che, giorno per giorno, ci mantengono in cammino. Ma senza la grande speranza, che deve superare tutto il resto, esse non bastano. Questa grande speranza può essere solo Dio, che abbraccia l'universo e che può proporci e donarci ciò che, da soli, non possiamo raggiungere. Proprio l'essere gratificato di un dono fa parte della speranza. Dio è il fondamento della speranza – non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine: ogni singolo e l'umanità nel suo insieme. Il suo regno non è un aldilà immaginario, posto in un futuro che non arriva mai; il suo regno è presente là dove Egli è amato e dove il suo amore ci raggiunge. Solo il suo amore ci dà la possibilità di perseverare con ogni sobrietà giorno per giorno, senza perdere lo slancio della speranza, in un mondo che, per sua natura, è imperfetto. E il suo amore, allo stesso tempo, è per noi la garanzia che esiste ciò che solo vagamente intuiamo e, tuttavia, nell'intimo aspettiamo: la vita che è “veramente” vita” (Spe Salvi, n. 31).

LA FELICITÀ DI CRISTO

Da Cristo che è venuto a redimerci, condividendo tutte le nostre pene – anche quelle estreme – noi dobbiamo imparare il segreto di una Felicità che, anche su questa terra, non lo ha mai abbandonato.
Nell’ultima pagina del suo splendido libro Ortodossia, G.K Chesterton l’ha raccontata così:
“La gioia, che fu piccola appariscenza del pagano, è il gigantesco segreto del cristiano. Nel chiudere questo caotico volume, riapro lo strano libriccino da cui venne tutto il Cristianesimo; e di nuovo sono turbato da una specie di confermazione. L’immensa figura che riempie i Vangeli s’innalza per questo rispetto, come per ogni altro, su tutti i pensatori che si credettero grandi. Il Suo pathos fu naturale, quasi casuale. Gli stoici antichi e moderni ebbero l’orgoglio di nascondere le loro lacrime. Egli non nascose mai le Sue lacrime. Egli le mostrò chiaramente sul Suo viso aperto ad ogni quotidiano spettacolo come quando Egli vide da lontano la Sua nativa città. Ma Egli nascose qualche cosa. I solenni superuomini, i diplomatici imperiali sono fieri di trattenere la loro collera. Egli non trattenne mai la sua collera. Egli rovesciò i banchi delle mercanzie per i gradini del Tempio e chiese agli uomini come sperassero di fuggire alla dannazione dell’inferno. Pure Egli trattenne qualche cosa. Lo dico con riverenza: c’era in questa irrompente personalità un lato che si potrebbe dire di riserbo: c’era qualcosa ch’Egli nascose a tutti gli uomini quando andò a pregare sulla montagna: qualche cosa ch’Egli coprì costantemente con un brusco silenzio o con un impetuoso isolamento. Era qualche cosa di troppo grande perché Dio lo mostrasse a noi quando Egli camminava sulla terra; ed io qualche volta ho immaginato che fosse la Sua allegrezza”.

Dialoghi Carmelitani, marzo 2008

 

Ultimo aggiornamento ( venerdì 20 giugno 2008 08:20 )
 

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