|
di Antonio Bellingreri
Una parentela elettiva
Molti studiosi affermano che le amicizie più stabili sono «tra pari»: per età, per cultura, per sesso. In effetti anche nell’esperienza quotidiana possiamo constatare che per lo più i nostri grandi amici di fatto li abbiamo scelti tra i nostri coetanei, compagni di studi o colleghi di lavoro, così come per lo più sono del nostro stesso sesso. Ciò non significa che non esistano figure diverse di amicizia, ad esempio tra persone di diversa età o tra uomini e donne; sembra però siano più rare, e, come tutte le cose rare in natura, risultano ovviamente perle preziose. In particolare, pare che un uomo possa, in casi davvero fortunati, amare in una donna la sorella che non ha mai avuto o quella che avrebbe voluto avere. Questa osservazione può suggerire un altro pensiero. Probabilmente anche nell’amico un uomo riconosce il fratello che avrebbe voluto avere o quello che non ha avuto; con la differenza però che qui il fratello si trova , nel momento stesso in cui lo si sceglie. Se le cose stanno così, già in avvio di discorso arriviamo ad una prima, interessante definizione dell’amicizia: ricordando un celebre titolo di Goethe, possiamo dire che essa è una «parentela elettiva».
L’empatia Ma in concreto che cosa vuol significare questo? Descrivendo meglio quello che ci accade quando stringiamo un legame d’amicizia con una persona, notiamo subito che un amico è tale per la capacità quasi spontanea d’immedesimarsi nei nostri pensieri, di mettersi nella nostra situazione o, come si dice con una locuzione del linguaggio quotidiano, di vestire i nostri stessi panni. È quella speciale attitudine che Edith Stein ha analizzato in una celebre dissertazione, chiamandola empatia. Grazie ad essa, noi scopriamo che l’altro, l’amico, condividendo il nostro modo di abitare il mondo, riesce a lasciarci essere e a vederci per quello che siamo o possiamo o vogliamo o dobbiamo essere. Scorgiamo allora, oltre la certezza che abbiamo di noi stessi, che il nostro mondo soggettivo può essere forse conosciuto da altri oggettivamente, con maggiore verità. Ma scopriamo soprattutto - cosa che risulta più interessante - che l’altro riesce a tanto in ragione dell’affetto che ci porta. In effetti, l’empatia è originariamente la reazione favorevole per così dire di tutto il nostro essere, corpo ed anima, davanti alla presenza dell’altro: è un’emozione profonda che gioca il ruolo di fecondante per la nostra intelligenza della realtà. Ora, la realtà qui è l’universo personale, il mondo nel quale dimora l’altra persona; ed è significativo notare che forse non avverrebbe nessuna conoscenza personale, se non emozionandoci, attraverso l’emozione che ci fa prima di tutto sentire l’altro, il nostro amico. Questa emozione poi, approfondendosi, può divenire affetto e finanche sentimento, portando a maturazione la nostra amicizia, che riesce così in un legame forte e stabile nel tempo. In breve, non c’è conoscenza dell’universo personale dell’altro se non come forma d’amore, questa è la verità dell’empatia. È perché noi amiamo l’altro che riusciamo a scorgere qualche tratto del profilo della sua esistenza; e, nello stesso tempo, poiché l’amico ci ama, concede di aprirci qualche finestra del suo cuore Un amore speciale Si tratta di un amore speciale, che vive paradossalmente in una certa indifferenza per il corpo dell’altro ed entro certi limiti sembra sopporti la lontananza. La consapevolezza inoltre di essere conosciuti da qualcuno che un po’ anche ci ama, pertanto è capace di gioire o di soffrire per quello che siamo o possiamo/vogliamo/dobbiamo essere, ha innanzitutto un benefico effetto terapeutico, per così dire, ci fa star bene. Nutre infatti la sfera psichica, alimentando in noi la dolcezza di essere, il gusto della vita. Vivere per far star bene qualcuno, condividendone i pensieri o i sentimenti, significa già sperimentare di esistere con un significato. Scopriamo infatti di essere preziosi per l’amico del quale abbiamo appreso qualche tratto della sua unicità. In questa conoscenza che è frutto dell’amore, l’amico rap-presenta una reduplicazione dell’amico, davanti a lui: diviene una sorta di specchio riflettente il suo volto singolare, quello che egli è di fatto (il suo sé concreto) ma anche quello che può diventare (il suo sé autentico). È probabilmente questa la ragione per cui l’amicizia ci offre conforto, lo hanno notato sempre molti autori a proposito: fa della letizia il tono fondamentale dell’esistenza. Se però tutto iniziasse e finisse con questo, se l’amicizia fosse solo empatia e noi la coltivassimo solo per ottenere qualche consolazione che offra riparo in un mondo che resta sempre così triste, forse non avremmo ancora trovato l’essenziale. Abitare un mondo comune Forse l’essenziale lo suggerisce il verso col quale Virgilio, nell’Eneide, ha detto dell’amicizia di Eurialo e Niso: «Avevano un solo amore» («His unus erat amor» [IX, 182]). Ma, anche qui, in concreto che cosa si vuol significare con questa affermazione? Ritorniamo all’empatia, al suo stile emotivamente caldo e alla conoscenza personale dell’amico che essa inaugura. A ben vedere, si tratta di un processo, non solo nel senso che essa ha bisogno del tempo per svolgersi, ma soprattutto perché essa propriamente consiste solo come reciprocità: ciascuna delle due persone che entrano in rapporto diviene a sua volta uno specchio nel quale l’altro possa riflettersi - in un solo atto, reciprocamente, ci si scorge nello sguardo che ci vede. Si può notare allora qualcosa di molto interessante e affatto caratteristico dell’amor amicitiae. Le parole del dialogo empatico sono sempre le parole dette, ascoltate e interiormente custodite, quasi dovessero essere personalizzate per poi venire offerte all’amico, attraverso la comunicazione e perché questa risulti autentica. Si tratta di un fenomeno che probabilmente va denotato col termine riverberazione: la parola deve passare dal cuore, va interiorizzata, perché diventi una parola vivente, che doni e insieme dica l’essere. In concreto, questo significa che nel dialogo empatico gli amici vivono un processo di co-significazione, nella misura in cui le parole tra loro, pur conservando un caratteristico timbro personale, di fatto sono elaborate insieme e contribuiscono così a creare dei significati condivisi. Sembra allora che gli amici abbiamo scoperto un mondo comune e scelgano lietamente di abitare in esso. È questa forse la vera sostanza del dialogo, il suo effetto principale. La ricerca appassionata del senso Riportando però questa riflessione alla realtà quotidiana, non può sfuggirci il fatto che invero tutti i nostri dialoghi fanno sempre riferimento alle circostanze della vita, ad aspetti concreti della nostra esistenza personale e a problemi determinati della nostra storia così come si rifrange nell’attualità. Intendo dire che è inevitabile, nella conversazione tra amici, mettere a tema proprio tale esistenza e tale storia, cosa che trasforma il dialogo amicale, più o meno consapevolmente, in una incessante ricerca di senso, condotta insieme. Quale senso e quale ricerca? Può essere un senso riconosciuto da uno dei due amici o da entrambi e allora la ricerca diventa piuttosto ap-profondimento, andare nella profondità di quel senso per coglierne potenzialità latenti; oppure un lavoro di interiorizzazione, un ritrovare virtualità inespresse che quel senso serbava in sé e che ora possono essere svolte grazie ad una riscrittura personalizzata. Tale ricerca, a ben vedere, è inesausta, in qualche modo mai destinata a finire; e l’amore amicale la trasforma in una conversazione ininterrotta e carica di passione. Un senso per l’esistenza o un significato della storia non potranno mai essere traguardati e colti in perfetta trasparenza. E per tale ragione noi andiamo incessantemente alla ricerca di una forma almeno un po’ più adeguata (un po’ meno inadeguata), per intenderli e significarli, sollecitati dagli incontri o dalle istanze della vita di ogni giorno. Una storia comune Il frutto di maggior rilievo dell’amicizia è probabilmente questa esperienza di germinazione del senso, grazie all’approfondimento comune e all’interiorizzazione personale. Si riconosce e si ama una stessa realtà oggettiva, che tuttavia viene pur sempre percepita in modo originale da ciascuno. Idem sed aliter, dicevano i latini, la stessa cosa colta però in modo differente: ciò che pertanto dispone ognuno a voler integrare la propria prospettiva con quella dell’altro, riconoscendone quasi la necessità. È il frutto maturo della ricerca della verità e del bene; essa sola è capace di creare tra gli amici una storia comune. L’interlocutore interiore Sul piano della vita personale c’è poi un altro frutto, ancor più desiderabile, forse perché anche più dolce. Il dialogo empatico ha il potere di intessere o potenziare un’intesa profonda fra gli amici, quasi un patto segreto. Questo accade probabilmente in ragione del fatto che alla persona conosciuta e amata concediamo ogni giorno di prendere dimora dentro di noi. È la qualità speciale dell’amore, in ogni sua forma, che qui viene in qualche modo esaltata. L’amico vive in noi e diventa il nostro interlocutore reale dentro di noi: una sorta di buona coscienza, «più intima a noi di noi stessi». È la coscienza che ci richiama in qualche occasione a ciò che possiamo/dobbiamo fare; soprattutto però ci rivolge un appello costante a rimanere fedeli al senso riconosciuto e amato insieme: appello a scegliere la «parte migliore» e a rimanere sempre in atteggiamento di ascolto. Per questo forse, in passato, molti cristiani hanno parlato dei loro amici come dei propri angeli custodi. Dialoghi Carmelitani, Giugno 2008 Ingrandimento fotografia
|