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Rappresentare Gesù ...al cinema! PDF Stampa E-mail
domenica 25 maggio 2008 18:38

Sono molti i film (qualcuno ne ha contati 130), nella storia cinematografica, dedicati alla vita di Gesù, sin dai primi tentativi cinematografici francesi di inizio ‘900 (Passio di Lèar e Coissac 1897) ai primi film italiani Passione di Luigi Topi del 1900 e Christus di Giulio Antamoro del 1916, pellicole praticamente introvabili, ma recentemente, forse a ripartire da The Passion di Mel Gibson, sono apparse sul grande schermo parecchie pellicole che hanno preso spunto dalla figura di Cristo e, in modi talvolta singolari, ne hanno riproposto una rappresentazione e un’interpretazione.
In questi ultimi film, da Centochiodi di Ermanno Olmi a In memoria di me, a 7 Km da Gerusalemme di Claudio Malaponti a The big Question domina la ricerca del divino, il bisogno di credere in un mondo ormai assai disorientato.

Ma come rappresentare la Sua divinità attraverso l’immagine cinematografica?
Il cinema ha concentrato la propria attenzione soprattutto sulla passione di Cristo, dividendosi in due filoni: da una parte gli autori che hanno scelto di puntare soprattutto sulla storia dei fatti della vita, optando quindi per un andamento innanzitutto cronologico e narrando i momenti più noti ed emotivamente coinvolgenti, altri invece hanno preferito avventurarsi nell’interpretazione del personaggio umano-divino di Gesù, facendo spesso scelte non ortodosse e teologicamente discutibili.

I primi che si cimentarono con il cinema si accorsero non solo che la Bibbia era un patrimonio di storie popolari e di sicura presa e promettenti guadagni, ma si crearono una maggior rispettabilità con prodotti che potessero essere considerati seri ed edificanti. Il nuovo mezzo prometteva una diffusione capillare, meglio delle “sacre rappresentazioni”, che per secoli si erano legate alla spiritualità e fantasia popolare. Ci si accorge subito che non è facile rappresentare Gesù e nascono dispute e dibattiti, soprattutto perché chi si accosta alla figura ed alla storia di Cristo comprende di dover prendere una posizione, deve confrontarsi con essa, personalmente.

Qualche critico, negli anni venti, teorizzò l’impossibilità di tale rappresentazione, in realtà il filone evangelico ebbe un successo continuo e crescente.
Accentuando la drammaticità ed l’efficacia spettacolare si sviluppano allora nuovi film, che tendono a lasciarsi alle spalle l'originaria fonte dei Vangeli per attingere a soggetti dove la storia sacra viene rielaborata con disinvoltura. Ne derivano vari soggetti sulle vicende di apostoli e primi cristiani, che toccano solo episodicamente Gesù: Salomè, Quo vadis? (se ne contano più edizioni, prima del più noto), varie opere riguardanti personaggi secondari della narrazione evangelica.

Nascono molti volti di Gesù, anche trasfigurati e metaforicamente utilizzati in altri film che apparentemente non hanno di mira la ricostruzione del racconto sacro (interessante è il testo di padre G.Bertagna, I volti di Gesù, edizioni Pardes, 2005) e le grandi produzioni holliwoodiane degli anni ’60 come Il re dei re (1961) o La più grande storia mai raccontata (1965), che puntarono sugli effetti scenografici e le scene di massa, dimenticandosi, o semplicemente tralasciando, il dramma umano e divino del Salvatore.
Anche in Italia grandi registi come Roberto Rossellini si confrontarono con la storia di Cristo (Atti degli apostoli 1964,  Il Messia 1976), ma fu Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini che segnò un’innovativa frattura con le versioni precedenti.

Il film segue il racconto dell'evangelista Matteo dall'Annunciazione alla Resurrezione fino alla partenza degli apostoli per la loro missione. Ciò che differenzia quest'opera da altre ispirate al Vangelo è la sobrietà ed il rigore con cui il testo viene affrontato. Il film è ambientato nell'Italia meridionale, a Matera e in altre zone brulle e povere: questo permette di individuare Gesù come il difensore della verità e della giustizia tanto anelate dalla povera gente, dai diseredati, dagli umili, il tutto reso da un bianco e nero asciutto ed essenziale. Pasolini decise di utilizzare attori non protagonisti e così Gesù ebbe il volto nuovo, deciso e tranquillo di uno studente spagnolo incontrato per caso dal regista. La Madonna venne interpretata dalla madre di Pasolini e molti dei discepoli e degli amici di Cristo sono intellettuali e scrittori (Enzo Siciliano, Francesco Leonetti, Natalia Ginzburg, Alfonso Gatto, Giorgio Agamben). In parecchie scene (l’ultima cena, il compianto sul corpo morto, la deposizione) Pasolini riproduce grandi opere artistiche, quasi fissandole in quadri attraverso il bianco e nero cinematografico e spesso  indugia sui ritratti e sui volti dei protagonisti.
Ci pare interessante il confronto che molti critici hanno fatto tra questa pellicola e la più recente The Passion di Mel Gibson, anche perché le due opere si illuminano a vicenda e segnano due passi significativi, e forse irrinunciabili, nel tentativo da parte del cinema di confrontarsi con questa materia.

Al di là degli aspetti tecnici e di sceneggiatura (in The passion il flash back è una delle tecniche più coinvolgenti e il cambio di tensione conquista l’emozione e l’attenzione del pubblico) è soprattutto nella rappresentazione della corporeità che i due autori si differenziano, mentre Pasolini ha, nei confronti del corpo di Cristo, un approccio più distaccato, iconico , fuori dal tempo, cercando quasi di sottrarre, grazie alla cinepresa, il volto e il dolore di Gesù dalla terribile realtà, che pur rappresenta, in Gibson si assiste al processo inverso: lo spettatore è trascinato violentemente dentro la passione, lo strazio, il sangue, il martirio di quel corpo.

Il Cristo di Pasolini, ravvicinato negli episodi della predicazione e dei miracoli, nel momento dell'insegnamento, si allontana dalla cinepresa durante il processo, la persecuzione, l'ascesa al Calvario, il tormento della carne (la corona di spine viene deposta in modo quasi lieve). In Gibson tutto è ravvicinato, quasi ascoltassimo il resoconto di un testimone inorridito, anzi talvolta ci pare di essere lì presenti mentre con gli altri assistiamo alla scena, il corpo di Gesù viene straziato davanti a noi. Qualcuno si è sentito disturbato da alcune scene, ma forse è stato eccessivo etichettarle come macabre o “horror”, invece è chiara l’intenzione di rappresentare tutta la ferocia e la potenza del male e il patimento di Gesù. Altre due scene (la tentazione e la morte di Giuda) ci aiutano a comprendere le due diverse concezioni del corpo presenti nei due registi a distanza di 40 anni.

In Italia il Gesù di Nazareth (1977) di Franco Zeffirelli, più volte trasmesso a puntate sui canali rai ebbe un successo straordinario di pubblico ed è entrato nell’immaginazione di molti. Ed altri registi italiani si sono confrontati con la tematica, magari in modo indiretto, come L’inchiesta (1986) di Damiano Damiani, nel quale un ispettore, inviato direttamente dall’imperatore a Gerusalemme, ha il compito di far luce sulla scomparsa del corpo di quel nazareno: inizia così la sua inchiesta che è un viaggio attraverso i luoghi della vita pubblica e della passione di Cristo, ma è anche la personale ricerca di un uomo che non si accontenta di “risolvere” quell’imbarazzante episodio e vuole scoprire la verità.

Una pellicola più recente (1998), con spunti interessanti, anche se utilizza i vangeli apocrifi e liberamente inventata, è I giardini dell’Eden di Alessandro D'Alatri: si parla del Cristo con un linguaggio non desunto sempre dai Vangeli e che da un mondo secolarizzato e "distratto" risale verso le fonti e recupera il mistero dell'Incarnazione in modo suggestivo e vivace: particolari e suggestive sono le sequenze sul Gesù giovane prima dell'"uscita pubblica" e l’episodio della tentazione nel deserto.
Nei film più recenti, in questo ultimo anno, Gesù viene trattato come fontedi ispirazione per costruire storie che hanno una loro autonomia narrativa.

In 7 km da Gerusalemme il protagonista,dopo una rapida e dorata carriera, entra in una crisi personale: separato dalla moglie, abbandona il lavoro e, per un inspiegabile fatto si ritrova in mano un biglietto aereo che lo porterà in Terrasanta, dove, tra uomini molto diversi, tutti in cerca del proprio destino, gli si fa accanto – sulla strada che conduce a Emmaus – un Gesù un po’ bello-impossibile un po’ artista da strada. L’unico aspetto interessante, alla fine, restano, forse, proprio le domande dello sbigottito protagonista al Gesù, che manifestano il suo disperato bisogno di certezze di avere dei «segni» che questa fede non sia un inganno.
The big question è un videoreportage realizzato sul set di The Passion di Mel Gibson, in cui vengono poste una serie di domande («Chi è Dio per te?», «Cosa succede dopo la morte?», «Se fossi nato altrove, avresti abbracciato un’altra fede?», «Credi nei miracoli?»...) persone diverse credenti e non credenti: preti cattolici, tradizionalisti, attori, comparse. Le risposte hanno il pregio di essere dirette e sincere e forniscono solo una pluralità di idee, appartenenze e dubbi.

Il film di Ermanno Olmi Centochiodi ha suscitato recentemente una vivace polemica e un acceso dibattito: il protagonista, un intellettuale, che vive di libri e cultura, in crisi, si rifugia a vivere in un misero rudere sulle rive del Po, ricominciando una vita lontanissima da quella precedente, non prima di aver appunto inchiodato sul pavimento di una biblioteca i libri che conservano la sapienza del mondo, perché, come dice, “tutti i libri del mondo non valgono un caffé con un amico”. In quel luogo incontra gente semplice che lo aiuta, senza chiedergli molto e lui diventa una sorta di sacerdote laico di quella comunità ed i vecchi lo chiamano Gesù. Il personaggio comincia a riflettere su di sé, gli altri, Dio e la storia, e a parlare, ponendo interrogativi e dubbi sulle sofferenze del mondo. La parabola si chiude abbastanza semplicemente: di lui non si saprà più nulla, da qualche parte sta forse portando testimonianza del suo di modo di reagire al presente, a questi tempi di confusione, di disastro, di virtù distrutte. Olmi lo considera il suo ultimo film e lascia un po’ perplessi, forse perché dalle metafore utilizzate dal regista non emerge sempre con chiarezza il messaggio ultimo di questa storia, se non un giudizio piuttosto negativo non solo sui tempi che viviamo, ma anche, in modo un po’ troppo generico, sul rapporto tra cultura e religiosità e spiritualità, e,  anche uno non positivo sulla Chiesa. La religiosità proposta è molto umana e popolare, un po’ alla Tolstoj, lontana dalla struttura della chiesa ufficiale, dalle discussioni o i problemi teologici, forse l’atto di accusa di una crepa tra popolo, cultura e Chiesa . Inoltre sembra poco credibile l’esistenza di piccoli e remoti angoli di Eden, dove ritrovare se stessi o forse perdersi, abbandonando e fuggendo la realtà.

Quindi scelta narrativa o sforzo interpretativo? Fedeltà al testo o libertà creativa e personale?
Le parole di Pasolini ci aiutano a capire: “Dal punto di vista religioso, per me, che ho sempre tentato di recuperare al mio laicismo i caratteri della religiosità, valgono due dati ingenuamente ontologici: l’umanità di Cristo è spinta da una tale forza interiore, da una tale irriducibile sete di sapere e di verificare il sapere, senza timore per nessuno scandalo e nessuna contraddizione, che per essa la metafora di “divinità” è ai limiti della metaforicità, fino a essere idealmente una realtà. Inoltre: per me la bellezza è sempre una “bellezza morale” non mediata, ma immediata, allo stato puro, io l’ho sperimentato nel Vangelo.[...]
Io tendevo a forzare la materia nella direzione dell’attualità, mentre lo facevo credevo che questo avesse un grandissimo peso.[...] Tutti questi richiami all’attualità, queste citazioni di Dreyer, questo insieme di fatti espressivi e espressionistici, che credevo saltassero molto fuori, in realtà si sono poi livellati nell’insieme del film, hanno raggiunto una loro specie di fermezza, di distacco che io non avevo calcolato e che è venuto fuori a mia insaputa e quindi mi sto ancora chiedendo io stesso il perché. [...]Il Vangelo è stato per me una cosa così spaventosa che, mentre lo facevo, mi ci aggrappavo e non pensavo più a niente. [...] Perché, per poter raccontare il Vangelo, ho dovuto tuffarmi nell’anima di qualcuno che crede.” (da L’avventurosa storia del cinema italiano a cura di Franca Faldini e Goffredo Fofi, Milano, Feltrinelli, 1981)
 Come a dire che in ogni pellicola viene in realtà rappresentato il rapporto che il regista ha rispetto all’unica vera domanda: “Voi, chi dite che io sia?”


Luca Sighel
Dialoghi Carmelitani, marzo 2008

 

Ultimo aggiornamento ( mercoledì 18 giugno 2008 19:51 )
 

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