| Desiderio infinito e infinità di desideri |
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| venerdì 16 maggio 2008 17:19 | ||||
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L’esperienza d’altronde è sempre lì a mostrarci che le cose, gli enti della natura e gli oggetti prodotti dalle nostre mani, non riescono a soddisfarci mai pienamente: la misura del desiderio, la sua intenzione costitutiva, li cerca e insieme li oltrepassa sempre, ci spinge pertanto a cercare senza quiete nuovi oggetti da offrire alla nostra brama. Per non avvilupparsi nella cattiva infinità, in questo infinito che consiste nel moltiplicare quantitativamente il finito, si potrebbe percorrere una via diversa: se il desiderio desidera l’infinito, perché non puntare im-mediatamente – senza mediazioni – all’infinito? Dovrà accadere allora al nostro desiderio, quello che capita ad un altro celebre personaggio, lo Jacopo Ortis di U. Foscolo. Egli vive un momento del tempo, l’incontro con una «divina fanciulla», capace però di fargli sperimentare una sorta di congedo dal tempo e dai lacci della finitezza: in un’ora quasi magica, un’intensa pausa d’amore regala ai due amanti appassionati un brivido d’eterno: «rende eterno il sogno dell’istante». Se il desiderio sembra solo allora e solo in quel modo soddisfatto, può poi il cuore sopportare di accomiatarsi da quello che gli appare l’unica sosta veramente desiderabile, l’infinito e l’eterno, facendo inopinatamente ritorno nel tempo e nelle sue estasi finite? Anche qui il dramma si trasforma in tragedia: anche Jacopo riesce a vedere di essersi illuso; giudica comunque che sia preferibile scegliere di morire, prendendo volontario e definitivo congedo dal finito e dai limiti che impone al desiderare. Possiamo qui parlare, a proposito di Jacopo e della tragedia del suo desiderio, di disperazione del finito. Forse la misura umana, reale e ragionevole, è un’altra. Va cercata in un nesso, nascosto a tutta prima ma insieme evidente, tra ogni realtà determinata e una pienezza di senso che ci costringe ad andare oltre quello che appare immediatamente. Le realtà del cosmo infatti si tengono tutte insieme; e noi possiamo avere un certo presentimento dell’Infinito (o della Totalità o dell’Essere) se intuiamo almeno in qualche modo l’unità organica di tutta la realtà. Si tratta, rispetto alla nostra esperienza immediata che fissa ciò che si presenta davanti ai nostri occhi e che è la superficie del mondo, della profondità: questa non è immediatamente visibile, ma custodisce l’essenziale, rispetto all’esperienza e rispetto alla realtà; è pertanto la profondità della superficie. La ricerca, sincera onesta e orante, della verità permette di cogliere struttura e senso del desiderio. Il desiderio dell’uomo al cospetto della verità desidera l’infinito, egli però vede ed intende immediatamente solo le cose, concreti e diretti oggetti della sua tensione. Il compito allora è di scegliere innanzitutto quelle cose o quegli oggetti che presentano un nesso, da noi avvertito e affermato, con l’infinito: sceglierlo in ragione del nesso che aprono e permettono di intendere con l’infinito. Viviamo in questa hora della storia occidentale per lo più dominati da passioni tristi, innamorati di cose, posseduti e dominati da cose, nella dimensione dell’avere. Le figure di Don Giovanni e di Jacopo Ortis ci possono aiutare ad oltrepassarla, a scegliere di dimorare nella dimensione dell’essere, che è anche la dimensione dello spirito. Antonio Bellingreri Dialoghi Carmelitani, marzo 2008
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| Ultimo aggiornamento ( sabato 07 giugno 2008 09:38 ) | ||||