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di Giovanni Pillitteri
Pochi giorni fa la comunità di Palermo ha concluso, con un’assemblea comune a cui hanno partecipato tutti i gruppetti di Scuola di Cristianesimo, la trilogia “Nella terra del Carmelo”; pagine intense, talvolta provocatorie per lo spirito, che ci hanno accompagnato attraverso le tappe del dono, del compito e della festa lungo un percorso di crescita e conferma della nostra vocazione. Nel corso dell’assemblea Roberto Gallo, il responsabile della nostra comunità, ha riferito di una esortazione rivolta da Padre Antonio agli insegnanti della comunità che pressappoco suonava così: “Un insegnante può entrare in classe per fare il cristianesimo perché si realizzi quel miracolo oggettivo che è il cuore di ogni ragazzo e il cuore di Dio, anche se gli alunni di quella classe fossero tutti di religione musulmana”. Seppur tra mille cadute ho sempre cercato di portare nella mia vita la coerenza fra lo spirituale e il materiale, fra l’esteriore e l’interiore; in altri termini non ho mai avuto problemi nel manifestare la mia fede cattolica nell’esercizio della mia professione di insegnante di lettere.
Non mi ritengo un docente soltanto la mattina a scuola e al pomeriggio un cattolico che vuole amare il Signore nella Chiesa attraverso il MEC. Il carisma carmelitano non si piegherebbe mai a tale contrapposizione, ad una frattura che lacererebbe l’unità della mia persona. Anzi quello che abbiamo imparato e vissuto attraverso le scuole di cristianesimo contrasta tali fughe in diagonale per promuovere un movimento accentratore che salda tutta quanta la persona, perché tutto della mia vita deve essere una lode a Dio! Volendo cogliere la sottile provocazione di padre Antonio esprimo il mio parere e riporto la mia esperienza di insegnante cristiano: un’espressione, quest’ultima, in cui l’aggettivo più che mai qualifica e determina il nome che accompagna. Voglio sottolineare che il quid della questione non nasce esclusivamente da coloro che abbiamo davanti la mattina a scuola, non consiste unicamente nell’ipotetica classe di musulmani che dobbiamo istruire, ma ribaltando il punto di vista mi chiedo: “Io cosa offro agli allievi aldilà dei saperi della mia disciplina? Che tipo d’uomo contribuisco a costruire nelle mie ore di insegnamento?”. Ecco a mio modo di vedere il cuore della questione, che esplicito coi seguenti interrogativi. Chi sono io? E che cosa sono gli altri per me? Mi riecheggia mentre scrivo il passo evangelico in cui Cristo chiede agli apostoli “Chi cercate?” Rispondo: “Te solo, Signore, io cerco”. Nelle mie classi mi sforzo, nonostante i miei grossi limiti, di portare con me il Signore, quando negli anni cambio scuola, guardo spesso i muri dell’aula e cerco il crocifisso, se c’è mi sento più a mio agio, se viceversa le pareti sono spoglie mi rinfranco subito auspicando di essere io con il mio lavoro la luce del Signore per quei ragazzi. Pochi giorni fa, iniziando a studiare le origini della letteratura italiana, abbiamo letto in classe il Cantico delle Creature di San Francesco, testo molto conosciuto perché una volta musicato è divenuto il celebre canto “Laudato Sii”. Dal punto di vista letterario è un importante tentativo di sintesi linguistica compiuta dal santo di Assisi che, per farsi meglio comprendere dal popolo, abbandona l’uso del latino classico a favore di un testo in cui si fondono varianti del latino volgare e del dialetto umbro. Il Cantico è diviso in due parti: nella prima parte Francesco loda la creazione (Laudato si’ mi Signore per frate sole, […] frate vento, […]frate aqua, […] frate focu), nella seconda parte invece Francesco punta la propria attenzione alla creatura voluta e amata da Dio. Il primo verso dedicato all’uomo recita così: “Laudato si', mi Signore, per quelli che perdonano per lo Tuo amore”. A questo punto ho chiesto ai ragazzi di commentare la parola “perdonano”, i più hanno risposto che l’atto del perdonare significa accettare le scuse da parte di chi ti ha offeso. Ho avuto un sussulto: dopo tre anni di scuola di cristianesimo sul dono non potevo permettere che i miei allievi si fermassero ad un livello così superficiale dell’analisi della parola perdono, occorreva che – carmelitanamente – scendessi insieme a loro ad un livello più profondo. Quindi ho spiegato loro che perdono non è solo accettare delle scuse, ma la parola perdono la possiamo scomporre in per-dono che significa donarsi agli altri, da qui l’importanza del dare piuttosto che del ricevere, di vivere la propria vita aprendosi agli altri, anzicché arroccarsi nelle proprie monolitiche convinzioni. Abbiamo concluso che l’amore è un dono, un dono che esige un compito per custodirlo e mantenerlo fresco e bello; da questo prendersi cura del dono e del compito nasce la vera festa, quella del cuore, quella dell’amore che vogliamo essere per gli altri. A fine lezione i loro volti erano sorridenti, forse avevano sentito parole nuove, quella mattina con la mia classe abbiamo costituito un inedito gruppetto di scuola di cristianesimo, non avevo fronte a me alunni musulmani, piuttosto ragazzi spesso confusi nell’oblio delle mode, che hanno bisogno di punti di riferimento veri, di essere pungolati su quale tipo d’uomo nella loro vita vorranno essere. Confrontandomi, poi, con mia moglie (anch’essa insegnante) abbiamo sorriso del fatto che nella stessa settimana anche lei aveva trattato a scuola la preghiera francescana “Lodi di Dio Altissimo” mettendola a confronto con la “Litania dei bei 99 nomi di Dio” musulmana, facendo cogliere come il cuore dell’uomo, di qualunque provenienza sia, è sempre un cuore che, con intelligenza e sensibilità, sa cogliere l’Infinito nel finito, perché l’uomo (qualsiasi uomo) è fatto proprio a immagine di quest’Infinito Amore! In conclusione con la Grazia di Dio, quindi, si potrebbe meglio sostenere che non è la scuola di cristianesimo che va a scuola, ma è la scuola stessa (e la vita tutta) che ha un bisogno infinito di andare…a scuola di cristianesimo!
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