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Omelia al funerale di Antonio Maria Alberti PDF Stampa E-mail
mercoledì 06 giugno 2007 10:30

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Antonio Maria Alberti

 

La sera prima che Antonio morisse, alcuni tra noi partecipavano ad un incontro organizzato dai nostri universitari sul tema della dignità della persona umana morente, e sulla parete veniva proiettata una frase molto bella della Saunders: “Tu sei importante perché sei tu, e sei importante fino all’ultimo momento della tua vita. Faremo ogni cosa possibile non solo per permetterti di morire in pace, ma anche per farti vivere fino al momento della tua morte”. E' una frase adatta a tutti, di qualunque fede o credenza, e io pensavo: “quanto è vera! Ma quanto è ancora più vero e più ricco quello che sta accadendo solo a qualche centinaio di metri (nella casa di Antonio), dove le stesse parole hanno un peso e un'apertura infiniti; dove anche a lui si continuava a dire non solo “tu sei importante” ma “tu sei prezioso!”. Questa espressione, nella Bibbia, la proferisce Dio stesso, (“Tu sei prezioso ai miei occhi!”), e quando è Dio a dirti che sei prezioso allora la tua preziosità è veramente infinita; sarai prezioso fino al momento della tua morte e ancora oltre e noi ti staremo vicini per accompagnarti anche dopo la morte, per tutta l’eternità.

 

Mi è successo in questi giorni di incontrare persone che mi chiedevano notizie di Ton, e mi accorgevo che essi immaginavano la sua casa, la sua famiglia avvolte nella tristezza, nel buio, nell'angoscia. E mi chiedevano: “Ma come farà il ragazzo a sopportare tutto questo?”. E io rispondevo: “Non è così, non è vero!”. Certo c'è la tristezza, c'è il buio a volte, ma c'è anche tanta dolcezza, tenerezza, a volte persino tanta gioia. So che anche adesso, se Daniele e Lella o le sorelle di Ton raccontassero di questi giorni, vedremmo perfino qualche sorriso per quello che è stato vissuto, ed è una vicenda che dura da tre anni! Ricordo il primo viaggio in America. In quella occasione Lella scrisse: “Questa è l'estate della scoperta del grande bene che ci vogliamo”. E ci riferiva le parole che Ton le aveva detto: “Ma è perché siamo amici dei frati che Dio ci regala cose così belle?”. Eppure comprendeva il peso e la fatica che avrebbe dovuto portare.

Ton ha imparato, piano piano, a crescere nell’amore. Aveva tredici anni quando cominciò ad avere un suo rapporto personale col Signore, a pregare, a modo suo, a volte anche in modo un po’ sbarazzino, ma capace di rivolgersi al Signore per dirgli perfino: “Sono stanco di aiutarti a salvare il mondo”, però capendo anche di non dover sciupare la sofferenza e che c’è un modo di rendere sacro e significativo perfino il soffrire. Mi hanno raccontato di Ton, che durante le ore di insonnia notturna, incontra in cucina la sorellina e si siede a ragionare con lei (come sapeva fare a volte molto seriamente) per spiegarle: “Tu hai il dovere di essere felice anche se io sono malato”. Oppure di Ton felice e fiero delle sue sorelle grandi che diventavano sempre più brave nell’aiutarlo, nell’accudirlo, nel fargli compagnia; di Ton attorniato dagli amici, in compagnia di qualche cugino per scoprirne il fratello che non ha mai avuto; della sua passione per la musica cui affidava, per così dire, certi suoi sogni di immortalità (perché la musica ha qualcosa che va sempre oltre).

 

Possiamo raccontare altri episodi ancora più profondi: il viaggio lampo a Fatima (col papà e padre Gino) per “interrogare” la Madonna, la commozione – giunti a sera – nell’ascoltare la storia dei pastorelli che morivano, anche loro molto giovani, “preoccupati di consolare Dio”.

Si dirà: “cose da bambini!”... Invece sono aspetti molto più profondi di quanto noi non riusciamo a pensare.

Questo è il tessuto di affetto, di storia, di passione vissuto da Ton e dalla sua famiglia e che ora coinvolge tanta gente. In queste due sere, davanti alla sua casa, si è radunato un vero popolo di giovani e di amici, per pregare e cantare, e nello stesso tempo in tante altre città italiane – in questo momento persino in Libano stanno celebrando una Eucaristia per lui – le comunità del nostro Movimento lo hanno ricordato con momenti di preghiera.

 

Il Vangelo che ho appena letto è stato scelto dal papà di Ton. Daniele è un dottore e nella sua scienza medica ha vissuto un di-più di sofferenza, perché il medico vede e prevede, e così la sofferenza cresceva. Egli ha però trovato conforto in questa pagina evangelica: l’apostolo Pietro trascorre tutta la notte nella sua barca, con la sensazione di essere impotente, di non riuscire a far nulla e tuttavia all’alba si getta in acqua perché là, sulla riva, ha visto il Signore e deve andare verso di Lui, e trascina tutta la barca e le reti da pesca verso di Lui. Poi giunti a riva il Signore ti accoglie, ti guarda, cena con te, ha preparato ciò di cui tu hai bisogno. Questa mattina, Daniele mi ricordava una preghiera dei Salmi a lui cara: «Tu che abiti al riparo dell’Altissimo e dimori all’ombra dell’Onnipotente, dì al Signore: “Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio, in cui confido!”», per chiedere al Signore che la sua grazia si diffonda su tutti e per continuare il suo lavoro di medico per curare, guarire, pur conservando in cuore la pena di non aver potuto guarire il suo stesso figlio.

 

Il Salmo di questa celebrazione eucaristica parla del bambino che viene formato nel grembo materno: il mistero della donna che genera, sapendo di lavorare con Dio che, in lei, plasma il bambino. La mamma di Ton ha dovuto passare mesi e mesi a dare, a interpretare i segni e le richieste di aiuto del figlio, interpretando anche le domande più nascoste e inespresse. Una madre non genera il figlio una volta sola, lo genera tutte le volte che il figlio ha bisogno di essere rigenerato. E così è stato per lei, soprattutto in questi ultimi tre anni. E poi, a fine giornata, magari alla sera, stanchissima, la mamma doveva ancora soffermarsi con il Signore, per ricordargli che quel figlio malato era anche un “Suo” figlio, e per dire a Dio: “Dove io non posso arrivare, arriverai Tu”. Fino a toccare il momento più difficile, quello dell’ultima preghiera che dice: “Io questo figlio lo metto nelle tue mani”. Questa è l’origine e il motivo della serenità vissuta in casa dalla famiglia di Ton, e che ha meravigliato molti. Ma questa serenità ha una storia, una lunga storia!

 

La prima lettura che abbiamo ascoltato ci ha riproposto invece l’ultima “Parola di Dio” che Ton ha ascoltato sulla terra, poco prima di morire, quando P. Gino gli ha portato l’Eucaristia. Racconta la storia di Elia: il è profeta stanco, ha l’impressione di non farcela più, si sta addormentando, ma lo svegliano per dirgli che deve mangiare e deve camminare ancora per raggiungere “il monte di Dio”. Ton è rimasto molto contento di questo Vangelo perché aveva l’impressione che anche a lui stesse accadendo la stessa cosa; si stava addormentando, eppure doveva camminare ancora un po’. E quella Eucaristia lo rassicurava.

 

Infine – e credo che questa scena resterà indimenticabile – P. Gino porge l’Ostia alla Lella e lei la spezza in tre parti: una per il figlio, una per il marito e una per sé. In questa immagine c’è tutta la comunione e l’essere una cosa sola. E’ un segno comprensibile soltanto nella fede, certamente! Ma nella sicurezza di un tale divino legame, si è capaci di superare anche gli abissi della morte. Questa è la nostra fede!

 

In tutta la storia che noi abbiamo fatto nel Movimento Ecclesiale Carmelitano (la famiglia Alberti, soprattutto in questo momento, è nel cuore del nostro Movimento), in questa nostra storia abbiamo sempre impostato tutto su questa fondamentale verità: Dio ha un cuore (il Cuore di Gesù ce lo ricorda) e che bisogna andare nelle profondità del cuore di Dio. Ciascuno di noi ha un cuore e deve saper camminare verso la profondità del suo cuore (Ton aveva un cuore, e così come ha potuto dai suoi tredici ai sedici anni è andato fino in fondo al suo cuore). E le persone che ci stanno vicino, tutte, hanno un cuore. Anche le cose, gli avvenimenti, le circostanze, (anche quelle più dolorose) hanno un cuore.

E quando si è capaci di viaggiare, verso le profondità del cuore, allora si crea un’amicizia, con Dio e con gli uomini, che niente potrà spezzare.

 

Ecco, tutto questo ci è accaduto.

Chi vive momenti di difficoltà si affida volentieri alla preghiera.

Per Ton abbiamo pregato tanto. E’ stato avvolto da un fiume di preghiere. E alcuni dicevano: “Ma perché non succede niente, perché non accade il miracolo?”.

Ma noi sappiamo che ci sono due miracoli: c’è il miracolo che guarisce i corpi, e questo accade solo qualche volta. Ma c’è il miracolo che guarisce le anime, le addolcisce, le rende tenere, vere. E questo miracolo, se si prega davvero, accade sempre. Per noi è davvero accaduto!

Uno dei più grandi teologi moderni ha raccontato: “Io ho capito qualcosa di più di Dio e dell’uomo il giorno in cui in un ospedale ho visto una giovane coppia; lei stava morendo, lasciava dei bambini, e il marito. I due erano credenti, avvolti anche dall’angoscia Ho sentito lui chiedere alla moglie: “Ma tu lo capisci ancora Dio, adesso?”. E lei gli rispose: “Non lo capisco, però ti devo dire una cosa (ed era raggiante), ti devo dire che io sono d’accordo totalmente con Dio”.

Così è per noi.

Nell’esperienza cristiana che facciamo, noi non siamo diversi dagli altri: soffriamo come tutti, chiediamo come tutti, speriamo come tutti.

Quando però la sofferenza ci mette alla prova in maniera estrema, diciamo: “Siamo totalmente d’accordo con Dio, anche in ciò che non comprendiamo!”.

E in questo essere totalmente d’accordo con Dio c’è un’attesa, una speranza, una bellezza, un’unità che va oltre ogni limite.

 

Noi adesso accompagniamo Ton con la nostra preghiera.

L’ultima volta che l’ho visto lì sul letto di morte, l’ho guardato e ho detto: “Com’è diventato grande in fretta, quante cose sa adesso più di noi!”. Non bisogna mai immaginare una persona morta, con i suoi occhi chiusi e col cuore fermo, bisogna, invece, immaginarla faccia a faccia con Gesù, nel momento beatificante, in cui veramente comprende come è fatta l’esistenza e vede come è fatto  l’eternità di Dio.

 E così che noi vogliamo ricordare Ton ed così che adesso lo affidiamo a Dio. Anzi, non occorre neanche che lo affidiamo, perché Lui è già è nelle mani di Dio…

Affidiamo allora noi stessi al Signore perché ci aiuti a continuare nella stessa strada.

 

P. Antonio M. Sicari 

 

 

Ultimo aggiornamento ( sabato 09 giugno 2007 19:08 )
 

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