L'azione sociale della Chiesa
Editorialedi Aldino CAZZAGO
Il titolo scelto per il presente quaderno di Communio – L’azione sociale della Chiesa – può forse far sorgere nel lettore l’idea di trovarsi di fronte a una composita riflessione su alcuni aspetti della dottrina sociale della Chiesa. Anche se tra i contributi presenti nel quaderno, uno è specificamente dedicato a un’efficace sintesi dei principali documenti magisteriali in materia di dottrina sociale, la prospettiva degli altri testi è quella di una presentazione delle diverse forme e modalità dell’azione sociale della Chiesa.
L’azione sociale della Chiesa non è certo cominciata alla fine del XIX secolo quando l’esplosione della «questione sociale» costrinse la Chiesa cattolica a prendere posizione di fronte ai problemi che in ambito sociale ed economico si erano ormai imposti all’attenzione generale. Fin dal giorno della Pentecoste, la Chiesa ha vissuto, inizialmente solo al proprio interno, una prima forma di azione sociale (At 2,42-46; 5,32-37; 6,1-6). In verità questa «azione» appartiene alla natura stessa della Chiesa ed è grazie a essa se nelle diverse epoche la comunità dei discepoli di Cristo è stata capace di prendere parte alla storia al punto da diventarne uno dei fattori determinanti a livello culturale, filosofico, giuridico e sociale.
La Chiesa svolge un’azione sociale perché è essa stessa una comunità, una «società», certo non assimilabile ad altri tipi di società, ma - come afferma la Gaudium et spes - una «società visibile e comunità spirituale» (n. 40). La Lumen Gentium aveva già ricordato che la Chiesa è «costituita e organizzata in questo mondo come società» (n. 8) e che Cristo «l’ha riempita del suo Spirito e rifornita di mezzi appropriati per la sua unità visibile e sociale» (n. 9). Secondo Benedetto XVI la Chiesa è «l’espressione sociale delle fede cristiana» (Deus caritas est, n. 28). Tornano qui opportune le parole di H. de Lubac, quando scriveva che la Chiesa «non è la semplice riunione di coloro i quali, ognuno per conto proprio, avrebbero antecedentemente aderito al Vangelo e avrebbero quindi messo in comune la loro vita religiosa, sia secondo un loro piano personale o la spinta delle circostanze, sia secondo le prescrizioni del Maestro» (H. de Lubac, Cattolicismo, Jaca Book, Milano 1978, p. 35).
Proprio perché «società», la Chiesa è abilitata a diventare accoglienza dell’uomo e di quella più profonda natura «sociale» che lo costituisce e che, in ogni tempo, lo spinge a progettare e costruire con altri uomini una convivenza solidale. La menzionata Gaudium et spes descrive la natura «sociale» dell’uomo con una duplice affermazione: «L’uomo […] per la sua intima natura è un essere sociale, e senza i rapporti con gli altri non può vivere né esplicare le sue doti» (n. 12) e «la vita sociale non è qualcosa di esterno all’uomo, l’uomo cresce in tutte le sue doti e può rispondere alla sua vocazione attraverso i rapporti con gli altri, i mutui doveri, il colloquio con i fratelli» (n. 25). La Chiesa e l’uomo suo destinatario sono, perciò, accomunati da questa loro natura «sociale». Se così non fosse, all’azione «sociale» della prima si potrebbe sempre imputare una certa artificiosità, se non addirittura una non connaturalità con le più vere esigenze della vita degli uomini.
In quanto «società» che si concepisce anche come «segno e strumento […] dell’unità di tutto il genere umano» (Lumen gentium, n. 1), la Chiesa è chiamata a vivere nella storia, immergendosi nel tempo e nei diversi contesti geografici, in modo che «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini […] dei poveri sopratutto e di tutti coloro che soffrono», diventino «pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo» (Gaudium et spes, n. 1).
«La sollecitudine sociale della Chiesa» (Sollicitudo rei socialis, Giovanni Paolo II) trova nelle parole della costituzione conciliare indicazioni perennemente valide che giustificano la sua presenza nella comunità degli uomini e indicazioni certe per il lavoro che in essa è chiamata a svolgere. La Chiesa non si percepisce, infatti, come un anti-mondo che aspetta la rovina di quella società che le sta dinanzi, ma come «carne di Cristo» (J.-M. Tillard, Carne della Chiesa, carne di Cristo. Alle sorgenti dell’ecclesiologia di comunione, Qiqajon, Magnano (BI) 2006), come «luogo», in cui Dio offre la sua presenza per la salvezza di tutti gli uomini. Clemente Alessandrino lo esprimeva così: «A Dio infatti non manca mai la forza; e come il suo volere è opera – e tale opera si chiama universo - , così la sua volontà è la salvezza degli uomini, ed è chiamata Chiesa» (Clemente Alessandrino, Il pedagogo, l.1, 27.1 - tr. it. di Dag Tessore, Città Nuova, Roma 2005).
Nel corso dei secoli, l’azione sociale della Chiesa è stata condizionata dai diversi contesti sociali e in qualche caso anche strumentalmente usata. In contesti particolarmente ostili, si pensi a quelli dell’Europa dell’Est dal dopoguerra fino al 1989, la Chiesa ha saputo porsi e contrapporsi ad essi offrendo ai propri fedeli, ma anche a chi non le era pregiudizialmente ostile, spazi di libertà, di verità e di socialità altrove impossibili. Dove una libera azione sociale era pressoché azzerata, alla Chiesa non è rimasto che farsi annunciatrice di una vita personale secondo il Vangelo. Alla dolorosa situazione sociale di quelle Chiese ben si addicono le parole che H. de Lubac scriveva mezzo secolo fa e che richiamano la Chiesa priva di condizionamenti a non esaurire la sua azione nella «conversione» al Vangelo delle strutture sociali, dimenticando che l’annuncio cristiano ha come obiettivo finale il cambiamento del cuore dell’uomo: «L’applicazione sociale del Vangelo è una cosa, la vita secondo il Vangelo un’altra. Mai la prima, per quanto elevato sia il grado raggiunto, dispenserà dalla seconda, né la produrrà spontaneamente; e la seconda non ha bisogno di aspettare la realizzazione della prima per potersi esercitare e dispiegare» (H. de Lubac, Paradossi e Nuovi paradossi, Jaca Book, Milano 1989, p. 73).
Nel succedersi dei secoli l’azione sociale della Chiesa ha sempre tratto forza e vigore essenzialmente dal «messaggio sociale» (Centesimus annus, n. 57) del Vangelo. La dottrina sociale, elaborata a partire dalla fine del XIX secolo, è il tentativo di fondare in modo argomentato e di rendere più organica e sistematica questa stessa ininterrotta «azione», perché - come si esprimeva il Cardinal Karol Wojtyla nella primavera del 1978, pochi mesi prima dell’elezione a pontefice - «il Vangelo non è soltanto il lieto annuncio della salvezza e della grazia, ma anche il messaggio della giustizia e della carità nella società» (K. Wojtyla, La dottrina sociale delle Chiesa. Intervista di Vittorio Possenti, Lateran University Press, Roma 2003, p. 22. L’intervista venne pubblicata per la prima volta nel quaderno n. 1/1991 della rivista Il nuovo Areopago. Si veda anche Benedetto XVI, Deus caritas est, nn. 26-27).
Per la Chiesa dottrina sociale e azione sociale sono due momenti di un’unica testimonianza: quella della sua passione per l’uomo, per la verità che gli è dovuta e per la sua storia, così spesso carica di dramma e di dolore. Senza negare negligenze ed omissioni da parte dei cristiani, «oggi più che mai la Chiesa è cosciente che il suo messaggio sociale troverà credibilità nella testimonianza delle opere, prima che nella sua coerenza e logica interna» (Centesimus annus, n. 57).
Per gentile concessione della Rivista Teologica “Communio”
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