di Michelangelo NASCA

La notizia della caduta del Pontefice nella Basilica di San Pietro, durante la S. Messa di Natale, ha fatto il giro del mondo in brevissimo tempo. Con analoga tempestività, i potenti mezzi di informazione online trasmettevano le immagini dell’incidente, dettagliando (anche attraverso una scrupolosa analisi di fotogrammi) la dinamica di quanto era appena accaduto al Papa.

La “vera notizia” però, quella che avrebbe dovuto raggiungere il cuore di ogni uomo, e sulla quale anche il più attempato dei giornalisti avrebbe certamente indugiato (ritenendola una notizia secondaria), è quella che Benedetto XVI ha ricordato nella sua splendida omelia e che il cristianesimo continua a celebrare da più di duemila anni a questa parte: «Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2, 11).

Se per un istante anche noi superassimo le barriere della nostra “sicurezza interiore” per mostrare un istante di attenzione verso il mistero dell’Incarnazione di Cristo, riusciremmo a fare nostre le esortazioni che il Pontefice ha rivolto ad ogni uomo nel corso della sua omelia.

Come i pastori – afferma Papa Ratzinger – che “erano persone vigilanti e che il messaggio poteva raggiungerli proprio perché erano svegli. Noi dobbiamo svegliarci, perché il messaggio arrivi fino a noi. Dobbiamo diventare persone veramente vigilanti”. “La differenza tra uno che sogna e uno che sta sveglio – prosegue il Papa – consiste innanzitutto nel fatto che colui che sogna si trova in un mondo particolare. Con il suo io egli è rinchiuso in questo mondo del sogno che, appunto, è soltanto suo e non lo collega con gli altri. Svegliarsi significa uscire da tale mondo particolare dell’io ed entrare nella realtà comune, nella verità che, sola, ci unisce tutti”.

La conflittualità nel mondo e la reciproca inconciliabilità nella dinamica dei rapporti umani derivano, secondo Benedetto XVI, “dal fatto che siamo rinchiusi nei nostri propri interessi e nelle opinioni personali, nel nostro proprio minuscolo mondo privato. L’egoismo, quello del gruppo come quello del singolo, ci tiene prigionieri dei nostri interessi e desideri, che contrastano con la verità e ci dividono gli uni dagli altri. Svegliatevi, ci dice il Vangelo. Venite fuori per entrare nella grande verità comune, nella comunione dell’unico Dio”.

Ritorna ancora una volta nel discorso del Papa l’invito a “svegliarsi” da un evidente torpore spirituale per accordare i desideri del nostro cuore con la voce di Dio, sviluppando una maggiore sensibilità nei suoi confronti; “Ci sono persone – spiega il Pontefice – che dicono di essere ‘religiosamente prive di orecchio musicale’. La capacità percettiva per Dio sembra quasi una dote che ad alcuni è rifiutata”.
Ma c’è anche uno stile di vita che non è nostro, una mentalità che appartiene esclusivamente al mondo moderno e che riduce notevolmente la nostra sensibilità nei confronti di Dio, rendendoci “privi di orecchio musicale” per Lui. Tuttavia – prosegue Benedetto XVI – “in ogni anima è presente, in modo nascosto o aperto, l’attesa di Dio, la capacità di incontrarlo. Per ottenere questa vigilanza, questo svegliarsi all’essenziale, vogliamo pregare, per noi stessi e per gli altri, per quelli che sembrano essere “privi di questo orecchio musicale” e nei quali, tuttavia, è vivo il desiderio che Dio si manifesti”.

Nel cuore dei pastori si manifesta una sana agitazione per la notizia che l’Angelo ha loro affidato e, come racconta l’evangelista Luca, essi «andarono, senza indugio» (Lc 2, 15s.). Prosegue allora il Pontefice: “Nella nostra vita ordinaria le cose non stanno così. La maggioranza degli uomini non considera prioritarie le cose di Dio, esse non ci incalzano in modo immediato. E così noi, nella stragrande maggioranza, siamo ben disposti a rimandarle. Prima di tutto si fa ciò che qui ed ora appare urgente. Nell’elenco delle priorità Dio si trova spesso quasi all’ultimo posto. Questo – si pensa – si potrà fare sempre. Il Vangelo ci dice: Dio ha la massima priorità. Se qualcosa nella nostra vita merita fretta senza indugio, ciò è, allora, soltanto la causa di Dio”.

Bisogna dunque recuperare il tempo di Dio per non lasciarci schiacciare da tutte le cose urgenti della vita quotidiana; Egli è – ribadisce Papa Ratzinger – “la realtà più importante in assoluto nella nostra vita[…]. Proprio questa priorità ci insegnano i pastori. […] Da loro vogliamo apprendere la libertà interiore di mettere in secondo piano altre occupazioni – per quanto importanti esse siano – per avviarci verso Dio, per lasciarlo entrare nella nostra vita e nel nostro tempo. Il tempo impegnato per Dio e, a partire da Lui, per il prossimo non è mai tempo perso. È il tempo in cui viviamo veramente, in cui viviamo lo stesso essere persone umane”.

Bisogna oltrepassare se stessi, porsi alla sequela di Cristo, nella semplicità e nell’umiltà che Dio rivela all’uomo incarnandosi. Diventare – spiega il Papa – “anime semplici ed umili che abitano molto vicino al Signore. Essi sono, per così dire, i suoi vicini e possono facilmente andare da Lui. Ma la maggior parte di noi uomini moderni vive lontana da Gesù Cristo, da Colui che si è fatto uomo, dal Dio venuto in mezzo a noi. Viviamo in filosofie, in affari e occupazioni che ci riempiono totalmente e dai quali il cammino verso la mangiatoia è molto lungo. In molteplici modi Dio deve ripetutamente spingerci e darci una mano, affinché possiamo trovare l’uscita dal groviglio dei nostri pensieri e dei nostri impegni e trovare la via verso di Lui”.

Le parole di Benedetto XVI sono una vera “spinta” verso l’alto. Forse avrebbero meritato una maggiore eco mediatica!
 

Ritratti di Santi - Itinerario Quaresimale 2011

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