Lasciarsi conquistare da Gesù… porsi umilmente alla sua scuola e camminare seguendo docilmente le sue orme. Benedetto XVI non ha dubbi nel proporre – all’inizio di questo nuovo tempo di quaresima - Cristo come unico sentiero da percorrere per ottenere la conversione del cuore. «“Che giova infatti all’uomo – continua il Pontefice – guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima”? (Mc 8,35-36). La conquista del successo, la bramosia del prestigio e la ricerca delle comodità, quando assorbono totalmente la vita sino ad escludere Dio dal proprio orizzonte, conducono veramente alla felicità? Ci può essere felicità autentica a prescindere da Dio? L’esperienza dimostra che non si è felici perché si soddisfano le attese e le esigenze materiali. In realtà, la sola gioia che colma il cuore umano è quella che viene da Dio: abbiamo infatti bisogno della gioia infinita. Né le preoccupazioni quotidiane, né le difficoltà della vita riescono a spegnere la gioia che nasce dall’amicizia con Dio».
Il “leit motiv” della Quaresima, il motore del mondo… così il Santo Padre definisce la preghiera. Egli osserva che: “La preghiera è un crogiuolo in cui le nostre attese e aspirazioni vengono esposte alla luce della Parola di Dio, vengono immerse nel dialogo con Colui che è la verità, ed escono liberate da menzogne nascoste e compromessi con diverse forme di egoismo (cfr Spe salvi, 33). Senza la dimensione della preghiera, l’io umano finisce per chiudersi in se stesso, e la coscienza, che dovrebbe essere eco della voce di Dio, rischia di ridursi a specchio dell’io, così che il colloquio interiore diventa un monologo dando adito a mille autogiustificazioni. La preghiera, perciò, è garanzia di apertura agli altri: chi si fa libero per Dio e le sue esigenze, si apre contemporaneamente all’altro, al fratello che bussa alla porta del suo cuore e chiede ascolto, attenzione, perdono, talvolta correzione ma sempre nella carità fraterna. La vera preghiera non è mai egocentrica, ma sempre centrata sull’altro. Come tale essa esercita l’orante all’“estasi” della carità, alla capacità di uscire da sé per farsi prossimo all’altro nel servizio umile e disinteressato. La vera preghiera è il motore del mondo, perché lo tiene aperto a Dio. Per questo senza preghiera non c’è speranza, ma solo illusione. Non è infatti la presenza di Dio ad alienare l’uomo, ma la sua assenza: senza il vero Dio, Padre del Signore Gesù Cristo, le speranze diventano illusioni che inducono ad evadere dalla realtà. Parlare con Dio, rimanere alla sua presenza, lasciarsi illuminare e purificare dalla sua Parola, ci introduce invece nel cuore della realtà, nell’intimo Motore del divenire cosmico, ci introduce per così dire nel cuore pulsante dell’universo”.
Per aiutarci nel lavoro della Scuola di Cristianesimo sottolineo due passaggi rispondenti al tema sviluppato dal Papa.
La nostra fame è insaziabile
“La nostra fame è così insaziabile che va dal pane a Dio. Il continuo pullulare di desideri nei nostri cuori è veramente impressionante, tanto che a volte ci sembra di essere trascinati da essi in ogni direzione. Altre volte ci sembra di essere noi a trascinare qua e là i nostri desideri come se dovessimo stancarli, pur di acquietarli, come si fa a volte con i bambini capricciosi. Particolarmente signifi cativo, per la foga disperata delle domande, è questo brano di A. Gide: «Desiderio, ti ho trascinato per le strade, / ti ho desolato nei campi, / ti ho ubriacato nella città, / ti ho ubriacato senza dissetarti, / ti ho bagnato nelle notti piene di luna, / ti ho portato in giro dovunque, / ti ho cullato sulle onde, / ho voluto addormentarti sui fl utti. / Desiderio, desiderio, che devo farti? / Che vuoi dunque? / Quando ti stancherai?». Desideriamo consumare mille beni e molti di essi ci sono necessari e indispensabili, ma nulla ci può veramente saziare” (P. A.M. Sicari, Nella terra del Carmelo - La Festa).
Obbedienza come preghiera
C’è infine quella particolarissima obbedienza del cristiano che si chiama preghiera, e che accade nella preghiera. Certo esiste un comando di Gesù che ci chiede di «pregare ininterrottamente», ma qui non ci riferiamo al nostro ovvio dovere di obbedire a un tale invito. Ci riferiamo a qualcosa di più profondo: a quell’esperienza in cui il nostro abituale «dire di sì» a Dio – il nostro abituale obbedirGli – diventa cosciente, risale spesso alle labbra, diventa in tal modo preghiera, ed esige anzi spazi appropriati per distendersi in lode, in ringraziamento, in adorazione. E’ l’obbedienza vissuta e gustata che diventa preghiera e –diventando preghiera– si approfondisce e si purifica, mettendo in movimento un vero «circolo virtuoso». Anche per i laici vale, in qualche maniera, l’obbligo di «pregare sempre», ed è importante che essi scoprano di poterlo fare dovunque. Ancora più importante è che essi imparino ad obbedire pregando e a pregare obbedendo. Anche qui ci viene aiuto quella impareggiabile maestra di «contemplazione nel mondo» che è stata Madeleine Delbrêl. Dagli scritti occasionali che ella ha lasciato, riassumiamo qui alcuni avvisi particolarmente utili, sul tema della preghiera dei laici. Sono avvisi che hanno il vantaggio di offrire anche qualche conclusiva precisazione su ciò che è proprio della vocazione laicale:
1) I fedeli laici sono nel mondo il sacramento dell’amore di Dio. Per loro mezzo Dio vuole «attirare tutto a sé». Tutto ciò che è “ordinario”, “qualunque”, “comune” a tutti gli uomini –il mondo insomma– è per i laici il luogo della loro santità, e non vi manca nulla a questo scopo.
2) Le verità fondamentali soggiacenti ad ogni preghiera, e ad ogni vita di preghiera, sono tre: che il nostro essere è fondato sull’amore di Dio, in Cristo; che la vita ci è data per scoprire le ragioni e gli avvenimenti di questo amore; che la felicità consiste nell’individuare le forme concrete con cui quest’amore ci raggiunge e con cui vuole essere ricambiato e diffuso.
3) Se un cristiano sa che deve pregare in certi luoghi, sa anche che può pregare dappertutto. Dovunque nel mondo si possono trovare le tracce di Dio, ma dentro di noi troviamo Lui stesso. Se crediamo che il Signore vive in noi, dovunque abbiamo spazio per vivere abbiamo anche spazio per pregare. Pregare sempre non è altra cosa che credere alla presenza del Signore il quale è con noi dappertutto e «tutti i giorni della nostra vita».
4) Per il laico la preghiera è un’azione e l’azione è una preghiera, al punto che ambedue devono tendere a unificarsi (senza sostituirsi l’una all’altra). In fatto d’amore, l’azione e la preghiera non sono distinguibili. Perciò ambedue devono tendere a diventare azione veramente amorosa.
5) Ciò che qualifica la preghiera non è il tempo, né lo spazio, né il fine, né le circostanze in cui e per cui essa avviene, ma il desiderio di Dio che essa esprime: «è il desiderio che fa la preghiera, e la fa sempre».
6) Per vivere un rapporto con Dio sono certamente necessari il silenzio e la solitudine. Ma i laici devono sapere che il vero rumore è l’eco che le cose hanno in noi, mentre il vero silenzio consiste nel posto che la Parola di Dio occupa dentro di noi; la solitudine, poi, non è data dall’assenza degli altri, ma dalla nostra abitudine a sentire Dio presente ovunque.
7) Quando si prega bisogna domandare, con tutto il nostro essere, il tutto di cui abbiamo bisogno per noi stessi, per tutta la Chiesa, per il mondo intero. Compito del laico che prega è anche quello di dare coscientemente voce a chi –negli stessi ambienti, nelle stesse circostanze, nelle stesse situazioni– non sa pregare.
8) Perché il lavoro diventi preghiera occorre unire alla «mistica del lavoro che trasforma il mondo», la «mistica del lavoro che trasforma la persona».
9) Per imparare a pregare, quando ci si trova immersi nella scienza e nella tecnica, bisogna imparare a considerare queste esperienze come «immersione nella Provvidenza Divina e nelle sue leggi».
10) «Il mondo non può impedirci di essere con Dio: allo stesso modo che un bimbo portato in braccio dalla madre non è meno con lei per il fatto che la madre cammina tra la folla».
Così, col passare degli anni e l’accumularsi dell’esperienza, il cristiano imparerà a ringraziare Dio d’averlo reso obbediente. E risuonerà, pacata e confidente, anche sulle sue labbra questa preghiera di J. H. Newman: «Guidami Luce divina, / in mezzo al buio che mi avvolge, / guidami innanzi. / La notte è oscura e io sono lontano da casa; / sorveglia i miei passi. / Non chiedo di vedere l’orizzonte lontano: / un solo passo mi basta. / Non fu sempre così, / né pregavo che Tu mi guidassi, o Dio. / Un tempo, amavo scegliere io stesso / E veder chiara la mia vita; / amavo la luce abbagliante / e, ad onta dei timori, / l’orgoglio reggeva la mia volontà. / Non ricordare gli anni trascorsi. / Per tanto tempo la tua potenza / mi ha benedetto; / ne sono certo: mi guiderà ancora / per lande e per paludi, / per rocce e per torrenti, / finché la notte sarà passata. / E al mattino mi sorrideranno gli angeli» (P. A.M. Sicari, Ci ha chiamati amici, Ed. Jaca Book).
M.N.






