A dieci anni dall’enciclica di Giovanni Paolo II alcuni spunti di riflessione
Un nuovo materialismo
Affrontare un tema tanto complesso, il rapporto tra ragione e fede, è certamente impresa ardua e il titolo stesso dell’enciclica, con la quale Karol Woytyla volle trattare questo delicato, ma fondamentale legame, rischia di allontanare anche i più volenterosi. Il testo fu espressamente indirizzato a sacerdoti, filosofi e teologi, e per estensione a tutto il popolo cristiano, ma è chiaro che il papa volle approfondire la questione con “gli addetti ai lavori”.
Il Papa nel contestatissimo discorso di Ratisbona (settembre 2006), infatti, esplicitava: “Quello che nello sviluppo moderno dello spirito è valido viene riconosciuto senza riserve: tutti siamo grati per le grandiose possibilità che esso ha aperto all’uomo e per i progressi nel campo umano che ci sono stati donati. L’ethos della scientificità, del resto, è volontà di obbedienza alla verità e quindi espressione di un atteggiamento che fa parte della decisione di fondo dello spirito cristiano. Non ritiro, non critica negativa è dunque l’intenzione; si tratta invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa. Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell'uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell'esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza. In questo senso la teologia, non soltanto come disciplina storica e umano-scientifica, ma come teologia vera e propria, cioè come interrogativo sulla ragione della fede, deve avere il suo posto nell'università e nel vasto dialogo delle scienze.”
Questa ricerca è l’unico fondamento di un dialogo tra culture e religioni, perché “una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell'ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture.[…] L'occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione”
La diaconia della Verità
Giovanni Paolo II dedicò l’enciclica interamente al rapporto tra la fede e la ragione, anche se sin dal principio chiarisce che si tratta, in realtà, di riflettere sulla verità.(5 anni prima aveva già dedicato a questo argomento la Veritatis splendor)
“Il desiderio di conoscere è così grande e comporta un tale dinamismo, che il cuore dell'uomo, pur nell'esperienza del limite invalicabile, sospira verso l'infinita ricchezza che sta oltre, perché intuisce che in essa è custodita la risposta appagante per ogni questione ancora irrisolta.”(17)
E la Chiesa ha un compito unico nel mondo: la diaconia della verità, il servizio alla verità, la sua custodia, la sua esplorazione costante e la sua inesauribile comunicazione. E dato che la Verità si è fatta conoscere attraverso la Rivelazione, il tempo della Chiesa è quello dell’inesausta ricerca e comprensione della verità, per giungere alla Verità tutta intera. L’uomo è l’essere che cerca la Verità (il senso della vita e della morte, del suo destino e del male), per questo il Papa lo definisce naturalmente filosofo; e la cerca innanzitutto attraverso la tradizione e la credenza.
“Non è pensabile che una ricerca così profondamente radicata nella natura umana possa essere del tutto inutile e vana. La stessa capacità di cercare la verità e di porre domande implica già una prima risposta. L'uomo non inizierebbe a cercare ciò che ignorasse del tutto o stimasse assolutamente irraggiungibile. Solo la prospettiva di poter arrivare ad una risposta può indurlo a muovere il primo passo. Di fatto, proprio questo è ciò che normalmente accade nella ricerca scientifica. Quando uno scienziato, a seguito di una sua intuizione, si pone alla ricerca della spiegazione logica e verificabile di un determinato fenomeno, egli ha fiducia fin dall'inizio di trovare una risposta, e non s'arrende davanti agli insuccessi. Egli non ritiene inutile l'intuizione originaria solo perché non ha raggiunto l'obiettivo; con ragione dirà piuttosto che non ha trovato ancora la risposta adeguata. La stessa cosa deve valere anche per la ricerca della verità nell'ambito delle questioni ultime. La sete di verità è talmente radicata nel cuore dell'uomo che il doverne prescindere comprometterebbe l'esistenza. E sufficiente, insomma, osservare la vita di tutti i giorni per costatare come ciascuno di noi porti in sé l'assillo di alcune domande essenziali ed insieme custodisca nel proprio animo almeno l'abbozzo delle relative risposte. Sono risposte della cui verità si è convinti, anche perché si sperimenta che, nella sostanza, non differiscono dalle risposte a cui sono giunti tanti altri. Certo, non ogni verità che viene acquisita possiede lo stesso valore. Dall'insieme dei risultati raggiunti, tuttavia, viene confermata la capacità che l'essere umano ha di pervenire, in linea di massima, alla verità.”(29)
Più avanza la ricerca umana e più la Verità si rivela nelle sue caratteristiche di infinità e di universalità. (qui come in più punti ci si rifà a S.Tommaso)
Fede e ragione: ali della Verità
L’uomo contemporaneo, afferma Giovanni Paolo II, avverte una terribile crisi di senso, persino nella scienza filosofica, che dovrebbe essere praeparatio fidei, si registra una sfiducia nei confronti della ragione, delle sue possibilità, si abbandona la ricerca e speculazione metafisica sull’uomo (le sue grandi domande) e ci si riduce ad occuparsi di utili fini pratici. Si è creata una frattura tra la fede e la ragione, un allontanamento vicendevole, una scettica presa di distanza tra teologia e filosofia.
Sono certamente temi non semplici, che vengono trattati in modo molto approfondito attraverso un excursus storico, con precisi riferimenti filosofici e teologici.
Si esprime rammarico per coloro che hanno posto in contrapposizione ragione e fede, temendo che la Rivelazione sottomettesse la ragione, ma il Papa non risparmia neanche chi, all’interno della Chiesa e del mondo cattolico, ha umiliato la ragione, non riconoscendo più in essa il suo orientamento alla Verità.
“La Rivelazione, con i suoi contenuti, non potrà mai umiliare la ragione nelle sue scoperte e nella sua legittima autonomia; per parte sua, però, la ragione non dovrà mai perdere la sua capacità d'interrogarsi e di interrogare, nella consapevolezza di non potersi ergere a valore assoluto ed esclusivo. La verità rivelata, offrendo pienezza di luce sull'essere a partire dallo splendore che proviene dallo stesso Essere sussistente, illuminerà il cammino della riflessione filosofica.”(79)
La fede e la ragione sono le due ali con cui l’uomo può spiccare il volo e l’una non può fare senza l’altra, si completano e si compenetrano, hanno lo stesso oggetto di ricerca, devono “interpretarsi l’una dentro l’altra”, perché vi è una circolarità tra fede e ragione, l’una è necessaria all’altra. La fede senza ragione rischia di cadere nel fideismo o si rifugia nella tradizione (tradizionalismo), si accontenta delle opere da fare (pragmatismo) o si riduce a fascio di emozioni (emozionismo); al contrario la ragione, da sola, finisce nell’esaltare se stessa come unica misura della realtà, eliminando il senso del mistero (razionalismo).
Entrambe devono, invece, riconoscere, per non perdere se stesse, l’unica autorità della verità.
Guardare la profondità dell’uomo
Woytyla, nelle conclusioni, si rivolge non solo a sacerdoti, teologi e filosofi, a cui chiede una nuova evangelizzazione della cultura, ma ad ogni uomo, capace di conoscere il vero e che costantemente anela ad un senso ultimo e definitivo dell’esistenza: “A tutti chiedo di guardare in profondità all'uomo, che Cristo ha salvato nel mistero del suo amore, e alla sua costante ricerca di verità e di senso. Diversi sistemi filosofici, illudendolo, lo hanno convinto che egli è assoluto padrone di sé, che può decidere autonomamente del proprio destino e del proprio futuro confidando solo in se stesso e sulle proprie forze. La grandezza dell'uomo non potrà mai essere questa. Determinante per la sua realizzazione sarà soltanto la scelta di inserirsi nella verità, costruendo la propria abitazione all'ombra della Sapienza e abitando in essa. Solo in questo orizzonte veritativo comprenderà il pieno esplicitarsi della sua libertà e la sua chiamata all'amore e alla conoscenza di Dio come attuazione suprema di sé.”(107)
Dialoghi Carmelitani, Settembre 2008






